
di Donato Galeone – Le crisi aziendali si moltiplicano e si perde lavoro.
Siamo a metà di ottobre 1976 e accolto l’invito rivoltomi da CGIL-CISL-UIL per commemorare i 30 anni dalla scomparsa di Achille Grandi, precursore della unità sindacale dei lavoratori, nel basso Lazio e nella Provincia di Frosinone. Con il moltiplicarsi delle aziende in crisi non solo la DC è colpita dalla perdita di consenso elettorale del 20 giugno ma neppure gli altri Partiti sostengono l’azione dei Sindacati dei lavoratori che perdono, giorno dopo giorno, centinaia di posti di lavoro. Il Governo, guidato da Giulio Andreotti tenta di rilanciare l’economia nazionale ma emerge sempre di più nel Paese e nella nostra Provincia, sia tra gli operatori economici che nel movimento sindacale e nelle istituzioni locali sul “come” gestire la ripresa economica – in assenza di una politica industriale ed oltre l’uso comune del parlare di ristrutturazioni e di riconversione dell’apparato produttivo.
Da “IL TEMPO” in cronaca di Frosinone è resa pubblica una mia lunga intervista nei giorni 15 e 17 ottobre 1976 che entra nel merito della “CRISI, RICONVERSIONE E RIPRESA ECONOMICA”.
E all’ampia domanda “sulla ripresa economica e la sua gestione” così come “sulla riconversione produttiva e la ristrutturazione industriale” apparve necessario quanto urgente una svolta qualificante del nostro sistema economico sostenuto da un indirizzo del programma economico e sociale del Governo.
Fu questa la mia prima risposta di contesto generale ed aggiunsi che alla domanda politica si integrava l’impegno delle parti sociali – se volevano contare in una società democratica – per favorire e poi verificare quell’indirizzo di programma economico del Governo “esercitando un loro specifico ruolo autonomo che poteva essere sempre più determinante per l’avvio di una democratizzazione dell’economia” .
Alla domanda sul “come” intervenire per la ripresa produttiva nel basso Lazio e nelle nostre aree e nuclei ASI in declino industriale quali potrebbero essere i livelli politici ed operativi, rispondevo che “era mia convinzione, per essere vincente la politica economica di un Governo, il conoscere quale verso dare alla riconversione degli apparati produttivi nel contesto di una politica industriale, competitiva nel suo complesso, entro cui indirizzare il nostro sviluppo economico”.
Si trattava di tenere presente la reale faccia del nostro Paese, del basso Lazio e della Provincia di Frosinone; del notevole sottosviluppo del Mezzogiorno e delle aree depresse del Centro Nord non valutando residuale il settore agricolo-forestale anche con l’utilizzo delle sue fonti energetiche rinnovabili.
Si trattava di intenderci, condividere e dare contenuto alle parole una volta delineati gli obiettivi che si volevano gradualmente raggiungere attorno a proposte concrete, verificate e praticabili, nei tempi politici ed operativi certi.
Tempi favoriti, peraltro, dall’utilizzo mirato e coordinato dei mezzi finanziari incentivanti le ristrutturazioni aziendali o le riconversioni produttive, auspicando, momenti unitari di azioni, partendo dai luoghi di lavoro e dai settori produttivi – coordinati per territori del basso Lazio – quale “luogo economico” che realizza le interdipendenze ed il riequilibro tra gli stessi settori produttivi (industria, agricoltura e servizi nella dimensione provinciale e regionale). Alla domanda non localistica ma di “territorio luogo economico di sviluppo” aggiunsi che “il territorio nella sua realtà comprensoriale, regionale e provinciale, è la dimensione ed il livello politico-operativo più valido e concreto, capace di correggere localismi e invertire – se necessario – una spontanea ripresa fine a se stessa che, spesso, non promuove sviluppo economico, riequilibrato anche con nuovi insediamenti produttivi e neppure assicura lavoro vero in quelle imprese da ristrutturare o da riconvertire”.
Il territorio luogo economico di sviluppo
Perché ai livelli territoriali è certamente più visibile il “toccare con mano il polso dei livelli di occupazione veri” con il favorire anche una possibile mobilità occupazionale che potrebbe avviare il contenimento delle risorse di Cassa Integrazione, non sempre funzionali alle ripresa del lavoro, in misura maggiore, nei settori indotti della grande industria entro cui si contano perdite di posti di lavoro e ingressi nelle povertà assoluta al cessare del sostegno al reddito cassaintegrato.
E alla domanda conclusiva dell’intervista sull’utilizzo dei mezzi finanziari per la riconversione industriale, in quali misura e condizioni – politiche ed operative – per superare le crisi di aziende in corso di chiusura e di altre che minacciavano licenziamenti fu questa la mia risposta che, lontana nel tempo, appare attualissima, nei suoi contenuti, anche nel 2014.
La riporto integralmente con quelle stesse parole scritte circa 40 anni fa: secondo una mia valutazione, che può considerasi soggettiva, se il Governo Andreotti dovesse risultare debole o ritardare, nei fatti, le scelte di politica economica o meglio, se il Governo non definisse un preciso orientamento di politica industriale per settori produttivi, la riconversione industriale ed il superamento delle crisi di cui si discute nel Paese e nella nostra Provincia risulterebbero non solo parole vuote ma in prospettiva di breve periodo avremo una ulteriore compressione delle nostre già deboli strutture produttive”.
Il mio riferimento era rivolto a quelle aziende che “profittando dell’intervento pubblico hanno organizzato l’attività industriale sulla spinta del momento favorevole, mistificando l’iniziativa o giustificandola appena formalmente e la proposta di riconversione o di ristrutturazione produttiva potrà avere valenza economica, non sofisticata, se l’intervento sarà collegato al rilancio produttivo settoriale di livello nazionale e domanda estera”.
Aggiungevo e sottolineavo che per quelle aziende “fuori da questo quadro organico di riferimento si potrà avere anche una ripresa produttiva limitata azienda per azienda. Ma, in ogni caso, si deve evitare – con il massimo rigore – la facile propensione al salvataggio di incapaci imprenditori, ma molto attivi speculatori di pubblico denaro, nonché, abilissimi esportatori di prodotti industriali verso i quali, sino a questo momento, solo si discute in tema di evasione tributarie”.
Conclusi l’intervista sull’utilizzo del pubblico denaro ritenendo giusto condizionare e proporzionare
l’intervento dello Stato agli apporti finanziari del soggetto economico che è l’impresa richiedente l’intervento mirato alla ripresa o all’ampliamento diversificato della propria base produttiva.
Ed anche perché in questa logica imprenditoriale che è “morale, economica e politica” risulterebbe molto comprensibile l’azione pubblica in favore di iniziative produttive private – più selezionate – verso fini costituzionali sociali – anche dai riscontri sulle preannunciate garanzie di ripresa dell’economia, legata ai “piani di investimenti produttivi”; alla salvaguardia retributiva del potere di acquisto delle famiglie e alla certezza del diritto costituzionale con il lavoro.
Donato Galeone – ex Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio
Taranto, 20 luglio 2014
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