di Valerio Ascenzi – Riflettendo sul prossimo referendum di ottobre e sulle ragioni che ci spingono a votare e a far votare no, credo che i motivi per cui una riforma di questo genere non debba passare sono semplici: la “deforma” costituzionale reziana, rappresenta una rozza involuzione democratica, dal sapore demagogico. Dietro i tagli promessi dal governo si cela – neanche tanto velatamente – la volontà di portare l’orologio indietro di oltre 15 anni, dato che si sta tentando di modificare nuovamente gli articoli della costituzione a cui abbiamo già messo mano nel 2001. All’epoca fu il centrosinistra – ricordate? Era in carica il Governo Amato – a sostenere la modifica costituzionale del Titolo V, attraverso un referendum fu vinto per una manciata di voti). La scusa è quella che non possiamo perdere l’occasioni di superare il bicameralismo. Le promesse poi, arrivano a prospettare scenari in cui l’Italia sarebbe maggiormente in grado di combattere il terrorismo. La maggior parte degli attenti lettori dei quotidiani, che hanno seguito l’iter riformista, sta ancora ridendo.
Siamo chiamati a confermare una legge costituzionale che muta profondamente l’assetto della costituzione e, checché ne dicano i sostenitori che quali minimizzano parlando solo del taglio dei costi della politica, ci sarà un taglio della democrazia. Se si è trattato solo di creare il monocameralismo, non si comprende perché sono stati toccati ben 47 articoli della Costituzione vigente: 13 sono stati riscritti per intero, 32 sono stati modificati e 2 soppressi, fatta eccezione dell’art. 48 (Ordinamento della Repubblica).
Sarà un balzo all’indetro
Torneremo in dietro di oltre quindici anni dicevamo, per riaccentrare i poteri in seno ai vertici dello Stato. Sul finire della XIII legislatura, riuscimmo ad allargare i “momenti decisionali” e di democrazia, dando maggiori responsabilità e poteri legislativi alle Regioni e agli enti decentrati. È un disegno preciso che vede un nuovo accentramento dei poteri attraverso l’abolizione delle Province, una modifica profonda delle Regioni, una legge elettorale – sulla quale torneremo in seguito – che in nome della governabilità finirà per esautorare anche la Camera dei deputati da quelli che sono i suoi ambiti di intervento.
Potremmo essere anche d’accordo con il presidente della Repubblica Mattarella, quando dice che la pluarlità, il confronto e la sintesi tra diverse idee e opinioni portano alle migliori soluzioni. Ma è la democrazia così intesa, a non essere nel Dna di questo governo: Renzi e i suoi collaboratori, è ormai palese, stanno mettendo in atto un programma che non è quello del Pd, non sarebbe mai stato accettato dal centrosinistra. D’Alema stesso – non un cinquestelle – lo ha detto a gran voce: è il programma di Berlusconi.
Credo che l’Italia intera abbia capito. Nonostante il caldo di questi giorni che annebbia i neuroni: non ci si può accontentare di una rozza involuzione democratica e farla passare per una riforma epocale. Soprattutto non accettiamo di veder paragonata miss Boschi a Nilde Iotti.
Il rischio però è quello che, dopo anni di immobilismo berlusconiano, ai cittadini disorientati, potrebbe paradossalmente risultare accettabile qualsiasi riforma, piuttosto che nulla. Voglio ricordarvi che una riforma costituzionale simile la propose già nel 2006 Berlusconi. E perse il referendum con il centrosinistra che inneggiava al colpo di stato, che chiedeva alla popolazione di difendere la costituzione.
Accontentarsi di una riforma qualsiasi però sarebbe un pericoloso modo di ragionare che andrebbe scongiurato, utilizzando sempre e solo argomentazioni sul merito di ciò che questo pasticcio va a ledere, non di certo a migliorare. Esortando i lettori ad informarsi, vorrei però anche sottolineare che il primo a personalizzare il referendum sulla sua figura, è stato proprio Renzi, il quale dopo aver visto i sondaggi usciti dopo le sue dichiarazioni da spaccone – “Se vince il NO, mi dimetto – ha preferito ritirarsi con un: “Se vince il NO, resto”.
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