
di Beatrice Sisti* – E’ vero, la pittura è una professione da cieco, ma perché proprio la pittura? Perché essa è l’arte, essa è vita, è l’anima di un pittore devastato dal mondo che lo circonda.
La mia pittura nasce quando riesco a scoprire ciò che realmente sento, ciò che il mio cuore mi sussurra.
La pittura è passione per i costumi, per le credenze che ripercorrono sulla società e sulle usanze di essa. La mia passione attuale è quella di amare una persona cosi diversa dal mio mondo di comuni ciechi che mi porta ad essere curiosa del suo modo di dipingere la vita. Le su pennellate leggere e bizzarre che farebbero sorridere chiunque.
Lui è il colore che rende vivo il mio animo da pittrice e per questo ritengo sia giusto scrivere di lui e descrivere le molteplici sfumature di un artista che ha appena terminato di adornare la Cappella Sistina: è un’anima vivace di origini musulmane con una storia che lo circonda, un dipinto che non conosco nel dettaglio; un’opera che lo ha reso più forte e più aperto verso altre tecniche, altri pittori, nuovi pensieri e movimenti artistici.
Da padre americano e da madre pakistana, è riuscito a combinare un mix di pensieri e tradizioni molto differenti tra loro; ha avuto la possibilità di esprimersi in America, dove è nato ed è cresciuto per i primi tredici anni della sua vita.
La morte del padre lo ha devastato, non so come, non so dove, non so quando, ma posso immaginare il terrore che lui abbia provato e che abbia percosso le sue tele e la sua anima artistica, che lo ha riportato nel suo vero paese di origine, in inglese diremmo “Where he belongs”, ed è li che vive da dieci anni a questa parte.
Mi ha descritto il Pakistan come un vero dipinto di Michelangelo: è la meraviglia del mondo, è la natura ed il colore che si espande su ogni paesaggio ed angolo di cielo.
E gli brillavano gli occhi quando mi parlava della sua terra, della sua pittura che non abbandonerebbe mai.
E mi sono innamorata di essa, dei suoi occhi castani che esprimono il suo mondo; del suo splendido sorriso che è una bellissima tavolozza di colori, della sua pelle dorata che mi ricorda la sabbia del deserto; le sue mani morbide e leggere che sfiorano i pennelli nell’indecisione di quale utilizzare per il nuovo dipinto; i suoi capelli bruni cosi diversi di giorno in giorno.
La mia pittura è lui, è descrivere la sua anima, la sua bellezza meravigliosa, il suo essere diverso, la sua tecnica emergente, cosi dolce e delicata, cosi stranamente solare in ogni momento.
Il suo corpo mi ispira, le sue forme decise, le sue spalle che sembrano essere state scolpite per raffigurare un Dio greco.
E la sua voce, una vera sinfonia che mi accompagna durante le mie migliori opere d’arte.
E la paura di quei luoghi, la paura che la mia diversità possa essere malintesa; la paura della guerra che circonda quella grande opera divina è svanita ogni volta che la sua pittura mi ha rassicurata, la sua voce mi ha cullata tra le sue braccia possenti, che mi sussurrava che nessuno potrà toccarmi o farmi del male, che mi proteggerà come un pittore fa con le sue splendide e preziose opere.
L’amore per la sua cultura ha condizionato la mia pittura; quei vestiti e quei gioielli meravigliosi che invidio e che desidero indossare. Quel desiderio di imparare da lui, imparare la sua arte, la sua pittura; quella passione sfrenata per lui che mi spingerebbe a sposare la sua opera più bella, quella che mai ha pennellato, quella che fa parte di lui da quando è nato, da quando ha pianto per la prima volta in questo mondo ostile.
Perché Picasso mostra una grande verità, perché la vera arte è ciò che si sente davvero, è ciò che i nostri occhi vedono nel mondo oscuro, è la luce che illumina il buio di una vita senza fine.
*Beatrice Sisti 4B Liceo Artistico A.G. Bragaglia
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