
DONNE, STORIE E FUTURO
“Un cesto di faticosa maternità”
di Fiorenza Taricone
Madri in perenne equilibrio
Come forse qualche lettrice/lettore sanno, da qualche mese ho ricevuto l’incarico di Prorettrice alla Terza Missione dell’Università di Cassino e Lazio Meridionale; tra i suoi vari compiti, prevede anche la valorizzazione e l’impiego della conoscenza per contribuire allo sviluppo sociale, culturale ed economico della società, mettendo in evidenza il rapporto le comunità; in questo senso per me l’incarico è una continuazione del rapporto che da tanti anni intrattengo con il territorio, con Associazioni, Comuni, Provincia, Organi di stampa cartacea e on line, Reti di vario tipo, partecipando a manifestazioni delle più eterogenee, spesso con denominatore comune le questioni legate alla conoscenza storica e all’avanzamento della condizione femminile.
A livello nazionale ed europeo ho sempre cercato di rappresentare la ricchezza della formazione universitaria, la vivacità culturale dell’Ateneo, tenendo presente che i pregiudizi legati alla storia del Mezzogiorno non sono morti, anzi! L’incarico è stato però e probabilmente lo sarà anche in futuro, causa di alcune mie discontinuità nello scrivere sulla mia rubrica, e di questo mi scuso in anticipo, ma certo non è dovuto alla pigrizia.
Quest’estate mi è stato proposta da alcune mie Colleghe la Prefazione ad un bel libro di Aldo Cagnacci e Mauro Martini, uscito da poco, dal titolo “Un cesto di faticosa maternità. Quando le donne ciociare trasportavano i figli sulla testa” (Edizioni Il Passo di Ceprano, 2021); il volume è frutto di una appassionata ricerca iconografica di tele, incisioni e disegni di ciò che viene annunciato nel titolo; l’originalità mi ha subito colpito, visto che finora le donne del Lazio Meridionale, comprese quelle di Terra di Lavoro sono state raffigurate trasportando ceste che contenevano essenzialmente materiali da lavoro: bucato, cibo, perfino mattoni e materiali da ricostruzione; come accadde per le donne del Lazio Meridionale che dopo la ritirata dei tedeschi e la conclusione disastrosa della seconda guerra mondiale si accinsero a fare ciò che le donne in ogni parte del mondo hanno sempre fatto: rimettere insieme i pezzi di un quotidiano dignitoso; nella Prefazione ho precisato che il titolo apparentemente poteva sembrare contraddittorio: di figli si tratta, anzi di neonati e neonate, quindi di benedizioni dal cielo, secondo la vulgata, ma certo fatti venire al mondo, nutriti e allevati con grande fatica.
Non era solo la novità di cui si fa interprete il libro, già rilevante in sé, a muovere il mio interesse, ma anche un secondo motivo, cioè la possibilità offerta dal testo di dissentire da un annoso pregiudizio; le donne ciociare sono state nel corso dei secoli irrigidite all’interno di caratteristiche sì reali, ma poi diventate anche gabbie culturali. Più che giustamente i due autori sottolineano quanto di angusto e provinciale ci sia nel perdurare di alcuni stereotipi, rintracciabili anche in coloro che addirittura, invece di valorizzare storie e personaggi del tutto atipici, mostrano un senso di disagio, piuttosto che un orgoglio di appartenenza. Gli Autori tracciano infatti una breve storia del termine ciociaro, usato dagli inizi dell’Ottocento e anche dal Pinelli senza alcun intento dispregiativo; negli anni ’20 e ’30 del ‘900, invece, nella enciclopedia Treccani e nella Utet, sostanzialmente è passato ad identificare briganti, cioce, pecorino, gruppi folk, e niente di più. “Purtroppo, riportano gli Autori, il personaggio ciociaro è stato poi tipicizzato e banalizzato, fino a tutto il Novecento, con deprecabile opportunismo, anche da attori affermati, presentandolo in modo stereotipato e macchiettistico”.
Fra le qualità che pur fra tante banalità vengono riconosciute alle donne ciociare, c’è sicuramente la robustezza, diventata nel corso del tempo quasi un leit-motiv; oggi, per il neo femminismo contemporaneo la dizione più corretta da usare nei loro riguardi sarebbe multi-tasking, poiché si occupavano non in tempi diversi, ma contemporaneamente di lavori produttivi agricoli, lavori domestici e lavori riproduttivi, cioè mettere al mondo figli e farli sopravvivere, impresa niente affatto facile in una condizione di precarietà esistenziale. Un ottimo esempio è l’opera dell’artista Saverio Della Gatta dal titolo Contadina con bambino e maiale, in cui la donna porta un bambino sulla testa, contemporaneamente porta al guinzaglio un maiale e con l’altra mano regge un fuso per filare. La visione dei dipinti mi ha rimandato al termine che è stato coniato per le donne multitasking, cioè acrobate, e così potrei definire talvolta le donne ritratte tanti anni fa, che in un portentoso equilibrio, procedevano tenendo sulla cesta il figlio/a, anzi in qualche dipinto perfino due, come in una famosa incisione di Bartolomeo Pinelli dedicata Ciociare di Saracinisco,1819, dove sono presenti due giovani madri con i loro bimbi nelle ceste. Le ceste sono dunque come un prolungamento della fisicità materna, una sorta di secondo grembo, in cui i bambini dormono, o guardano un orizzonte più ampio di quello che avrebbero a disposizione in altre condizioni, ma vengono anche portati in salvo.
Il contrasto fra la bellezza delle opere e la nuda realtà dei fatti accresce l’interesse di chi guarda e legge. La maternità come destino sociale, voluto, o imposto, è stato il denominatore comune femminile con cui tutti i diversi settori d’indagine degli studi di genere hanno dovuto fare i conti. Tra l’Ottocento e il Novecento, gli anni cui si riferiscono sostanzialmente le immagini del libro, il primo femminismo in Italia iniziava a pensare la maternità come strumento di legittimazione sociale e politica, scoprendo le sue valenze non solo private, ma pubbliche. Le vite concrete che anni di ricerche hanno rivelato, offrono letture molto diversificate rispetto allo stereotipo comunemente introiettato di un amore materno uguale per tutte, e l’immagine unica si sgretola per lasciare il posto a tante sfumature diverse. Molte donne hanno difeso a oltranza il materno per non guardare in faccia le sue tante ambiguità, tante non hanno dato seguito alla potenza creatrice con le interruzioni di gravidanza, anche sapendo di rischiare la morte o la condanna penale, altre donne, non molte, hanno eliminato il frutto già nato; altre preferito trasferire altrove la potenza dell’amore materno, nei figli altrui, anche professionalmente, o nell’oblatività religiosa; donne colte del primo Novecento hanno indagato la maternità con l’aiuto della psicanalisi, donne contemporanee sono oggi ossessionate dal familismo tecnologico e dal figlio ad ogni costo, mentre donne-bambine, oggi come ieri, hanno interrotto la fanciullezza per un tempo dell’essere madri troppo precoce.
La fatica di sopravvivere
Le incisioni, i disegni e le pitture si rivolgono ad una classe ben precisa, che certo non è quella delle agiate élites femminili, le quali hanno condotto un’esistenza molto diversa dalla gran massa delle nullatenenti, per cui il matrimonio era una sistemazione inevitabile e socialmente auspicabile; se per tutte le donne il matrimonio con figli legittimi era un destino sociale, per le lavoratrici aveva anche la valenza di un sistema protettivo, i figli erano una attestazione di esistenza, il lavoro una dura conquista, la precarietà una regola di vita. La vita delle colte, sia laiche che religiose, ricche e benestanti è stata in ogni epoca imparagonabile con quella delle contadine, delle domestiche, delle ambulanti, delle affittacamere, delle popolane dei mercati, fino alle operaie del decollo industriale italiano fra Ottocento e Novecento, anche se in termini di assenza di diritti e di spossessamenti delle maternità una similitudine la possiamo scorgere. In comune infatti avevano la pressoché totale negazione del diritto di proprietà, dell’autonomia economica, e del diritto di trasmissione del cognome materno; l’ordine sociale, giuridico e politico era rigorosamente patrilineare e maschile nella trasmissione dell’asse ereditario e del cognome; nel diritto consuetudinario, a volta più forte del diritto stabilito nei codici, una linea nettissima passava fra un ordine naturale e uno culturale: il primo, assegnato alle donne in cui la razionalità non era richiesta e neanche riconosciuta come capacità, il secondo agli uomini, per i quali la razionalità trionfava, a scapito delle emozioni e dei sentimenti, territorio dell’irrazionale abitato dalle donne, confinante con il caso. La maternità era quindi per eccellenza un evento ‘naturale’, ripetuta come il succedersi delle stagioni, racchiusa nell’ordine ciclico della casalinghità, o come l’ha definita in tempi recenti, Clara Sereni, casalinghitudine. Le belle figure femminili che scorrono nelle pagine del libro sono per antonomasia fortunatamente escluse dalla condanna sociale che colpiva le donne che non procreavano, rami secchi, si diceva di loro. Assente del tutto, fino alla metà del Novecento, resta comunque l’orizzonte della scelta, per cui chi guarda la galleria delle immagini deve tenere conto che la naturalità del procreare era in stretta relazione con l’assenza di un’alternativa che caratterizzerà la seconda metà del Novecento: avere figli, non averne, molti o pochi.
La divisione sessuale dei ruoli è netta e senza sbavature, i padri non accudiscono i figli, sono quasi inesistenti; unica eccezione nel libro è l’opera di Franz Ludwig Catel, intitolato “Paesani a Albano”, nel quale è rappresentato un rarissimo esempio di padre che porta sulla testa un cesto con il bambino. Il lavoro contadino non era sempre a breve distanza dal luogo di abitazione, le donne si spostano con i gruppi familiari di riferimento per motivi lavorativi, anche su lunghe distanze. Le infelicissime condizioni di vita degli stagionali nell’Agro pontino e nella campagna circostante Roma sono state a lungo oggetto di attenzione da parte dell’associazionismo femminile laico dal finire dell’Ottocento in poi, come ho avuto occasione di scrivere già molti anni fa in uno dei primi testi dedicato alla storia della condizione femminile, dal titolo Operaie, borghesi, contadine nel XIX secolo ; Anna Fraentzel Celli, meno nota rispetto al marito Angelo Celli, direttore dell’Istituto Medico d’Igiene della Regia Università di Roma, che cercava di organizzare professionalmente l’attività delle infermiere laiche, una novità rispetto all’assistenza fornita principalmente da religiose, si dedicava anche alla profilassi della malaria nell’Agro romano; Angelo Celli sperimentava in un campo sulla via Collatina a Roma le reti metalliche alle finestre riproducendo le condizioni di vita dei cosiddetti guitti, cioè i contadini dell’Agro romano; come rimedio proponeva anche, come la migliore delle bonifiche, il rimboschimento delle zone appenniniche, ma purtroppo il primo passo per la diffusione del chinino nelle zone malariche fu annunciato solo con una legge del dicembre 1900. Di accrescere il livello d’istruzione dei bambini analfabeti si occuparono invece la scrittrice Sibilla Aleramo, che faceva parte della sezione romana dell’Unione Femminile, associazione milanese di matrice socialista, e Giovanni Cena, allora conviventi, attraverso scuole domenicali naturalmente, perché i bambini erano, appena possibile, braccia da lavoro. Ad Anna Fraentzel e alla sua opera nell’Agro romano e nelle paludi pontine è stato recentemente dedicato uno studio dove giustamente viene definita con un neologismo ‘profilassatrice’ .
A restituire un’immagine cruda delle donne italiane suddivise per regione, fu nel Regno d’Italia, l’Inchiesta Jacini, che porta il nome di Stefano Jacini, senatore e poi Ministro dei Lavori pubblici; fu varata il 15 marzo 1877 durante il governo presieduto da Agostino Depretis, esponente della Sinistra storica, per verificare le condizioni economiche e sociali delle campagne italiane e lo stato dell’agricoltura nazionale. Presidente della successiva commissione d’inchiesta, pubblicò nel 1884 un voluminoso rapporto, tuttora noto col nome di Inchiesta Jacini.
Sul circondario di Sora l’Inchiesta annotava come i contadini ritenessero la moglie ‘un eccellente socio di lavoro’ e i figli una ricchezza; la vita domestica poggiava quindi sulla convenienza, più che sui vincoli di simpatia e affetto; “infatti il nostro contadino prende moglie perché le necessità dell’azienda rurale richiedono una massaia che accudisca alle poche faccende di casa e alle parecchie altre che sono connesse con la coltura del campo, e richiede l’aiuto delle braccia dei figli, di cui in generale è fecondo un matrimonio”. Le campagnole, come vengono chiamate dai relatori dell’Inchiesta, “per resistenza e per forza muscolare riescono a durare quasi le stesse fatiche di un uomo; e infatti il lavoro della vanga che è forse uno dei più faticosi, si fa insieme; né le cure della maternità sono a queste ultime di grave impaccio; perché non di rado passano nella stessa ora dal campo dove lavorano al letto dove si sgravano dei loro figlioli” . Le contadine insomma si rendevano utili, oltre che nei momenti di necessità, svolgendo occupazioni di pertinenza maschile, anche con attività diversificate secondo quello che in Italia il territorio offriva: raccoglievano nei boschi lumache, frutti selvatici, erbe, foglie, ghiande, fascine, estraevano piccole quantità d’olio dalle noci, essiccavano fichi, producevano ceste, scope, fondi di sedie, sgusciavano mandorle, maceravano, filavano e tessevano fibre tratte da una svariata serie di vegetali, cui andavano aggiunti servizi di consegna, e riconsegna materiali, trasporto di grossi pesi, acqua e materiali da costruzione, legno, pietre, sterco, biancheria lavata per conto d’altri. Occupazioni a tempo pieno, non solo stagionali, che non avendo però una contrattualizzazione e una retribuzione autonoma, rientravano nell’ottica del gratuito generosamente offerto e del naturale non degno di rilievo.
Due occupazioni che hanno fatto parte della storia delle donne ciociare e con la messa a frutto delle loro caratteristiche fisiche e mentali, ma sono spesso prive della definizione di lavoro vero e proprio, furono il baliatico e la posa come modelle per i pittori. Il termine baliatico solitamente si riferisce all’allattamento a pagamento, o meno, dei figli e figlie cui non si poteva provvedere personalmente, per vari motivi. Il lavoro femminile per quel che riguardava la maternità anche in questo caso percorreva un doppio binario: la colpevolizzazione rispetto alla madre che si allontanava dai figli, sia pure per rispondere ad un bisogno di sussistenza, e i frutti positivi che il lavoro extra domestico produceva in termini di benessere, anzi in molti casi, poneva al di sopra della soglia minima di sussistenza. Il guadagno percepito dalle balie era talmente elevato che la rinuncia era in taluni casi impossibile, sia da parte delle donne che da parte degli uomini di famiglia, con un inevitabile senso di colpa poiché è evidente che ci si allontanava dai figli per andare a nutrire con il proprio latte una prole estranea, lasciando i figli a vicine e amiche compiacenti. Svolgere in contemporanea due occupazioni era impossibile perché le famiglie di città che richiedevano un baliatico imponevano alle nutrici il trasferimento dalle campagne verso i grandi centri, da nord a sud; in Friuli, Veneto, Toscana e nella Ciociaria, famosa per la qualità del baliatico, attività che diede origine a veri e propri flussi migratori.
Tra Ottocento e Novecento le paghe erano alte, le balie guadagnavano di più rispetto a tutto il resto del personale di servizio; al compenso percepito, si aggiungevano una serie di regalie della padrona di casa: abiti smessi, indumenti intimi e biancheria per la casa. Inoltre, il privilegio non da poco, rispetto alla loro provenienza d’origine, di mangiare regolarmente cibi buoni in grande quantità. Il corrispettivo negativo era rappresentato, come si è detto, dal distacco dal nucleo familiare e dal controllo rigido esercitato sui comportamenti privati delle balie per timore che andassero ad incidere sulla salute dei neonati, compreso il divieto di avere rapporti sessuali con il proprio marito. Una pratica questa difficile da eliminare anche perché secondo le convinzioni del tempo, l’allattamento era ritenuto una fase non fertile della donna, l’unica che non desse luogo a ulteriori gravidanze indesiderate. Infine, non va dimenticato che una volta terminato il periodo dello svezzamento, le balie potevano continuare a rimanere nella stessa casa, in qualità di balie asciutte, cioè deputate ad altro tipo di alimentazione. Diventavano perciò una vera risorsa per le famiglie di provenienza, tanto che i mariti le sollecitavano spesso a rimanere nelle ricche dimore dove erano alloggiate.
Il secondo lavoro cui si è fatto riferimento, quello delle modelle, era legato ad una serie di requisiti fisici, patrimonio delle giovani ciociare celebrato dagli artisti. Talvolta nella toponomastica romana viene ricordata Piazza di Spagna e le vie dell’arte adiacenti con gli studi di pittori italiani e stranieri, dove le giovani si offrivano per essere scelte come soggetti da ritrarre. “L’ingaggio dei modelli e italiani provenienti dalla Campania e dal Lazio, dall’Abruzzo e dal Molise era una costante per pittori e scultori che lavoravano all’interno di Ateliers privati o dotati di studi propri, sia per il prezzo inferiore rispetto ai modelli parigini o stranieri, sia perché le donne di molto si avvicinavano per le loro forme anatomiche e per il colore dei capelli e della carnagione al tipo di modelle ebree che, fino agli ultimi anni del Terzo Impero(1852-1870) avevano dominato nel mercato parigino” .
La qualità della bellezza fisica era però anche altamente sospetta di derive immorali. Certamente il pregiudizio avrà avuto la sua parte nel far cadere nel dimenticatoio la parabola umana e artistica delle Sorelle Vitti, Anna, Giacinta Caira, e Maria, sposata con Cesare Vitti, titolari con quest’ultimo, della famosa Académie Vitti a Parigi, riservata alle sole donne che non potevano frequentare scuole di pittura per la proibizione di ritrarre nudi maschili; il piccolo Museo è stato aperto nel 2013 ad Atina grazie a un discendente della famiglia Caira, Cesare Erario, che ha raccolto e rielaborato quanto rimasto; le sorelle diversificarono in realtà i ruoli originari: non solo modelle, ma anche imprenditrici e artiste a loro volta. Al Museo ho riservato lo scorso anno un posto nella Notte Europea dei Ricercatori, con l’Università di Cassino e Lazio Meridionale.
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