Macron

Di ritorno dall’incontro con Xi Jinping Macron ha osato dire che l’Europa non deve essere vassalla dell’America e ha ribadito

di Aldo Pirone

Il Presidente della Repubblica Francese
Macron

Parlare di Macron in questo momento in cui la Francia è scossa da una rivolta sociale contro la sua riforma delle pensioni, non è facile. Tuttavia occorre fare uno sforzo di distinzione fra le sue politiche sociali negative, la necessaria solidarietà agli operai e ai lavoratori francesi in lotta e la sua iniziativa in politica estera. Del resto molti governanti europei che in questi giorni hanno giudicato negativamente le sue posizioni verso l’America guardano invece di buon occhio il suo incaponirsi sulla riforma pensionistica sfidando la rivolta sociale.

Di ritorno dall’incontro con Xi Jinping Macron ha osato dire che l’Europa non deve essere vassalla dell’America e ha ribadito – lo aveva già detto – la necessità della conquista dell’ “autonomia strategica”, anche militare, del Vecchio Continente per uscire dalla condizione di vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro dei grandi player mondiali quali Usa, Russia e Cina.

Apriti cielo.

I rimbrotti degli ultras atlantisti di tutti i paesi europei al governo o all’opposizione, soprattutto dell’Est, si sono sprecati. Fra questi quelli dei socialisti che governano la Germania. Non è servito ad arginarli manco la mezza smentita di Macron che ha ribadito la vicinanza strategica europea con l’America mantenendo, però, la sostanza della sua posizione sulla “autonomia strategica”. Il ministro della Difesa tedesco, il socialdemocratico Boris Pistorius, ha bacchettato Macron sul vassallaggio dicendo in proposito: “Ho trovato questa dichiarazione poco felice ma io penso che l’Eliseo abbia già in qualche modo corretto. Non abbiamo mai rischiato di diventare o di essere vassalli degli Usa”. Più sfumata e diplomatica quella della ministra degli Esteri verde Annalena Baerbock, giovedì scorso in visita di stato in Cina. Ha preferito buttarla sulla spinosa questione di Taiwan per raccomandare ai cinesi prudenza poiché un “cambio unilaterale e violento dello status quo sarebbe inaccettabile per noi europei” mentre Macron l’aveva rubricata a fatto locale in cui bisognava che gli europei non si facessero coinvolgere. Per poi sottolineare che “ancora una volta che la politica francese sulla Cina rispecchia uno a uno quella europea”, perché “nelle questioni centrali relative ai nostri interessi e ai nostri valori non è solo che stiamo semplicemente su posizioni vicine, ma abbiamo approcci strategici comuni”. Come se la questione posta dal presidente francese del “vassallaggio” dell’Europa verso gli Usa fosse secondaria o addirittura inesistente.

La visita di Macron a Pechino non era stata vista di buon occhio né a Washington né a Mosca. il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, si era affrettato acidamente a stroncarla. “Parigi – aveva dichiarato – difficilmente può rivendicare il ruolo di mediatore perché è schierata con una delle parti in conflitto. Parigi è inoltre coinvolta in questo conflitto dalla parte dellʼUcraina sia direttamente che indirettamente”. Gli americani erano stati più silenziosi facendo però trasparire la loro contrarietà per poi bocciare senza pietà Macron sulla via del ritorno.

Qualche governante europeo aveva cercato di approvare il viaggio caricandolo dell’intenzione di far prendere le distanze a Xi Jinping da Putin, senza però mettere nel conto che la stessa cosa, e da tempo, i cinesi chiedono all’Europa rispetto agli Usa, senza alcun risultato.

I rimbrotti atlantisti, soprattutto tedeschi, verso Macron hanno reso chiara, come se ce ne fosse ancora bisogno, la debolezza dell’Europa non solo sulla guerra in Ucraina scatenata dall’aggressione di Putin, ma su tante altre questioni strategiche mondiali. Altro che la macroniana “autonomia strategica”.

Sta di fatto che la Cina ha presentato 12 punti come viatico alla trattativa per la pace, mentre la Unione europea intrecciata e sottoposta alla Nato si limita solo a fornire carri armati, aerei, e armi in genere all’Ucraina.

Non sta bene il piano cinese? E perché allora l’Europa non ne avanza uno suo per la trattativa?

Risposta e obiezione in arrivo e già sentita: perché è Putin a non volere la trattativa. Ma questo è un motivo in più per avanzarla, non in meno. Diceva il generale prussiano von Clausewitz che “la guerra non che è la continuazione della politica con altri mezzi”.

Vero, ma allora per cessare la guerra bisogna fare il percorso inverso: tornare alla politica e all’iniziativa diplomatica.

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Aldo Pirone. Vive a Roma