di Chiara Di Pofi – Sarei stata pronta a giurare di averlo visto camminarmi davanti, a pochi metri di distanza dalla panchina sulla quale ero seduta. Gironzolava con la sua chitarra sotto il braccio destro e aveva la solita, lunga giacca nera. Avevo persino riconosciuto il suo buffo naso, reggente i classici occhiali alle lenti tonde e un po’ troppo ravvicinate tra loro. Tentai di seguirlo, ma purtroppo si inoltrò nella folla prima ancora che riuscissi a fare qualche passo.
Mi rassegnai appena la ragione cominciò a tormentare la mia mente, eliminando man mano quasi ogni traccia di speranza. Cercai di ignorare ciò che la mia testa continuava ad urlarmi contro, ma era una battaglia troppo difficile e quasi impossibile da riuscire a vincere.
Eppure, come riuscire anche solo a pensare di poter rinunciare alla possibilità, seppur davvero minuscola e sbiadita, che fosse proprio lui?
D’un tratto il flusso dei pensieri venne bloccato dall’acuto fischio annunciante la partenza del mio treno. Esitai un po’, ma una parte di me -ahimé, la più grande- mi “costrinse” a salire sul vagone.
Me ne pentii appena partita, pensando al rimorso che mi sarei portata avanti per chissà quanto tempo… evitai di pensarci.
Arrivata a casa, mi affrettai a raccontare tutto a mia madre, che diede la sua solita risposta. Secondo lei, ogni adolescente prende ispirazione da un “mito”, generalmente un personaggio famoso, arrivando quasi ad innamorarsene. Quindi, sempre secondo lei, era normale, o quasi, confondere una qualunque persona con una che vorremmo fosse al suo posto.
Cedetti, dandole ragione, ammettendo la mia distrazione.
“Uff, ero frustata dal dubbio…”
Avrei preferito una delusione secca e indiscussa, a quell’agonia!
Poi cominciai a chiedermi se fossi davvero innamorata di un uomo che non avevo neppure conosciuto di persona. E che, anzi, era morto prima della mia nascita, in quel lontano 8 dicembre del 1980, preceduto da quarant’anni nei quali aveva insegnato tante cose e sui quali principi si basavano i miei. Eppure avrei voluto chiedergli talmente tante cose ancora… confrontare le mie idee con le sue, suonare insieme… rotolare seminudi su un prato, solo per sentirne la freschezza, assaporarne l’odore -per quanto possibile- ed ammirarne i colori.
Ero convinta di conoscere poco e niente di quell’uomo tanto meraviglioso e sentivo l’assoluto bisogno di saperne di più. Una sete che continuava a seccare la mia gola giorno dopo giorno, ed io che tentavo inutilmente di “saziarmi” con qualcosa che potesse sostituirlo.
Ormai erano passati anni ed ogni 9 ottobre “festeggiavo” il suo compleanno, così come, ad ogni anniversario di morte, vestivo di nero, negandomi ogni tipo di piacere.
Di colpo mi ritrovai a piangere, piegata in due dal dolore e dall’impotenza. Non potevo, né volevo, smettere di amare le sue idee, la sua voce, il suo naso e le sue scelte, anche se sbagliate.
Triste e amareggiata, mi lasciai cullare dalla sua musica, iniziando il repertorio con una delle mie canzoni preferite… “In Spite Of All The Danger”, composta durante i suoi anni d’oro, quando ancora rappresentava i Beatles.
Rimpiango di non averti vissuto e di non avere mezzi per lasciarti andare via,
oh caro John.
Racconto di Chiara di Pofi classe 3B liceo artistico A.G. Bragaglia
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