Ernesto Buonaiuti antifascista scomunicato
di Fiorenza Taricone
Ernesto Buonaiuti antifascista scomunicato
Il 7 dicembre, in questo scorcio del 2021, alla Sapienza di Roma, proposto e organizzato dall’Anpi, si è tenuto il Convegno “Ci fu chi disse no”. Ernesto Buonaiuti, il sacerdote modernista morto scomunicato che fu appunto uno dei dodici docenti universitari che nel 1931 si rifiutarono di firmare il giuramento imposto dal fascismo; oltre a lui non sottoscrissero Mario Carrara(Torino), Antropologia criminale; Gaetano De Sanctis (Roma), Storia Antica; Antonio De Viti De Marco (Roma), Scienza delle Finanze; Giorgio Errera (Pavia), Chimica; Giorgio Levi della Vida (Roma), Lingue Semitiche Comparate; Pietro Martinetti (Milano), Filosofia; Bartolo Nigrisoli (Bologna), Chirurgia; Francesco Ruffini (Torino), Diritto Ecclesiastico; Edoardo Ruffini-Avondo (Perugia), Storia del diritto; Lionello Venturi(Torino), Storia dell’Arte; Vito Volterra(Roma), Fisica Matematica.
I temi trattati al convegno di Sapienza, che ha recentemente riabilitato il nome e la figura di Ernesto Buonaiuti, hanno intersecato la mia attività di ricerca sull’associazionismo femminile attraverso la figura di Isabella Grassi, tra le fondatrici e prima presidente della Fildis (Federazione Italiana Laureate Diplomate Istituti Superiori) nel 1920-’21; la Federazione si auto sciolse nel ‘36, ma in realtà fu sciolta dal fascismo. Il mio intervento non riguardava il tema molto complesso dell’opposizione dichiarata al fascismo, in alternativa alla ricerca di modalità di convivenza, argomento spinoso e aperto a mille interpretazioni, ma il ruolo del tutto misconosciuto di Isabella Grassi non solo nell’associazionismo femminile; Isabella infatti partecipò attivamente alla koinonia di Ernesto Buonaiuti; una sorta di comunità di uomini e donne che si riuniva periodicamente sui monti Simbruini; Isabella Grassi, figlia del senatore Giovan Battista Grassi, malariologo e senatore del Regno e di Maria Koenen, tedesca, evangelica, socia dell’Associazione Per la Donna, molto radicale nelle sue posizioni emancipazioniste, si era laureata in Filosofia all’Università di Roma e si occupava di studi filosofico religiosi anche dopo il raggiungimento della laurea nel 1911.
L’incontro universitario col sacerdote Ernesto Buonaiuti fu essenziale perché rispondeva a un bisogno intellettuale di Isabella, e ancora di più, alla esigenza intima di coniugare le teorie etico-spirituali con la concretezza di un’ambiente fraterno e solidale, come quello che si costituì ben presto attorno a Buonaiuti dopo l’inizio ufficiale del suo corso di storia del cristianesimo, vinto per concorso alla vigilia della Prima guerra mondiale. Negli anni che vanno dai primi del Novecento a fin quasi la Prima guerra mondiale una crisi culturale e soprattutto religiosa crea del sovvertimento, fa discutere e appassiona il mondo cattolico. Il movimento riformatore in Italia fu caratterizzato dallo sforzo di promuovere un rinnovamento della religiosità in tutti gli aspetti della vita associata, con risvolti politico-sociali. Il rifiuto di una chiave solo materialistica nell’affrontare le questioni sociali non nasce in Isabella da postulati cattolici, ma dallo scambio tra morale laica e morale cristiana. Il modernismo fu ufficialmente condannato da Pio X nell’enciclica Pascendi del 1907, mentre per Buonaiuti esso era nato da un leale ed umile riconoscimento della divergenza insanabile fra le posizioni della teologia ortodossa e le conclusioni inoppugnabili della scienza storica; inoltre derivava dal bisogno di trovare una saldatura fra la fede nei valori eterni del cristianesimo, religione di fraternità e di pace e la loro adesione ai nuovi ideali della fraternità supernazionale. Il Buonaiuti, che morì scomunicato e volle sulla sua tomba il calice e l’ostia, protestò numerosissime volte la sua pretesa ortodossia e la provata fedeltà alla Chiesa.
La funzione docente del Buonaiuti e la “koinonia”
Nel 1871, già all’indomani della legge delle guarentigie, veniva discusso anche il problema delle facoltà teologiche nelle università italiane. Due sole cattedre di discipline religiose rimasero attive: la cattedra di Storia delle religioni a Roma, e quella di Storia della Chiesa a Napoli. La prima era occupata da Baldassarre Labanca ex prete, che ai primi del Novecento l’aveva trasformata in una cattedra di Storia del cristianesimo, la seconda da Raffaele Mariano.
Il concorso fu vinto da Buonaiuti nel settembre 1915, quattro mesi dopo che l’Italia era entrata in guerra; poiché a Buonaiuti era stata rifiutata la nomina di cappellano militare, sostituita con mansioni di tipo amministrativo a Roma, poté assolvere l’insegnamento universitario. Presumibilmente Isabella, essendo impegnata come infermiera negli ospedaletti da campo nei primi tempi del conflitto, non conobbe Buonaiuti all’esordio del suo insegnamento, ma gli allievi universitari sapevano poco o nulla del modernismo e della condanna che gravava indirettamente anche sul Buonaiuti a partire dalla Pascendi. Ernesto Buonaiuti aveva già trentacinque anni nel 1915 quando assunse la docenza universitaria, e un denso vissuto pubblico alle spalle. Nato a Roma nel 1881 da famiglia non abbiente (il padre era tabaccaio, la madre casalinga) dopo la morte del padre era entrato nel seminario dell’Apollinare in giovane età, e ne era uscito sui vent’anni da semplice chierico, quando mancavano due anni all’ordinazione, per insofferenza ai limiti e contenuti di studio imposti nel seminario.
Gli furono affidate mansioni professorali per la sua acutezza e la solida preparazione prima ancora di essere ordinato prete, nelle scuole di Propaganda Fide e in quelle dell’Apollinare al posto di Mons. Benigni. Nel 1903 era stato consacrato sacerdote dal cardinal Respighi ma l’esordio pubblico nella stampa politica e culturale fu segnato da una lettera scritta sotto lo pseudonimo di Novissimus, uno dei tanti pseudonimi di cui si servì, che Buonaiuti inviò alla rivista <<Cultura Sociale>> del Murri, nella quale sosteneva che il cristianesimo non “poteva offrire un connotato specifico e inconfondibile ad una qualsiasi organizzazione politica, poiché non era un formulario economico che potesse offrirsi alle piccole invidie e alle banali competizioni degli uomini pubblici”. Il compito del cristiano doveva essere quello di dare un’anima alle rivendicazioni sociali tramite i valori del Vangelo, per tendere ad un livellamento delle classi e ad un affratellamento degli spiriti
Certamente il sacerdote docente, fin dagli inizi, fece una grande impressione sugli allievi, che andarono gradatamente aumentando di numero per le doti di maestro appassionato. I giudizi e le impressioni di chi lo conobbe da vicino concordano in molti punti: sul suo aspetto energico e cordiale, sulla sua capacità di trascinare, sul temperamento entusiasta, sulla vocazione al proselitismo, sullo stile tutto personale nel parlare. Aveva una grande facilità di parola e una memoria che gli consentiva di citare testi senza prendere appunti, mettendo a disposizione una esperienza di studi che rivelava nuovi territori del conoscere; si ricorda spesso come abusasse spesso di aggettivi e avverbi e sfuggisse quindi alle regole di un discorso sobrio, usando espressioni come disastro uraganico, o menzogneramente, invece di menzognero. Aveva una vocazione prepotente di conduttore d’anime, vocazione che si tradusse negli anni più pieni della sua attività accademica, fra il ’20 e il ’30, nella formazione di un gruppo di discepoli che costituirono per anni la “koinonia”, parola che indica nelle lettere di Paolo la prima comunità cristiana unita nell’amore, nella fede e nella speranza.
A Isabella, già ferrata in problemi storico religiosi, la terminologia di Buonaiuti fece un certo effetto proprio perché poco tradizionale, e in fondo consona alla sua religione così atipica, al confine tra evangelismo (che risulta dai certificati la sua religione ufficiale) agnosticismo e sincretismo etico intellettuale, dove però ogni razionalismo era abbandonato di fronte ai misteri del cosmo e alle leggi della fratellanza universale. La koinonia era nata spontaneamente, come confermano in prima persona molti dei suoi discepoli e Bonaiuti stesso nella autobiografia: “Al contatto con i miei giovani allievi, con le mie giovani studentesse, sembrava che tutta una nuova possibilità di spirituale fraternità nella contemplazione e nella pratica dei valori cristiani ci si offrisse dinanzi. Cominciammo così a trovarci insieme in un modesto manipolo di associati per continuare fuori dalle aule universitarie il nostro addestramento … Qualcuno di loro mi chiese di leggere e di commentare una domenica dopo l’altra nel domicilio di chi fra il gruppo si profferse di porre una camera, il nuovo testamento … “. Nel ’20, la koinonia affittò per pochi soldi sui monti Simbruini una casa diroccata che fu battezzata S. Donato come uno dei dodici monasteri fondati da S. Benedetto sopra Subiaco, più volte ricordata da Isabella nel suo diario.
D’estate, chi poteva, andava a trascorrere qualche giornata in una sorta di ritiro spirituale; i compiti organizzativi erano divisi tra ragazze e ragazzi; le prime si occupavano delle faccende domestiche, i secondi dei viveri che acquistavano a Subiaco. Quello che veniva messo soprattutto in luce nelle riunioni domenicali era l’esperienza religiosa della prima comunità cristiana. Ad un primo sparuto gruppo di universitari si accostarono in seguito uomini molto diversi tra loro: Arturo Carlo Jemolo, allievo di F. Ruffini, l’editore G. Bardi, lo scrittore e filosofo A. Tilgher, che condivideva col Buonaiuti la polemica contro l’idealismo di G. Gentile, e in qualche occasionale incontro anche Enrico Fermi, fratello di una allieva del Buonaiuti. Altri se ne distaccarono presto per prendere strade completamente diverse, come Agostino Biamonti, impegnato nella politica attiva e nella propaganda comunista. Fu il primo allievo del B. all’Università di Roma; morì nel 1924, a ventisette anni, per la tisi contratta al fronte durante la grande guerra. Non sappiamo con certezza quante ragazze facessero parte della koinonia; oltre alla Grassi, conosciamo il nome di Tersilla Guadagnini, cui Isabella era legata affettivamente, della sorella del Fermi, della De Micco, che ricordò la comunità di S. Donato in un articolo l’anno successivo alla scomparsa di Buonaiuti. Di certo non erano pochissime perché Isabella, nella fase più contrastata dei suoi rapporti col Buonaiuti, scrive nel diario che era per lei un distacco doloroso doversi separare dalle ragazze della koinonia, a cui si era ormai legata affettivamente. Nella koinonia era dunque messo in pratica quello che il Buonaiuti considerava fondamento irrinunciabile; il carattere associato e sacrale della vita religiosa, che era come voler dire il carattere associato della sacralità. Anna De Micco la ricorda nel come una comunità di ideali, comunità di intenti pure in forme molteplici di confessione, di nazionalità e di razza.
Le convergenze naturali fra il Buonaiuti e Isabella Grassi erano più d’una. Intanto, l’allieva di pochi anni più giovane del maestro
era una pacifista sentimentale, potremmo dire per nascita e per vocazione poiché aveva un concetto ideale di patria, riferibile a uomini e donne come esseri umani più che a confini geografici e a ragioni di stato. L’internazionalismo culturale e pacifista le veniva senza dubbio anche dall’elasticità mentale per l’appartenenza a due culture e a due nazionalità, l’italiana e la tedesca. Anche la sua religiosità era particolare; di aspirazioni universalistiche, negava un primato assoluto alla religione cristiana, né lo concedeva del resto alla evangelica, che risulta essere la sua religione ufficiale. Isabella, come il Buonaiuti, nutriva una intima e spontanea avversione per la filosofia idealistica, soprattutto di matrice gentiliana, ostilità che non suona come dissociazione postuma, perché la frequentazione delle lezioni di Gentile e la sua contemporaneità al filosofo, coì come le riflessioni che il pensiero di Gentile le suscita e che Isabella ferma nel diario tolgono ogni dubbio. Era propensa ad un femminismo assai poco studiato in Italia e che ho altrove definito spiritualista e celibatario. Nei diari lei stessa scriverà di avere poco o nulla propensione al matrimonio che rimaneva ai suoi tempi ancora l’unico destino socialmente approvato per la donna.
I Diari di I. Grassi
Gli anni di cui sono rimasti i diari inediti di Isabella Grassi, da me pubblicati nel 2000, sono quelli posteriori alla reazione antimodernista del primo decennio del secolo narrati da Buonaiuti soprattutto nel libro autobiografico Una fede e una disciplina. Le memorie della Grassi iniziano con il decreto di scomunica inviato al Buonaiuti nel gennaio ’21, provvedimento attribuito da quest’ultimo al libro Le esperienze fondamentali di Paolo. Il 24 gennaio il Buonaiuti inviava al pontefice Benedetto XV una lettera integralmente riportata nel volume autobiografico e nel mese di febbraio riceveva la visita del card. Gasparri, il quale, nel tentativo di comporre i contrasti, gli propone come condizione per la piena reintegrazione quella di abbandonare l’insegnamento universitario. Il vero temibile scoglio era infatti costituito secondo le stesse parole del Buonaiuti, non dal contenuto dottrinale del libro, ma dal problema della possibile armonia tra la fondamentale autonomia scientifica e i doveri della disciplina gerarchica. Questo era il nodo e a questo si riferiva la richiesta di volontario allontanamento dalla cattedra. E. Buonaiuti, nel colloquio del 14 febbraio col cardinal Gasparri, riporta la sua risposta che fu: “Voi Eminenza mi conoscete. Non sono un uomo da pose audaci e da atteggiamenti gladiatori. Sono una mite e semplice anima di contemplatore e di credente che nulla chiede se non la possibilità del suo modesto e circoscritto proselitismo spirituale”.
Il 22 febbraio Isabella annota nel suo diario che il Buonaiuti aveva saputo resistere alle minacce e alle lusinghe della Chiesa, e rifiutato il posto di direttore della Vaticana che gli avevano offerto, nonostante la situazione personale: la religiosissima madre con cui viveva da molti anni aveva avuto un malessere fisico in seguito al dispiacere della scomunica diretta al figlio. Ma già il 25 marzo Isabella annota che la politica seguita dal suo maestro non è “eticamente superiore”. Non è stato che un bagliore, un lampo mentre speravo fosse una luce costante, capace di propagare; invece, si è fatto subito ottenebrare, soffocare dalle nuvole dell’involuzione, scrive. Isabella allude alle conferenze che il Buonaiuti tenne tra la fine del marzo ’21 e i primi di aprile alla sede del Circolo Universitario Romano di studi storico-religiosi sulla Essenza del cristianesimo. Il 5 aprile, giorno successivo alla seconda conferenza, il Buonaiuti è colto da una grave emorragia causata da un’ulcera; ai primi di maggio scrive al Gasparri di essere desideroso di compiere gli atti canonici necessari perché la reintegrazione diventi definitiva. Il 4 giugno rilascia nelle mani del card. Gasparri una professione di fede, direttamente preparata dal Sant’Uffizio. Il 30 giugno del 1925 il Sant’Uffizio emana il seguente provvedimento: “premesso come il sacerdote Ernesto Buonaiuti, ad onta delle gravi sanzioni canoniche, a cui era stato già sottoposto, e delle sue ripetute proteste di sottomissione, continuasse ostinatamente nella sua disastrosa propaganda modernistica, questa suprema S. Congregazione del Sant’Uffizio, custode e vindice della integrità della fede e del costume, coll’approvazione espressa dal Santo Padre, lo dichiara incorso nella scomunica a termini e con tutte le conseguenze di diritto; condanna e prescrive tutti i suoi libri e scritti, ordinandone la inserzione nell’Indice; e gli vieta di più scrivere, tenere conferenze ed insegnare nelle scuole pubbliche in materia attinente alla religione”.
Qualora avesse obbedito all’ingiunzione di rinunciare, la materia che il Buonaiuti insegnava avrebbe potuto, secondo le disposizioni della legge universitaria del ministro Gentile essere sostituita da altre discipline. Al colloquio che ottiene con P.A. Gemelli, il Buonaiuti chiede che siano presenti alcuni suoi discepoli, tutti uomini: A. Pincherle, A. Ghisalberti, A. Donini, M. Niccoli, ma la conversazione non segnò nessuna svolta positiva. Alla disposizione del ’25 che vieta al Buonaiuti di vestire l’abito religioso, ne segue un’altra del 1926, secondo cui con uno scomunicato espressamente “vitando”, cioè un reietto, occorre evitare al più possibili i contatti. (Vitando era colui che, morto non riconciliato, e seppellito per errore in un cimitero consacrato poteva essere esumato e il luogo santo riconsacrato). Allo scadere del mese di congedo che il Buonaiuti ha chiesto al Rettore dell’Università, riprende le sue lezioni affollatissime, ma le trattative per la soluzione della questione romana segnano la parola fine per la vita universitaria del Buonaiuti. Un mese dopo la ripresa delle lezioni, viene chiamato nel gabinetto del ministro della Pubblica Istruzione, Pietro Fedele, che era stato fra gli esaminatori del concorso sostenuto per la cattedra di Storia del cristianesimo; lo stesso Buonaiuti ricorda nel Pellegrino di Roma il discorso del ministro: “Il capo del governo mi incarica di chiederti che tu interrompa il tuo insegnamento per assumere un incarico extra-accademico. Sono iniziate le conversazioni per la risoluzione della questione romana e una delle prime condizioni che i fiduciari vaticani hanno formulato e richiesto per il proseguimento della trattativa è stata che tu sia allontanato dall’insegnamento. La tua posizione universitaria naturalmente è lasciata intatta. Tu riceverai un incarico extra accademico e continuerai regolarmente a percepire il tuo stipendio. Tu comprendi molto bene la delicatezza della cosa. Da parte dell’autorità ecclesiastica è stata fatta balenare la possibilità che la prosecuzione del tuo insegnamento dopo la scomunica vitando determini un provvedimento di rigore, quale sarebbe l’interdetto sull’Università. Il Capo del Governo ti prega a mio mezzo di non voler creare imbarazzi ad una trattazione diplomatica di così larga portata”.
L’ambigua situazione del Buonaiuti è poi indirettamente risolta dalla circolare universitaria che disponeva che i professori di ruolo e i professori incaricati nei Regi Istituti d’istruzione superiore sono tenuti a prestare giuramento secondo la formula seguente: “Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio d’insegnante e adempiere a tutti i doveri accademici, col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti la cui attività non si concili coi doveri del mio ufficio …”.
Nel ’31 quindi, egli viene definitivamente allontanato dalla cattedra e negli stessi anni Isabella vive anni non facili per il destino della sua associazione, che il fascismo ha ridotto in Italia quasi all’impotenza, destino simile a molte altre associazioni femminili incompatibili con le politiche del regime fascista.
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