di Sara Ceccani – “Frammenti” Non ho troppi ricordi di mia madre. La ricordo per piccoli fotogrammi, ma non nel complesso.
Ad esempio, ricordo il suo collo bianco e lungo, lunghissimo, così tanto da farla sembrare uscita da un quadro del Modigliani. E a questo collo erano collegate due spallette corte e inconsistenti, tanto da dar l’idea di potersi spezzare con il gravarvi sopra del peso di un solo sguardo. Eppure, quando mi ci appendevo, mi sorreggevano sempre.
Aveva gli occhi grigi, densi e vitrei, sempre offuscati da una sorta di fumo; le sue pupille erano raschiate dal freddo all’inverno, e imperlate dal sole e dalla malinconia nei mesi più caldi. La cosa che ricordo più di lei, è proprio la sua malinconia, che le scompigliava lo chignon e le sgualciva la faccia, schiacciandole la bocca in quel sorriso triste, in quell’espressione lunga, remissiva.
Forse, il ringraziamento più grande che debbo farle, è proprio quello di avermi educato, inconsapevolmente, o con taciuta intenzione, a saper portare la malinconia, come lei, come quell’ombra grigia che le copriva sempre metà faccia, metà vita, e che si condensava sul suo capo argentandole le radici dei capelli finissimi. Indossava sempre quei vestiti estivi, fiorati e colorati. Le scollature inquadravano quel petto scarno, quei fianchi stretti, quel corpo ossuto, ridotto a cinquanta chili di soli zigomi spigolosi e occhi scuri e cigliati. Quel che non ricordo è la sua voce, eppure mi parlava, mi cantava e mi raccontava, anche se poco, anche se a sussurri.
Ricordo le stanze bianche e luminose dove affettava foglie d’insalata, ascoltava la radio, sedeva muta e stretta a sé sul bordo d’un letto pulito e ben rifatto. O accarezzava il gatto, o leggeva il giornale, o dove mi stringeva cercando di inglobarmi, di farmi entrare dentro di sé, di perforarsi il petto con il mio naso affilato (come il suo) per potermi tenere dentro. Ricordo, un po’ più di altri, un giorno in particolare fra i soliti in cui, sedute in una stanza bianca, solo quattro essenziali mura d’ossigeno, cercava di trovare un pezzo della sua pelle trasparente capace ancora di dare calore, dove potermi posare. Era una ricerca difficile, quasi sempre deludente e avvolta da una patina di silenzio.
Quel giorno, il silenzio lo ruppe, con una voce ancora più rotta, dicendomi: -Ti porto sempre con me -.
Quel presente mi diede più sicurezze di quanto avrebbe potuto darmi un “ti porterò”.
Gli ultimi ricordi che ho di lei, sono i giorni in cui si strinse la testa fra le sue ginocchia secche e ruvide, ricurva su di sé, assumendo una posizione simile a quella fetale. E proprio come un feto, forse in quegli attimi se ne stava racchiusa nel suo utero privato e personalissimo, insonorizzato, la sua piccola cisterna contenente tutte le sensazioni che aveva accumulato. E negli ultimi anni, ne aveva accumulate tante di sensazioni, brutte e meno brutte, forse alcune anche belle. Ma soprattutto il lasciarsi andare, la consapevolezza di dover fare a meno di tutto, e di dover far fare a meno al tutto, di lei. Era questa la sensazione ultima che dovette farsi venire, che si dovette costruire.
E quando si sigillava in sé stessa così, in quell’esatta posizione, sapevo di non doverla disturbare, era coperta, al sicuro sotto la sua placenta, concentrata a godersi gelosamente il suo dolore, elaborarlo.
E ricordo che l’ultimo giorno, le sue pupille grigie si ficcarono nelle mie identiche, pungendole. Poco dopo le furono spente dal tonfo delle palpebre che le sigillarono una volta per tutte.
Ma nonostante questo, sento ancora i miei occhi punti dai suoi, e le mie mani vuote, fredde, seppellite nelle tasche del cappotto. La ricordo a fotogrammi, ad attimi, e forse è giustificabile, dopotutto ho vissuto con lei solo per nove anni della mia vita. Eppure, ho tutti i tasselli della figura.
La verità è che forse non oso assemblarli, perché a quel punto sarebbe tutto finito, da dimenticare.
Impossibile per me che, malgrado tutti i miei anni, non sono, ancora, capace di lasciarla andare.
Perché anch’io, mamma, ti porto dentro sempre.
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