Primarie Pddi Antonio Simiele – Dal sondaggio risulta che molti non hanno inteso di votare per eleggere solo il segretario del PD, come sarebbe stato giusto che fosse, ma anche per designare il prossimo candidato a Presidente del Consiglio. E’ la conseguenza della decisione di far votare, caso unico al mondo, anche i non iscritti. Lo stesso Renzi avvalora quest’ambiguità quando, polemizzando, dice di ritenersi legittimato dagli elettori delle primarie, che non sono il Partito. Se così fosse, dovremmo valutare il valore dei circa due milioni di voti, dati a Renzi, per la poca cosa che sono rispetto a tutti gli elettori italiani.
L’identificazione della figura del segretario con quella del candidato a Presidente del Consiglio è un male. Essa fa aumentare la sfiducia nei confronti dei partiti, accentuandone la crisi; è percepita come voglia da parte loro di un’ulteriore pesante occupazione delle istituzioni, in un momento in cui più netta, invece, dovrebbe essere la distinzione tra i rispettivi ruoli, così come previsto dalla nostra Costituzione. Un partito politico deve avere una visione del bene comune ma rappresenta sempre solo parte della società, mentre è compito del governo di corrispondere in modo equo agli interessi dell’intera comunità, facendo conto sul responsabile agire dei vari partiti. La tendenza a confondere i due momenti è il frutto di una discutibile concezione della democrazia maturata negli ultimi quindici anni, quella che, ad esempio, porta Grillo e Berlusconi a mostrare fastidio di discutere con gli altri e a dire invece senza remore di volere la maggioranza assoluta per governare da soli, che sembra tanto voler sostituire il più profondo desiderio di partito unico in versione modificata per gli anni duemila. E’ la stessa concezione che generò le superficiali considerazioni verso l’affermazione di Bersani che, anche se avesse ottenuto il cinquantuno per cento, avrebbe continuato a discutere con gli altri, una cosa ovvia in una democrazia matura.
Dal sondaggio ricavo altri tre dati con una forte valenza politica. Il primo è che non c’è stata una particolare scelta generazionale o di settori della società. Gli elettori delle varie età e delle diverse categorie sociali si sono spalmati in percentuali simili sui tre candidati. Il secondo è che, tra quelli che hanno votato Renzi, solo il 17% l’ha fatto perché in lui riconosce i propri valori e il 5% perché rappresenta meglio gli ideali del PD; tra gli stessi elettori solo il 22% dice che s’iscriverà al PD e il 59% lo voterà alle prossime elezioni. Il terzo è che il voto proveniente da destra non ha per niente inciso, ma il voto di quelli che si sono dichiarati di centro ha caratterizzato fortemente l’elezione di Renzi. Questo peserà sulla posizione del PD, in previsione di future alleanze? Prevarrà o no l’attrattiva di un centro che ha già detto di preferire l’alleanza con Renzi, a condizione che non ci sia SEL?
Io penso che Renzi abbia fatto bene a mettere sul tavolo le questioni che sono da affrontare con urgenza. Ha sparigliato le carte, creando così le condizioni migliori perché tutti finiscano di tergiversare nella difesa d’interessi di parte, il governo cambi passo e ognuno si assuma le proprie responsabilità.
Non so quale struttura di partito abbia in mente, ma mi convince anche la strada che sembra voglia percorrere, respingendo i condizionamenti interni, per costruire, senza imporre verità assolute, un partito non ideologico che sia, come lui dice, “una comunità di persone con idee e storie diverse ma unite da valori comuni e dall’obiettivo di cambiare l’Italia”. Non può bastare, però, per definirne la posizione politica, la dichiarazione che con la sua elezione non è stata sconfitta la sinistra. Serve che sulle questioni economiche e sociali il PD stia, senza se e senza ma, al fianco del mondo del lavoro e di quella parte del Paese che sta male e non ha un’affidabile rappresentanza politica. Se non facesse questo, il PD non avrebbe ragione alcuna per definirsi di sinistra.
Vitulano, 13 gennaio 2014

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