DONNE E EUROPA UNITA
Le nobili origini dell’idea di Europa
di Fiorenza Taricone
Nel 2021 il Manifesto di Ventotene, concepito e scritto durante il confino da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, compie ottanta anni, ed è stata la pietra miliare senza la quale l’attuale Unione europea sarebbe stata impensabile. Il Manifesto non nasce certo dal nulla ma da una riflessione antecedente che non casualmente troviamo in Germania, Francia, Italia, promotori della prima Europa a sei, come veniva detta: questi tre paesi e in aggiunta il Benelux, cioè Belgio, e Lussemburgo e Netherlands, cioè Paesi Bassi.
In Europa una corrente federalista si era già manifestata con il filosofo Kant, durante la Rivoluzione francese, e si era mantenuta viva nel XIX e XX secolo. In Italia la ritroviamo negli scritti di Mazzini e Cattaneo, fino alla maturazione appunto del Manifesto di Ventotene. Kant inserisce l’ideale federativo nel più globale disegno espresso nella sua opera “La pace perpetua”. In particolare, all’art. 2 si legge che “nessuno Stato indipendente (piccolo o grande che sia) può essere acquisito da un altro per via d’eredità, scambio, acquisto o donazione. Uno Stato non è infatti un bene, come lo è per esempio il territorio che ne costituisce la sede, ma è una società di uomini sulla quale nessuno al di fuori di essa può comandare e disporre. Uno Stato è come un tronco con le sue radici e incorporarlo come per innesto in un altro Stato equivale a togliergli la sua esistenza di persona per farne una cosa”.
Nel secolo successivo, Carlo Cattaneo, milanese di nascita e lombardo per cultura e mentalità, è all’origine della versione italiana dell’idea federalista e autonomista, definita come “l’esercizio della ragione”. Dal capillare esercizio della libertà, cioè della ragione, scaturisce ogni fonte d’incivilimento, di conoscenza, di progresso economico e sociale. La filosofia dell’incivilimento non può prescindere da un ordinamento statale che, scrive Cattaneo, deve esser ispirata dal ‘principio di Federazione’ e non dal ‘principio di egemonia’. Cattaneo sostiene quindi l’applicazione del principio federale all’Europa delle nazioni, la creazione di un nuovo diritto pubblico europeo, con il riconoscimento della limitazione della sovranità militarista e aggressiva e l’abbandono dell’equilibrio della forza.
Il Federalismo, inteso come lo strumento politico che permette di istaurare relazioni pacifiche tra le nazioni e garantire nello stesso tempo l’autonomia attraverso la loro subordinazione ad un potere superiore, ma limitato, comincia a diventare nel Novecento una scelta teorica e pratica, perché lo scoppio della prima guerra mondiale aveva già rivelato i primi effetti della crisi dello Stato nazionale; l’idea dell’unità europea trova sostegno e diffusione durante la lotta di Resistenza; è proprio nei lager dell’Europa occupata che uomini e donne di diversa nazionalità, accomunati da un’esperienza di dolore e di sacrificio, scoprono la comune aspirazione ad un ordine di democrazia e di pace. In piena clandestinità e poi nel confino antifascista, l’idea europea federalista trova un acceso sostenitore in Altiero Spinelli.
Altiero Spinelli aveva aderito giovanissimo al PCI, entrando subito in clandestinità contro il regime fascista; nel 1927 viene arrestato e condannato a dieci anni di carcere e sei di confino. È nel suo esilio a Ventotene che il dissidente italiano formula, con il contributo di Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, il famoso Manifesto di Ventotene. Nell’agosto 1943, ottenuta la piena libertà, Spinelli promuove la fondazione del Movimento Federalista Europeo. Negli anni Cinquanta, grazie ad esso, la questione politica della costituente europea e di una Comunità Europea di Difesa (CED) guadagna la centralità del dibattito politico in Europa.
Dopo l’abbandono del MFE, nel 1970 Spinelli diventa membro della Commissione esecutiva della CEE. Nel decennio 1976-86, Spinelli fa parte del Parlamento europeo, assumendo negli ultimi due anni anche la carica di presidente della Commissione istituzionale. La sua proposta di Trattato di Unione europea viene accettata a larga maggioranza il 14 febbraio 1984, ma gli interessi delle diverse nazioni europee trasformano il progetto in un più blando Atto Unico europeo, che comunque sancisce la definitiva consacrazione del Parlamento europeo.
Altiero Spinelli, scomparso nel 1986, si differenzia dagli altri europeisti per il suo atteggiamento idealistico, ma allo stesso tempo pragmatico. Non si limita infatti ad un’acuta critica storica, denunciando la crisi irreversibile dello Stato nazionale in una fase in cui esso viene percepito come un’entità forte e incancellabile, né si limita ad auspicare in un progetto a lungo termine la realizzazione della Federazione europea, bensì cerca in ogni modo di dare alla sua realizzazione una scadenza effettiva. Fino alla stesura del Manifesto di Ventotene, l’idea federalistica europea era rimasta nel limbo delle utopie e delle proposizioni meramente teoriche, questo documento, invece, si propone di essere innanzitutto un programma d’azione. “Con la propaganda e con l’azione, cercando di stabilire in tutti i modi accordi e legami fra i singoli movimenti che nei vari paesi si vanno certamente formando, occorre sin d’ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far nascere il nuovo organismo che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta in Europa”. Con il Manifesto si auspica quindi una perfetta commistione di pensiero e azione, per creare non un partito politico, ma un organismo interpartitico e transnazionale.
La novità della riflessione di Spinelli sta anche nel giudizio sulla guerra. Essa, rispetto alla realtà del secolo precedente, era divenuta totale, non più, quindi, scontro tra eserciti, ma cataclisma che si abbatte sui popoli. Per annullare la possibilità di una guerra di tale portata c’è solo il federalismo, che muove verso la disarticolazione dell’unità statuale e tende a una superiore unità, al di sopra dello Stato. Sovranità assoluta e stato-nazione sono quindi gli avversari del federalismo europeo concepito da Spinelli. Ovviamente, l’integrazione più dannosa tra questi due poteri, sovranità assoluta e principio nazionale, Spinelli l’identifica negli Stati fascisti che negli anni Quaranta appaiono come la principale minaccia alla pace. Il Manifesto afferma come priorità la formazione di un “esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli stati appartenenti alla federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica”.
Ma quali caratteri specifici deve avere questa nuova Europa? Innanzitutto, deve essere “socialista”, dove per questo termine Spinelli intende “l’emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita”.
Scorgevo, scriveva Spinelli nel Manifesto, quale sarebbe stato il mio cammino quando quasi tutta l’Europa continentale era stata soggiogata da Hitler, l’Italia di Mussolini ansimava al suo seguito, l’URSS stava digerendo il bottino che era riuscita ad afferrare, gli Stati Uniti erano ancora neutrali e l’Inghilterra sola resisteva, trasfigurandosi agli occhi di tutti i democratici d’Europa in loro patria ideale; proposi ad Ernesto Rossi di scrivere insieme un manifesto per un’Europa libera ed unita, e di immetterlo nei canali della clandestinità antifascista sul continente. Sei mesi dopo, mentre gli eserciti hitleriani si riversavano sulle terre russe, passando ancora, come l’anno prima in Europa di vittoria in vittoria, il Manifesto era pronto. Del Manifesto io scrissi i capitoli che trattavano della crisi della civiltà europea, dell’unità europea come compito preminente del dopoguerra e del partito rivoluzionario necessario per realizzarla. Ernesto Rossi scrisse il capitolo sulla riforma della società da affrontare nel dopoguerra. Ma ne discutemmo insieme ogni paragrafo, e riconosco ancora giri di pensiero caratteristici dell’uno di noi due nelle parti scritte dall’altro. Mi sono spesso chiesto cosa abbiamo apportato di originale nel Manifesto. Non dicevamo cose nuove, né quando parlavamo della crisi della civiltà europea, né quando presentavamo l’idea della federazione. Altri l’avevano già fatto, certamente meglio di noi. Il Manifesto conteneva inoltre alcuni errori politici di non lieve portata. Il primo era l’ottimismo di tutti coloro che lanciando una nuova idea credono sempre che essa sia di imminente realizzazione. Poiché però questo errore si ritrova dal Vangelo che credeva di essere impostato tutto sull’idea dell’imminente fine del mondo, al Manifesto del partito comunista che credeva di essere fondato anch’esso tutto sull’imminente rivoluzione socialista, si può considerare veniale l’errore identico del Manifesto federalista. Più grave era il fatto che non avevamo in alcun modo previsto che gli europei, dopo la fine della guerra, non sarebbero rimasti più padroni di sé nella ricerca del loro avvenire, ma, avendo cessato di essere il centro del mondo, sarebbero stati pesantemente condizionati da poteri extraeuropei. Tutta la parte finale che invocava la necessità di un partito rivoluzionario federalista si è anche rivelata caduca, perché l’esigenza, giusta, di una guida consapevole della necessità di guidare e non di seguire le masse ed i loro moti, era espressa ancora in termini troppo rozzamente leninisti. Ciononostante, il Manifesto è stato ed è ancora un testo vivo e significativo per molti suoi lettori, soprattutto grazie a due idee politiche che gli erano proprie. La prima è che la federazione non viene presentata come un bell’ideale, cui rendere omaggio per occuparsi poi d’altro, ma come un obiettivo per la cui realizzazione bisognava agire ora, nella nostra attuale generazione. Non si trattava di un invito a sognare, ma di un invito ad operare.
La seconda idea significativa consisteva nel dire che la lotta per l’unità europea avrebbe creato un nuovo spartiacque fra le correnti politiche, diverso da quello del passato. La linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari -si può leggere nel Manifesto- cade perciò ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale; una volta conquistato il potere nazionale, lo adopreranno come strumento per realizzare l’unità internazionale. (A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, Bologna, 1999).
Le donne europeiste di Ventotene
Se non molti giovani conoscono la storia avventurosa del Manifesto di Ventotene, meno ancora sanno che ha avuto padri, ma anche madri, soprattutto Ursula Hirschmann Spinelli e la partigiana Ada Rossi, moglie del socialista antifascista Ernesto. L’essere confinate non per loro volontà ha rappresentato per molte donne antifasciste una dura prova che, insieme a tanti altri oppositori, hanno coraggiosamente affrontato e spesso trasformato in un’esperienza positiva con un vero atto di resilienza; erano tutte motivate politicamente, e tutte fedeli a un credo comune: il bisogno di libertà.
E’ il caso di Ursula Hirschmann Spinelli, costruttrice dell’Europa con il Manifesto di Ventotene e fino alla sua morte ispiratrice costante del federalismo europeo anche femminile con il Gruppo Women for Europe, insieme ad Ada Rossi, staffetta partigiana per un’Italia libera; nel confino le mogli avevano la possibilità di uscire e tornare nei luoghi reclusione e il Manifesto, scritto su carta velina di sigarette e cucito nelle fodere dei cappotti poté uscire grazie a loro; Ursula lo fa poi stampare a Milano e tradurre in tedesco la sua lingua madre.
A Ursula Hirschmann, Marcella Filippa, autrice di un recente testo sulla costruttrice d’Europa, Ursula Hirschmann. Come in una giostra, (Fano, 2021), dedica la voce nell’Enciclopedia delle Donne; Ursula Hirschmann nasce a Berlino il 2 settembre 1913 in una famiglia ebrea non praticante. Il padre Carl è medico chirurgo, originario della Prussia occidentale, la madre Marcuse discende da una famiglia di banchieri di Francoforte. Primogenita, ha due fratelli, Otto Albert e Eva Estelle. Il rapporto con la madre è carico di stima, ma difficile dal punto di vista affettivo, un rapporto che nella sua autobiografia Ursula descrive come conflittuale. Giovanissima si impegna attivamente insieme al fratello nel cosiddetto Fronte di Ferro, l’alleanza fra la SPD e i gruppi socialisti e democratici, fino all’avvento del nazismo, lasciando poi la capitale tedesca alla volta di Parigi, in una esperienza totalizzante condivisa con tanti altri esuli come lei. Negli anni parigini, rivede il giovane filosofo ebreo, conosciuto a Berlino nel 1932, Eugenio Colorni, con il quale condivide amicizia e poi affetto e amore. Lo raggiunge a Trieste, nei primi mesi del 1935 e dal loro matrimonio nasceranno tre figlie, Silvia, Renata, Eva, in circostanze precarie e difficoltose. Eugenio viene arrestato e poi inviato al confino a Ventotene e successivamente a Melfi. Ursula lo segue a Ventotene, che lascerà solo per brevi periodi per partorire o per sostenere esami alla Facoltà di Filologia moderna dell’Università di Venezia, dove si laurea con il punteggio di 110 e lode il 30 ottobre 1939. Nel tempo trascorso sull’isola partecipa attivamente al dibattito e alla stesura con Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, del Manifesto di Ventotene; aderisce con convinzione alla causa federalista, contribuisce insieme ad altre donne alla sua diffusione sulla terraferma, in particolare all’uscita dall’isola del documento, nascosto e portato via in circostanze rocambolesche. Il rapporto affettivo con Altiero Spinelli si concretizzerà dopo la tragica morte di Colorni a Roma per mano della banda Koch nel maggio 1944 a pochi giorni dalla liberazione della città; dalla duratura storia con Spinelli, nasceranno altre tre figlie, Diana, Barbara e Sara.
L’apolide per vocazione e necessità inizia un intenso periodo fatto di viaggi, e attività frenetica prima in Svizzera, poi a Parigi con Altiero sotto falso nome, sempre per organizzare attività federaliste e un importante convegno a cui partecipano Albert Camus, Emmanuel Mounier e George Orwell. Ursula si definisce una déracinée, una donna senza patria, che ha cambiato più frontiere che di scarpe. Al solido sentimento di Altiero e anche alle cure della figlia Renata, Ursula dovrà la rinascita dopo l’emorragia cerebrale che la lascia per molto tempo priva dell’uso della voce, che con impegno e inaudito sforzo, riacquisterà parzialmente negli anni a venire.
La recente biografia politica di Silvana Boccanfuso, Ursula Hirschmann. Una donna per l’Europa, Genova-Ventotene, pubblicata nel 2019 dalla libreria Ultima Spiaggia, nata nel 1903, affacciata sulla piazza di Ventotene, traccia la sua biografia politica; ho avuto il piacere di parlare di Ursula Hirschmann proprio nella piazza dell’isola, in occasione della Notte europea dei ricercatori di quest’anno, nel quadro delle manifestazioni organizzate dall’Università di Cassino e Lazio Meridionale; la Boccanfuso esamina in dettaglio la sua attività europeista, compresi i tentativi di sensibilizzare tutti i movimenti, gruppi, associazioni alla causa federalista negli anni Settanta, con Femmes pour l’Europe, definito nei documenti gruppo d’iniziativa; un incontro, ma anche scontro con il femminismo, che per Ursula, come scrive a Natalia Ginzburg nel ‘75 è una scoperta recente. Un’attività che prosegue quasi fino alla morte, avvenuta agl’inizi degli anni Novanta.
Sarebbe utile per i e le giovani approfondire queste biografie e queste tematiche per nutrirsi di antidoti contro le teorie degli stati neofascisti e sovranisti che pure fanno parte dell’Europa, ma non sembra abbiano capito il senso profondo del federalismo e di una Europa del futuro, fatta di cittadini/e liberi da pregiudizi razziali, di sesso, e di orientamento sessuale. Leggendo la vita di Ursula e di tante altre europeiste saremmo tentati di pensare che la storia va all’indietro, rispetto ai muri di Viktor Orbàn, primo ministro ungherese, e alle leggi antiabortiste della Polonia, dove il diritto di interrompere la gravidanza non è riconosciuto neanche in caso di malformazione del feto.
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