busconpasseggeri 350 260

busconpasseggeri 350 260di Sara Ceccani* – “Percepire”. Quel che più odio delle circolari è l’inquietante silenzio che le avvolge, scandito dal sottile e pungente suono del pulsante rosso che prenota la fermata.
E poi c’è il rumore del motore, un brontolio uniforme e continuo, quasi un rumore bianco. Il vero rumore è il suo improvviso cessare. E tutto il resto tace. Qualche lieve “buongiorno” o “arrivederci” rivolti dagli altri passeggeri al momento di scendere o salire, dettati da una programmazione del cervello, ma privi di colore, atoni, vuoti. Convenevoli.
Oggi è l’11 giugno. Fa caldo ed è il mio compleanno. Sono quasi le undici del mattino, ed il mezzo stranamente non è affollato.
Quando si sta pigiati come sardine e manca l’ossigeno siamo tutti più felici. Si sopporta il peggior puzzo di sudore, pur di non dover essere costretti allo stillicidio di sguardi estranei che ti si appiccicano addosso. Preferiamo che il nostro spazio personale sia invaso da un corpo sudaticcio spalmato sulla nostra schiena, piuttosto che da un paio d’occhi.
Com’è difficile parlare al giorno d’oggi. Tutti ad invecchiare dietro i loro giornali, dentro le loro canzoni, nella loro casella email o fra le notifiche di un social network. Una signora parla al telefono, un ragazzo ascolta la musica, un uomo legge una rivista, una ragazza…fissa il vuoto. Gli occhi le sono deviati dalle ciocche della frangia incolta e dalla spaesatezza che ha indosso. Decido di fissarla, un po’ perché il viaggio è lungo, un po’ perché lo sento, sento che è in cerca di uno sguardo, perché non è immersa in nessuna di quelle cose vuote e inutili, cerca solo uno sguardo, uno sguardo che le sollevi la testa e le scosti la
frangetta.
Deposito i miei occhi sulla sua fronte e aspetto. Le sue pupille sobbalzano e si sovrappongono alle mie. Ha degli occhi grigi e molto dilatati. Quasi alieni. Le sorrido, involontariamente, o forse perché è la prima cosa che mi viene in mente per non sembrare del tutto un maniaco. Con un leggero ritardo, curva timidamente la bocca anche lei, di rimando. Il mio sguardo si deposita, spiaggiato, sulle mie scarpe da ginnastica. Cerco di pensare a quanto ne siano lise le punte, per non pensare. No, già mi rintano nel futile, per fuggire quel contatto.
Ora qualcosa mi sta sollevando la fronte. Cos’è? È lei. “Ah, sei tu” mi viene da pensare. Stavolta è il suo sguardo ad afferrarmi. È timida e chiede il permesso. La guardo per lasciar intendere che la porta è aperta. “Prego, entra”. Prendiamo il consenso per leggerci l’un l’altro. I suoi occhi mi scivolano addosso, mentre i miei fanno lo stesso con il suo perimetro e la sua area.
Il suo viso pallido, incorniciato da un carrè nerissimo. Anfibi neri, mani ossute dalle unghie non curate. E chissà cosa sta guardando lei, adesso, di me. Forse i capelli spettinati, forse la borsa che ho sulle gambe, o le punte lise delle scarpe. Per un attimo ci ristacchiamo, guardiamo altrove, fingendo di esserci persi in qualche inutile angolo della circolare. Noto che ha anche lei una borsa sulle gambe, nera. Un milione di pensieri mi bombardano la testa, cerco di indovinarne il contenuto in base alla forma. Sembra ci siano un bel po’ di cose. Che stia partendo? “Poco importa, non la rivedrò più comunque”.
Il bello di queste piccole letture umane è che puoi azzardare e ricostruire vite, immaginare scene impossibili, dialoghi da film che non accadranno mai, ma soprattutto staccarti per un poco da te stesso e osservare il mondo, vivere qualcuno per un attimo. Non voglio invecchiare in attimi vuoti, ma usarli per rinvigorire l’animo.
La ragazza si alza, prenota la fermata. Prima di dirigersi verso il portellone mi guarda per un lunghissimo istante, brevissimo eterno. Mi sorride, se ne va. “Addio”. Deve aver pensato a me come un angelo venuto a salvarla dal vuoto. Glielo lascio credere, mentre io so bene che è stato il contrario. Oggi è l’11 giugno, è il mio compleanno. Potrei correrle dietro e dirle che per l’occasione la porto a mangiare una pasta alla crema. Non lo farò. È scesa, mi giro, è lei su una strada vuota. Oggi compio trent’anni. Non festeggio più i miei compleanni da un po’, perché non ho niente da festeggiare. Sto invecchiando perché sono chiuso nella mia cisterna e respiro polvere ed aria viziata.
E invece bisogna ricordarsi di aprire la finestra. Aprire una finestra sulla realtà. Ricordarsi di essere sensoriali. Percepire.
*Sara Ceccani, della casse 3b del liceo artistico A.G. Bragaglia.

Di Autore/i esterno/i

Autori che hanno concesso i loro articoli, Collaboratori occasionali

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.