di Sara Ceccani – Guardo quella bambina, quella carne giovane. Ha i seni rigonfi di latte, il sorriso stanco, i capelli scompigliati, dimessa. Nessuno la desidererebbe mai, eppure tutti l’amano. La figura di una madre fa sentire tutti suoi figli, in fondo, e tutti la desiderano come una madonna. Strapperanno fiori per te, bruceranno candele per te, come tu ti sei strappata via dal nido e bruciata in nome di un’altra vita. Sei ancor quasi rossa per lo sforzo che facesti, eri più rossa tu che il tuo bambino, eri appena nata, poverina, rischiasti d’essere strozzata dal cordone ombelicale che ti si era avvolto intorno.
Sembravi una bestia, partoristi in una stalla, come una madonnina o una vacca. Che non è forse in questa dualità che più è vista racchiusa e cullata l’entità della “madre”? La si desidera col cuore della prima, e col ventre della seconda. Ossa forti, fianchi larghi, un ottimo recipiente, un vaso cinerario, un tempio sacro. Ma tu non sei una vacca, sei un vitellino con le gambe tremanti.
Ti prepararono come una salma per un funerale, tu immobile su d’un letto, impropria del tuo corpo, a patire un inferno di dolori; preparata a prepararti, da mani più esperte, mani di madri sulla tua fronte bollente, a dirti “passerà, questa febbre passerà”, a zittirti le lacrime, a distrarti il pianto in ninne nanne.
Uscì un pianto, un grido alla vita, un’esistenza
Poi le loro mani sulle tue ginocchia di legno, a pronunciare il richiamo alle tue gambe aperte, ad aspettare che l’usignolo uscisse dal suo rifugio. E uscì sangue, e vita, e cose tue, interne; uscì un pianto, un grido alla vita, un’esistenza. Si respirava odore di carne, odore di rosso, e te lo mostrarono, sporco e fragile, un trasparente corpicino di vetro di cui si intravedevano tutti i rampicanti filamenti di vene blu, gli ingranaggi interni di un macchinario perfetto. Piangesti anche tu, disperatamente, non sapesti il sapore preciso di quelle lacrime, ma ti dissero che erano di gioia. Ti dissero che eri felice, che dovevi essere felice. È così che il vitellino stordito diventa una madre. È questo che viene insegnato alle madri, dalle madri: piangere di gioia, patire per l’amore. Le madri sono come gesù cristi, sono tutte dei gesù cristi. Piangono sangue, danno sangue in cambio di carne, tu hai dato un fiore per un seme. Hai smesso d’essere fiore per fare l’ape.
Ti ripulirono, ti vestirono di bianco, e tu rimanesti su un letto, esausta, avvolta da un dormiveglia febbrile. Una madre a vegliare su di te, una madonna, una fertile bestia sacra, non voleva svegliarti, voleva farti rimanere fiore ancora per qualche ora.
Poi te lo misero in braccio, tu immobile, distesa, lui piccolo uovo a respirare sul tuo petto, ad annusarti.
Verranno alla tua stalla come magi, ad adorare più la nascita d’una madre che quella di un figlio, perché senza di uno non esisterebbe l’altro. Perché in fondo, non è così che ci sentiamo? Mai abbastanza figli, mai abbastanza amati, ci serve una madre da adorare come una madonna. Ti porteranno doni e parole, baci sulla tua pancia appena svuotata, sul tuo figlio appena generato. Si faranno piccoli dinnanzi a te, perché le madri le immaginano come cariatidi, donne colonne, portanti, col mondo in bilico sulle loro teste. Alte millemila metri, le guardiamo tremanti dalla nostra bassezza, inermi, impotenti.
E come animali grugniamo, e come bestie ci annusiamo, e baciamo la terra e preghiamo il cielo. Ma mai e poi mai capiremo il perché. E tutto il più grande e irrisolvibile quesito è racchiuso nella vita, per questo preghiamo le madri, per questo le facciamo madonne, perché sono quel che più si avvicina alla figura di un creatore.
Sara Ceccani 4B Liceo Artistico A. G. Bragaglia
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