paternitàdi Irene Panici* – All’improvviso la porta si aprì, e il tempo accelerò. Non ebbi nemmeno il tempo di formulare nella mia mente falze speranze, perché il volto del medico diceva già quello che per ore ho pregato non succedesse.
“Signore, mi dispiace, ma..”
No, no, per favore, no. Fermate il tempo, mandatelo indietro, non voglio sentire nulla.
“Il bambino si è salvato, ma sua moglie purtroppo non ce l’ha fatta.”
Mente. Sta mentendo. È tutto uno scherzo. Mia moglie è viva, torneremo a casa insieme a crescere nostro figlio. Insieme, come le avevo promesso.
“L’emorragia è stata troppo fatale, abbiamo fatto il possibile.”
Ti prego fermati, non continuare a parlare, ridammi solo mia moglie.
Le lacrime arrivarono come un’ondata di lava bollente e gli occhi pizzicavano, ma non ebbi la forza di sbattere le palpebre. Restai in piedi, davanti al medico. Sapevo che se avesse fatto il possibile sarebbe stata viva.
“La lascio solo.” Disse il medico, con quella sua espressione di finto rammarico.
Non le importa di lei, non le importa di Amanda e del fatto che sia morta.
Non proferii parola. Fissai il vuoto, senza forze.
Passò molto tempo, non so esattamente quanto, ma passò. In piedi, con le gambe indolenzite, a guardare la stanza dove giaceva mia moglie e il mio bambino. Lo stesso bambino che aveva fatto morire Amanda.
Lo odiai, per un attimo.
Dopo molto tempo mossi le gambe, con una forza che credevo impossibile. La vidi, sotto un telo bianco, immobile, con vicino il mio bambino in una culla rigorosamente blu. Ho sempre voluto un maschietto. Ma non così, cavolo, non così.
Amanda svegliati, ti prego, non ce la faccio da solo. Eri tu quella coraggiosa, non io. tu prendevi le decisioni. Io ero la tua spalla, eravamo una squadra. Entrai nella stanza, impotente e sfinito. Mi avvicinai a lei ma non mossi il telo, non ne ebbi né il coraggio né la forza. Mi sedetti su una sedia e piansi, piansi come non avevo mai fatto. I singhiozzi si facevano sempre più forti, avevo finito le lacrime, ma continuavo. Fatemi morire qui, vicino a lei. Non chiedo altro, voglio raggiungerla, vi prego.
Sentii i dottori parlare fuori la porta e li odiai ancora di più. Come avevano la forza di parlare?
Fu un verso a distrarmi.
Mi girai di scatto e lo vidi di nuovo. Lo avevo completamente dimenticato. Piangeva anche lui.
Lo avevo fatto io. era mio figlio, e non ero sicuro che sarei riuscito a crescerlo da solo. Come avrei trovato le forze per dirgli che sua madre è morta?
Mi avvicinai. Lo presi in braccio senza pensarci, mi sembrava la cosa giusta da fare. Smise di piangere.
“Ehi, piccolino.” Gemette, e lo strinsi ancora di più. Notai che lo avevano cambiato, dovevo essere stato molto tempo a piangere. Aprì gli occhi, e riconobbi subito il colore. Verdi. Come i suoi.
Scese un’altra lacrima, forse di felicità, questa volta. Non avevamo nemmeno deciso il nome. Ad Amanda piacevano le sorprese. Lo cullai, e si mise subito a dormire.
“Adesso siamo noi due, una squadra.”

*Irene Panici 1°B

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