
di Aurora Marrocco* – Come ogni mattina il treno delle 6:43 diventa delle 7:10, luoghi comuni sull’Italia non così infondati dopotutto, si sale, una veloce occhiata e il primo sedile vuoto è il mio, inizia così l’avventura…
Prima cosa fondamentale: trovare la posizione più comoda ovvio! Semplice direte voi, tutt’altro, bisogna trovare quella adatta per evitare un piede in cancrena o peggio, un torcicollo doloroso! Dopo tentativi su tentativi si riesce e stare davvero comodi, si diventa un tutt’uno con il sedile; cuffie nelle orecchie, sguardo al finestrino e si parte.
I primi dieci minuti sono quelli più brutti, ti senti un estraneo in un luogo del tutto sconosciuto, è solo dopo che arriva il bello…lo sguardo si sposta sulla destra, un signore di mezza età, brizzolato e dalla folta barba, una valigetta di pelle nera, probabilmente molto costosa, sulle cosce, ben vestito e con un basco grigio sulla testa; chissà dove sarà diretto, in ufficio forse, magari è un medico, deduco dallo stetoscopio che sporge dalla valigetta, uno di quei medici del cuore grande, pediatra per l’esattezza, da l’idea di una persona rassicurante, protettiva, sempre pronto a regalare una Rossana ad ogni mini-paziente.
Prima fermata, “stazione di Ferentino” annuncia la fredda voce robotica, sale solo una ragazza, avrà più o meno la mia stessa età, gli occhi un po’ arrossati, avrà pianto, penso, problemi di cuore? Probabile, guarda spesso il cellulare che tiene fermamente nelle mani, come in costante attesa di un messaggio…lo schermo si illumina, un SMS! Il suo sguardo si abbassa per leggere, un attimo di attesa e scende rapida una lacrima dal suo viso; bah, uomini… penso io.
La playlist del mio telefono è quasi arrivata a metà; parte “Rude” dei The Magic, quanti ricordi, senza rendermene conto volgo lo sguardo fuori dal finestrino, partono così una moltitudine di immagini fisse nell’album dei ricordi della mia testa, il ricordo di un’estate passata, i raggi del sole che scaldano la pelle, il vento leggero che muove i capelli, lo scroscio delle onde del mare, ahh…
Dlin dlon, “stazione di Valmontone”, annuncia di nuovo la guastafeste, si torna alla realtà.
Nel sedile dietro il mio c’è un bambino, sette anni circa, nel sedile vicino quella che probabilmente è la mamma, con lo sguardo stanco; chissà che peste che dev’essere il figlioletto, all’apparenza tutto calmo mentre sfoglia il suo bel libro illustrato, ma come suol dire l’apparenza inganna, faccia da angelo, cuore da diavolo.
Ormai quel vagone ad essere sempre più familiare, sembra quasi di essere a casa, ogni persona con la propria vita, una storia, degli affetti, eppure in quei momenti sembra di conoscersi l’uno con l’altro, accumunati in realtà da un piccolo vagone di treno. Un semplice viaggio di un’ora può diventare così avvincente, curioso, basta solo lasciar libera la mente ed abbandonarsi alla fantasia.
La playlist è quasi giunta al termine, la stazione della città eterna è moto vicina, arriva un messaggio, “buongiorno” e un cuore rosso a seguire, “sedici anni e già a parlare d’amore” beh, qualsiasi cosa sia fa stare così bene, tanto da migliorarti un’intera giornata con un semplice click.
Il tempo di rispondere al messaggio con tanto di cuoricino, uno sguardo all’orario… cavolo! È tardissimo! “Stazione Roma Termini” , mai stata tanto felice di ascoltare quella brutta voce, tiro un sospiro di sollievo e via che si parte.
Arrotolo frettolosamente le cuffie, mi alzo, le porte si aprono con la loro solita lentezza e termina così un’altra delle tante avventure, a domani, stessa ora, stesso posto.
*Aurora Marrocco,
liceo Artistico A. G. Bragaglia FR
classe III B
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