
CRONACHE&COMMENTI
Riacquistare autonomia di analisi, di pensiero e di azione
di Aldo Pirone
La lezione scaturita dalle urne il 25 settembre pare che non abbia alcun effetto resipiscente sulle forze partitiche progressiste più grandi. La logica che le pervade è ancora quella del farsi del male per togliersi qualche voto e diventare primi nel reciproco campetto a spese dell’altro- L’imperativo di unirsi per far fronte a questa destra che ha cominciato in vari campi e su vari temi a mostrarsi di che pasta è fatta, non sembra sfiorarli. In questa non nobile gara – che getterà nell’astensione un altro po’ di gente di sinistra esasperata da questa cronica incapacità – attualmente è Conte all’attacco. Cerca di approfittare dell’impaludamento congressuale del Pd che non sa sciogliere i nodi moderati che lo stringono fin dalla sua nascita. I dem stanno sulla difensiva a loro modo, cioè malamente.
Contemporaneamente, dall’altra parte, il duo Calenda-Renzi cerca anch’esso di inserirsi nella crisi dem per ottenere uno spostamento ancora più al centro del Pd o qualche sua libbra di carne elettorale.
Il posizionamento nelle elezioni regionali di Lombardia e Lazio hanno per ora questa cifra antiunitaria e meschinamente guicciardiniana. L’autocandidatura della Moratti in Lombardia, su cui Calenda e Renzi si sono subito gettati a capofitto, non è un’opportunità per le forze democratiche antileghiste e antisovraniste di inserirsi in una divisione degli avversari: tutt’altro. E’ solo il modo peggiore di diventare supporto subalterno di un personaggio della destra berlusconiana da sempre, che ha rotto con la Lega solo perché i suoi antichi sodali non l’avrebbero candidata. Se la sua rottura fosse sui contenuti politici di quel mondo e modo di governare, perché la signora Moratti non si dispone umilmente e autocriticamente ad appoggiare una candidatura di una personalità progressista alternativa al leghismo-berlusconismo-sovranismo?
Ma al di là di queste beghe da piccola politica politicante, segnate da un insaziabile personalismo, le elezioni regionali in Lombardia presentano ben altri problemi alla sinistra e ai progressisti. Problemi non risolti da decenni e che riguardano il cuore economicamente propulsivo del nord ma anche l’intera Italia.
Sono quasi tre decenni che il “blocco sociale” in Lombardia ha presieduto alle fortune elettorali del berlusconismo sotto specie di Comunione e liberazione (Formigoni) e poi leghista (Maroni, Fontana). In tutti questi anni la sinistra e il progressismo nelle sue cangianti espressioni partitiche non sono riusciti a incrinarlo, neanche inseguendolo sul suo terreno liberista. Di questo “blocco sociale” hanno fatto parte anche milioni di operai delle piccole e medie industrie, piccoli e medi imprenditori inseriti con le loro “fabrichette” in un area di sviluppo economico intensivo a trazione tedesca e un bel pezzo di ceto medio e anche popolare abbacinato dal racconto leghista antimeridionalista di “Roma ladrona”, sostitutivo del vecchio antagonismo di classe coltivato in vario modo dalla vecchia sinistra socialista e comunista. Passato senza colpo ferire dal secessionismo di Bossi al nazionalismo di Salvini e ora a quello della Meloni. Un “blocco sociale” rinnovatosi, rispetto a quello precedente a dominanza democristiana, attraverso le trasformazioni dell’economia digitale che ha soppiantato le vecchie concentrazioni operaie delle grandi manifatture fordiste, ma sempre timoroso dei “rossi” e pronto a farsi rappresentare politicamente da quel che passa il convento conservatore nel momento dato.
Se la sinistra e le forze progressiste vogliono veramente rappresentare una proposta politica alternativa alla destra lombarda, dovrebbero applicarsi a rompere questo “blocco sociale”, a penetrarlo e sgretolarlo. La strada non sarà né breve né agevole, in Lombardia come in Italia.
Come?
Cominciando, come primo passo ma fondamentale, col riacquistare autonomia di analisi, di pensiero e di azione, invece di fare da supporto a candidature di destra come la Moratti. Anche perché quel tanto di popolo che ancora si sente di sinistra e progressista che sta dietro al Pd non la voterebbe.
È del tutto evidente che essendo le elezioni regionali lombarde a breve scadenza non si tratta di rimandare le scelte che s’impongono oggi a quando un altro “blocco sociale” popolare attorno a un nucleo forte di forze produttive sarà pronto. Ma si tratta di fare le scelte di oggi dentro quell’orizzonte strategico. Il punto di partenza o di ripartenza è talmente arretrato che bisogna mettere nel conto anche una sconfitta. Essa, però, avrà il segno, auspicabilmente unitario, di una chiarezza d’intenti in grado di espandersi e vincere domani.
L’alternativa è continuare a perdere non solo le elezioni ma anche la faccia.
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