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CRONACHE&COMMENTI

Una ferita: Bruxelles ha bocciato a larga maggioranza a una risoluzione che sollecitava l’apertura di un negoziato. Imparare dai Costruttori di pace della Sierra Leone. Anche dall’Africa possiamo e dobbiamo imparare como si esce dalla barbarie.

MatteoMariaZuppi minUna importante Lectio Magistralis” all’Università di Roma Tre, tenuta dal Cardinale Matteo Zuppi. Il tema è “Educazione ai diritti e alla pace”. Per contribuire alla conoscenza di queste parole che, ci pare purtroppo, non abbiamo trovato in altre testate né ascoltato in alcun telegiornale nazionale fino ad ora, ne riportiamo una sintesi ripresa dal quotidiano “Avvenire”del 22 feb 2023, con il titolo «Zuppi: “Non c’è pace senza la politica Mai così vicini a una guerra atomica» inserita nella rubrica “I cittadini in campo”. 

La sintesi è opera di Mimmo Muolo dell’Avvenire

La pace «è sempre possibile, difficile ma possibile ». Il tono con cui il cardinale Matteo Maria Zuppi pronuncia queste parole nell’Aula Magna dell’Università Roma Tre è pacato come al solito. Ma il significato è perentorio. E il presidente della Cei non si ferma certo qui. «Molti – aggiunge – sono convinti della ineluttabilità della guerra». Ma di fronte a un simile modo di pensare le domande sorgono spontanee: «Perché dovrebbe essere un destino risolvere le controversie con le armi? Si è sempre fatto così? Restiamo gli stessi? Se c’è un progresso su tutto, tanto che abbiamo realtà impensabili solo pochi anni or sono, possibile che non ci sia un progresso che permetta di dotarsi di organizzazioni internazionali capaci di evitare che le controversie diventino guerre?». In sostanza, è la risposta del porporato, la costruzione della pace dipende da ognuno di noi. E quindi la politica, così come il mondo della cultura e dell’educazione hanno un ruolo insostituibile in questo campo.

L’arcivescovo di Bologna è intervenuto con una lectio magistralis dal titolo “Educazione ai diritti e alla pace” all’inaugurazione dell’Anno accademico dell’ateneo romano (che festeggia il suo trentennale di fondazione), presenti tra gli altri il ministro dell’università e della ricerca, Anna Maria Bernini, il rettore Massimiliano Fiorucci e, in rappresentanza del sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, l’assessore comunale alla cultura Miguel Gotor.

Naturale il suo riferimento al conflitto in Ucraina, ma inserito in uno sguardo più ampio, che chiede una educazione alla pace e l’uso di parole che interrompano la logica della guerra. Una necessità tanto più impellente oggi «che la questione della pace – ha fatto notare Zuppi – si pone in termini più allarmanti e con conseguenze globali, fino al rischio, mai così vicino dalla crisi di Cuba di 60 anni fa, di un Armageddon nucleare, possibile frutto degli automatismi delle reazioni incrociate, mai interrotta da parole diverse».
Ecco allora che la guerra si può superare con il dialogo, con la fiducia reciproca, con il riconoscersi “fratelli tutti”, secondo l’espressione che dà il titolo all’enciclica di papa Francesco, non a caso citata dal porporato. Perciò «l’alternativa alla guerra è la politica, non la soppressione dei contrasti schiacciando l’altro. È la loro composizione attraverso il dialogo. Non c’è pace senza politica – ha aggiunto il presidente della Cei -. Solo la politica crea un quadro comune, allontana ciò che divide e trova ciò che unisce. E la politica sa e può usare la diplomazia e anche i tanti modi per preparare il terreno, creare l’ambiente favorevole, maturare le convergenze che permettono la pace».

La guerra invece ragiona in modo opposto. «Si nutre di pregiudizi, di ignoranza, di semplificazione, è prodotta e produce una monocultura, radicata in una scia senza fine di dolori e di torti subiti, da tutti». Per giungere dunque alla pace, «si tratta sempre di liberare coscienze imprigionate dai torti subiti e dalle ragioni di questi, dal rancore e dall’odio, incapaci di immaginare e fare pace, convinte dell’impossibilità del dialogo e del negoziato». Quando si crede «che la vittoria militare» sia «l’unica unica via d’uscita» («è quello che accade anche oggi e sempre, con ogni guerra, anche oggi in Ucraina, in Yemen, in Sud Sudan e ovunque »), serve passare «dal linguaggio della violenza, della propaganda, della criminalizzazione, della giustizia di parte, della deformazione dell’altro, al linguaggio del dialogo, della politica».

Per questo il cardinale ha detto di essere rimasto «colpito» dal fatto che «al Parlamento Europeo una Risoluzione che sollecitava l’apertura di un negoziato sia stata rigettata da 470 voti su 630. Mi è sembrato – ha fatto notare – come un segnale della rinuncia della politica e la negazione di una pace che non sia solo la vittoria di una parte». Tuttavia Zuppi ha precisato: «Attenzione, dire questo non significa ovviamente misconoscere il diritto, omologare le responsabilità, negarle. Affatto. Sono due piani diversi e il dialogo richiede sempre la giustizia e la chiarezza perché funzioni, perché raggiunga il risultato. Ma, appunto, anche la giustizia richiede il dialogo. Questo è il tempo – ha ricordato – in cui un premier europeo, nella luterana Danimarca, intende abolire il plurisecolare “Grande giorno della preghiera” – che esiste dal 1686 – per potere incrementare il budget per gli armamenti con un giorno di lavoro in più».

Una logica inaccettabile. «Non è questa l’Europa, che nel 2012 ha vinto il premio Nobel per la Pace per il suo proposito di mai più fare ricorso all’opzione militare». Non bisogna dimenticare la lezione del dopoguerra, con la costruzione dell’Ue. Oggi, invece, «il ripudio della guerra e l’esercizio di una cultura della pace, sembrano essersi sbiaditi». Dunque occorre essere tutti artigiani di pace e da questi nasceranno anche gli architetti di pace. Concludendo, il presidente della Cei ha ricordato: «Educare alla pace è quindi aprire le menti e i cuori all’incontro con l’altro, al dialogo, alla relazione che è fatta di comprensione».

© RIPRODUZIONE RISERVATA «Sono rimasto colpito dal fatto che a Bruxelles una risoluzione che sollecitava l’apertura di un negoziato sia stata bocciata a larga maggioranza. Non è questa l’Europa che ha vinto il Nobel per il suo “mai più”»

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