mariaelenaboschi strana 350 260

mariaelenaboschi strana 350 260di Daniela Mastracci – Ieri ho ascoltato il ministro Boschi a Frosinone. Mi vorrei soffermare su alcuni passaggi del suo discorso. La Boschi sottolinea l’importanza del referendum costituzionale, sostiene che sia decisivo e chiama i cittadini a partecipare e ovviamente a votare SI. Perché il governo ha raccolto le firme per il SI? Perché il governo ha promosso i comitati del SI? Anche senza questa iniziativa del governo il referendum ci sarebbe stato ugualmente.
Secondo l’articolo 138 il referendum si indice nel caso in cui una legge di revisione della Costituzione non venga approvata dalla maggioranza dei 2/3 da ciascuna delle due Camere del Parlamento. Quindi intanto il referendum non è un merito democratico del governo, bensì una prassi già prevista dalla Costituzione. Il governo non può intestarsi il “merito” del referendum.
Inoltre il referendum è oppositivo e non confermativo: si chiede il voto agli elettori per, eventualmente, abrogare, parzialmente o totalmente, una legge (art. 75).
Nel caso specifico il quesito referendario suona così “Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?”

I comitati per il SI sono una forzatura

Si chiede se noi cittadini approviamo oppure no. Se vincessero i NO la legge verrebbe abrogata; viceversa la legge passerebbe e sarebbe varata. Tutto sommato gli stessi comitati per il SI sono una forzatura della lettera dell’articolo 138.
Come già detto, si invoca la partecipazione dei cittadini: siamo tutti chiamati a partecipare alla promulgazione della riforma! Addirittura si dice che in tal modo saremmo tutti “madri e padri costituenti”! Come se un SI o un NO su una legge che, di punto in bianco, modifica 47 articoli della Costituzione (e qui davvero il governo ha mantenuto le promesse di “velocità” e tempismo!) significasse elaborarla e scriverla, nonché approvarla, tutti noi elettori assieme! Quasi quasi una democrazia diretta costituente? Bello se non fosse falso: non abbiamo scelto gli articoli da modificare, non li abbiamo discussi, non li abbiamo elaborati né scritti. Stiamo soltanto fermando oppure sdoganando una riforma che dire multipla è poco, riforma che ha già fatto il governo. Facile poi sarebbe il confronto con l’ultimo referendum, quello di aprile sulle trivelle, quando lo stesso governo che ora chiama al voto, e per il SI, aveva consigliato il mare. Suona polemico? E’ un invito alla riflessione più che altro, perché il referendum non può essere uno strumento nelle mani del governo di turno: è uno strumento di democrazia diretta, dei cittadini e per i cittadini.
Risuona poi la trita evocazione di semplicità, efficienza, tempestività, certezza dei tempi di emanazione delle leggi… (consigliamo la lettura del nuovo articolo 70!)

Andare veloci verso dove?

Intanto mi chiedo: andare veloci verso dove? Cambiare in vista di che cosa? La parola “riforme” può sembrare rassicurante: sembra alludere a scenari di miglioraPRC NOmento, di soluzione dei problemi, di qualità della vita recuperata, e per tutti. Ma chi usa “riforme” oggi, soprattutto se accompagnate a “velocità”, sta avallando un pensiero non detto, o meglio, nascosto proprio dietro parole che seducono perché lasciano come presagire “cose buone”: non dobbiamo restare ancorati al passato (il futuro è meglio per definizione? Chiedersi “quale” futuro è già ristagno nella palude e quindi impedimento alla marcia trionfante?), non dobbiamo essere conservatori (male assoluto?), non dobbiamo essere “dinosauri” (rischiamo una nuova estinzione?). Questi “non” fanno pensare che si voglia togliere zavorre che pesano sulla vita delle persone e che perciò non fanno risolvere i problemi. Dobbiamo tutti essere come il “leone” di Nietzsche? Dobbiamo scrollarci di dosso il peso del passato? Ma se andiamo a guardare di quale passato si parla, forse ci renderemmo conto che quel passato era già una “cosa buona”, il problema semmai era attuarlo con coerenza e pienezza: erano diritti e tutele, erano un lavoro come diritto e un lavoro come dovere della repubblica (articoli 1,4,36); erano scuola pubblica e superamento degli ostacoli a che tutti potessero andarvi e diventare (perché non lo siamo già per natura!) cittadini consapevoli e eguali (in quanto a diritti sociali, intendo, visto che eguali politicamente dovremmo esserlo per principio!); erano sanità pubblica; erano acqua pubblica (referendum 2011: che fine ha fatto? In quel caso la partecipazione e il voto dei cittadini erano un optional?). Erano tante cose. Se questo è il passato di cui liberarsi chi si sta liberando? I cittadini? Che senza questo passato stanno meglio? Oppure si liberano i “poteri forti”? che rapporto ha la parola “riforme” con la Finanza internazionale? Con un’austerity che comprime la spesa sociale? Che taglia e chiede “sacrifici”? e questi sacrifici riportano in un qualche equilibrio le disparità economiche? Oppure le diseguaglianze socio-economiche stanno crescendo?

 
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Di Daniela Mastracci

Daniela Mastracci.Sono nata l'11 marzo del 1970 e insegno nel Liceo Scientifico del mio Comune, Ceccano. Sono Prof e Mamma di due figli che mi crescono intorno mentre scopro che mi piace scrivere.

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