italicum 350 260di Daniela Mastracci – Italicum: più “riforma” della “riforma” della Costituzione. Partiamo da un assunto semplice che possiamo considerare autoevidente: sono sovrano se comando; sono sovrano se la mia volontà vale come legge. Chi è il suddito? Se il popolo è sovrano il suddito è il popolo medesimo: dunque il popolo è sovrano del popolo; non c’è nulla sopra di lui. E come fa ad essere sovrano? La sua volontà deve valere come legge: come? O direttamente o indirettamente ma in entrambi i casi votando. Dunque il popolo è sovrano se VOTA e se il suo voto vale come legge, non manipolato, non veicolato, non aggiunto o sottratto, non moltiplicato, etc. etc. L’ implicazione del primo articolo della Costituzione è perciò chiara: una legge elettorale a suffragio universale, maschile e femminile, e proporzionale. (art. 1 e art. 48, Costituzione della Repubblica Italiana)
Non siamo giunti a tale risultato con facilità e velocemente: la storia si muove lenta e conflittuale. La strada percorsa è schematicamente riassumibile nella dialettica tra pensiero liberale e pensiero democratico che prende avvio teoricamente nell’Illuminismo ed effettualmente nel corso della Rivoluzione Francese. Si tratta di intendersi sul diritto di voto: censitario, da una parte; universale, maschile, dall’altra. E questa dialettica non è venuta meno, nemmeno dopo l’istituzione del suffragio universale maschile e femminile. Anzi il punto è che la storia sembra ammiccare ad un ritorno indietro: se non formale (scoppierebbe la rivolta -?-), sostanziale, nel senso che si restringe il potere effettivo degli elettori mediante leggi elettorali che “utilizzano” in un qualche modo i voti, li pilotano in una certa direzione (capilista bloccati), li sommano e li moltiplicano, come nel caso del premio di maggioranza. In tal modo il voto dei singoli elettori non vale di per sé, ma viene pre-inserito in una modalità interpretativa che ne distorce la reale rappresentanza popolare: il voto di ciascuno non è più uguale al voto di ciascun altro; il voto di chi ha votato la lista “vincente” vale di più del voto di chi ha votato le liste “perdenti”. Questo perché chi vince, vince di più; premiati dal premio di maggioranza, chi vince ottiene cioè un numero di seggi in Parlamento sproporzionato al numero effettivo di voti, e cioè al numero effettivo degli elettori. Il principio democratico “una testa, un voto” viene meno; e con esso viene meno il principio costituzionale del voto sovrano, universale ed eguale.
Risuona, in tale modalità di attribuzione dei seggi, un vecchio mantra di ottocentesca memoria, riportato però in auge dai “pensatori” neoliberisti alla Hayek e dal Neoliberismo, da quelli avallato e sottratto al consenso popolare: impensabile affidare la cosa pubblica alle masse incolte ed emotivamente instabili; impensabile, soprttutto, affidarla alle masse economicamente deboli che sovvertirebbero il sistema economico capitalista, se potessero votare equanimemente rispetto alle elitès ricche: è chiaro che il peso dei loro numeri, sono la maggioranza della popolazione, è maggiore di quello delle elitès, e quindi queste sarebbero in pericolo. Un ragionamento semplice. Banale direi. Ma ideologicamente fortissimo, e talmente di parte che la parte in questione, quella delle elitès, come poteva non abbracciarlo e condividerlo? Specie dopo qualche decennio di democrazia a suffragio universale e politiche keynesiane che avevano pur dato dei grandi risultati proprio a quelle masse povere che per decenni avevano perseguito giustizia sociale?
Se questo ragionamento ha un fondamento di ragionevolezza, si spiegherebbe il perché l’Italicum è davvero un problema connesso a doppio filo con la “riforma” della Costituzione, ma in un senso più profondo di una “riforma” che esso stesso sarebbe, anche senza riforma della Costituzione: perché mina il fondamento democratico universale ed egualitario del voto e quindi i principi stessi della Costituzione; avalla la deriva neoliberista di un suffragio distorto: non specchio reale dell’elettorato, ma una dispercezione che, come una lente di ingrandimento, ingrandisce una parte, evidenziandola spropositatamente e, di converso, mettendo in ombra altre parti, che restano “piccole” laddove la lente fa focus altrove.

 
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Di Daniela Mastracci

Daniela Mastracci.Sono nata l'11 marzo del 1970 e insegno nel Liceo Scientifico del mio Comune, Ceccano. Sono Prof e Mamma di due figli che mi crescono intorno mentre scopro che mi piace scrivere.

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