CRONACHE&COMMENTI
…forse deve risalire appropriatamente a Ivan il Terribile
di Aldo Pirone
Putin ha detto più volte di avere come riferimento ideale lo zar Pietro il Grande che, com’è noto, fu nel suo tempo un autocrate riformatore per la Russia. Mise in riga i boiardi, diffuse l’istruzione, riformò la moneta e la burocrazia, modernizzò le forze armate, introdusse la carta bollata nei contratti pubblici e privati, adottò il calendario giuliano, mise la Chiesa ortodossa alle dipendenze dello Stato, fece tagliare le barbe ai preti, agli ufficiali, ai dignitari statali costringendoli a vestirsi all’europea ecc.. Capì che la Russia doveva modernizzarsi per far fronte all’Occidente europeo. Simbolo di questo sforzo di modernizzazione e occidentalizzazione fu la fondazione di San Pietroburgo.
Non sembra che Putin abbia molto a che fare con tutto questo. I suoi continui richiami alla tradizione grande russa, compresa quella oscurantista della Chiesa ortodossa, ma, soprattutto, il suo governo complessivo delle cose russe, mal si accordano con il riferimento a Pietro il Grande.
E’ senz’altro vero che quando l’ex agente del Kgb fu incaricato del potere prese in mano una Russia umiliata, ridotta nei suoi confini di grande potenza, dopo l’implosione dell’Urss e la sbornia, in tutti i sensi, liberal liberista eltsiniana. La prima cosa cui dovette applicarsi è stata la restaurazione dell’autorità dello Stato sui moderni boiardi: gli oligarchi che pur lo avevano portato al potere. Ora li indica al ludibrio del popolo – sono traditori e il popolo russo li “sputerà come moscerini”, ha detto – perché li vede incerti e recalcitranti, non certo per questioni morali, nell’appoggio all’aggressione militare all’Ucraina, ma in tutti questi anni non ha fatto nulla per scardinare il loro potere economico volto solo a far soldi ai danni dei russi. “Non sto affatto giudicando quelli che hanno una villa a Miami o in Costa Azzurra, che non possono fare a meno del foie gras, delle ostriche o delle cosiddette libertà di genere”, dice, senza porsi il problema se quella ricchezza è frutto o meno di uno sfruttamento predatorio delle risorse russe ai danni del popolo, causa della perdurante stagnazione e arretratezza economica del sistema liberista-oligarchico post sovietico.
Nella storia complessa della Russia vi è stato, almeno da Pietro il Grande in poi, un elemento europeo minoritario che ha dovuto confliggere e confrontarsi con l’ “asiatismo”, come lo chiamava Lenin, prevalente nel modo di concepire il rapporto fra cittadini e potere politico e statuale. Il nazionalismo grande russo è frutto in gran parte di questo “asiatismo” per cui i cittadini sono innanzitutto sudditi. Il bolscevismo rivoluzionario e internazionalista di Lenin si pose in antitesi radicale con questa tradizione oscurantista e arcaica.
Non a caso all’inizio della guerra d’aggressione all’Ucraina, Putin disse che quella nazione era stata un’invenzione di Lenin verso cui nutre un risentimento notevole. «Dobbiamo notare – ha osservato Qin Hui, già docente di storia all’Università Tsinghua di Pechino (“il manifesto” 20.3.2022) – che mentre Putin condanna Lenin e i bolscevichi, non dice una parola sull’oppressione dei gruppi etnici o sull’espansione imperiale da parte della Russia zarista e, tra le righe, esprime chiaramente il suo desiderio per l’eredità della Russia imperiale e il suo risentimento per i bolscevichi per averlo distrutto”. Putin è sempre stato, invece, più benevolo con Stalin ricomprendendolo nella tradizione storica della Grande madre Russia, se non altro perché vincitore della Grande guerra patriottica contro il nazifascismo, modernizzatore della Russia con i piani quinquennali d’industrializzazione accelerata e artefice della Russia potenza mondiale. Appare innegabile che la vicenda storica del comunismo in Russia ebbe con Stalin una torsione insieme modernizzatrice e patriottico-nazionalista. Con lui l’ “asiatismo”, tanto aborrito da Lenin, tornò ad avvolgere anche il regime sovietico.
Nei suoi “Quaderni del carcere”, riflettendo sulle vicende della Rivoluzione russa d’ottobre e sulle differenza strategiche fra Oriente e Occidente in cui si trovavano a operare i comunisti, Antonio Gramsci contrappone Lenin a Trockij: il primo “profondamente nazionale e profondamente europeo”, mentre il secondo è “un cosmopolita, cioè superficialmente nazionale e superficialmente occidentalista o europeo”. Ed era Trockij; figurarsi cosa avrebbe potuto scrivere del nazionalista Putin.
Sta di fatto che l’ “asiatismo” è inseparabile dal nazionalismo grande russo rappresentato da Putin che concepisce la grande madre Russia al centro del continente euroasiatico e l’Europa, con la sua imbelle e femminea “democrazia liberale”, come nemica e ostile.
Non è inutile ripetere che l’espansione dissennata della Nato dopo il tracollo dell’Urss ha rafforzato questo sentimento. Mentre l’Europa ha sottovalutato ciò che rigurgitava dallo stomaco dell’orso russo affidandosi bellamente al suo petrolio e al suo gas.
Putin si sente erede della tradizione zarista che con il comunismo bolscevico – che per Lenin era erede “della somma delle conoscenze che l’umanità ha accumulato sotto il giogo della società capitalistica, della società dei proprietari fondiari e dei burocrati” – non ha nulla a che fare. E neanche con il socialismo europeo.
E manco, per essere precisi, con l’autocrazia zarista di Pietro il Grande. Se proprio vuole darsi degli antenati, forse deve risalire più appropriatamente a Ivan il Terribile.

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it
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