pettirosso 350 260

pettirosso 350 260di Sara Ceccani* – -Senti…avresti mica una matita?- chiese con aria timorosa la ragazzina che sedeva davanti a lei. Si era voltata forse per la prima volta, e Jenny notò che aveva degli occhi blu particolarmente blu. Più blu, del blu oltremare del suo mangiadischi.
Non le capitava spesso di dover sorreggere e corrispondere lo sguardo di qualcuno quand’era a scuola. Quella era Ruth, compagna di classe dalla prima elementare oramai, e a malapena si ricordava di come fosse la sua faccia.
Jenny non guardava troppo spesso le facce della gente, perché le trovava sempre un po’ distanti. -Allora, ce l’hai una matita?!-. All’incerto tono di Ruth si era aggiunta una nota di seccatura e fastidio. Jenny si accorse di esser rimasta per un po’ troppo incastrata tra la pupilla e l’iride della compagna. E si ricordò che alla gente non piace essere osservata.
-…si-. Gliela tese, si strinse nelle spalle. I suoi scarponcini di cuoio marrone le morsicavano i piedi, dall’alluce al collo, percuotendoli con mille pizzicorii, come ogni volta che si trovava lì, tra la gente.
Lei preferiva starsene da sola, traversare la lunga, serpeggiante, strada verde per casa sua, di ritorno da scuola; lei, e il vento tra i suoi corti capelli neri, il suo passo placido, una qualche musica impalpabile, spirata lì dal vento, dai pensieri, i suoi scarponcini di cuoio marrone ai piedi. In quei momenti, sì, che erano davvero comode quelle scarpe, così silenziose che sembravano sollevarla da terra, che quasi non se le sentiva più indosso. Le fibbie mollavano la morsa, e gli alligatori che le giravano intorno ai piedi quando se ne stava seduta al suo banco, con le gambe penzoloni nelle loro fauci, scomparivano. Al loro posto, uno stormo di uccelletti veniva fuori dal cemento, portandola in alto. Quei momenti, erano molto belli in primavera. E anche a Febbraio, in quei momenti era primavera, pure coi fiori di brina e il cielo di marmo. A volte le veniva da pensare quale fosse quella catena che la teneva ancorata quand’era fra gli altri… e volando poco più in alto col pensiero, provava ad immaginare come sarebbe stato bello, se i ragazzini della sua età l’avessero vista, così brava a svolazzare e fluttuare, a mangiarsi il vento e il sole.
Un giorno, su quella strada, fu forse un vecchietto? Sì, probabilmente un vecchio fatto di denti ed ossa, a dirle: -Vola piccolo pettirosso, sarà questo tuo petto insanguinato a darti la felicità. Nel dolore cerca la felicità-.
Capì. Era lo stesso sangue che attirava a lei gli alligatori che l’annusavano a plasmarle quelle ali e portarla lontano. Lo stesso sangue che perdeva a darle colore. Capì. Che per la ricerca della felicità non doveva cambiare strada, ma era quella stessa che percorreva ogni mezzodì.
Capì, e realizzò in un sorriso sgangherato, che lo sgangherato e lo sbilenco, che si fan burle del rigore, rendono senza dubbio il proprio mondo meno simmetrico come più inavvicinabilmente bello.

 
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