Enrico Berlinguer

CRONACHE, STORIA E COMMENTI

Cervetti parla di Berlinguer e della sua politica verso il Pcus e l’Urss

di Aldo Pirone
Enrico BerlinguerInteressante intervista a Gianni Cervetti pubblicata mercoledì scorso dal “Riformista”, a cura di Umberto di Giovannangeli. Il giornale di Sansonetti, forse per far dimenticare la sua linea politica quotidiana vergognosamente di destra, ha costruito una sorta di recinto riservato ai ricordi e alle riflessioni di persone, dirigenti e intellettuali, anche del vecchio Pci. Gianni Cervetti, tra l’altro, fu nella segreteria di Berlinguer eletta dopo il XIV Congresso dei comunisti italiani nel 1975. Cervetti è stato in quegli anni entusiasmanti e tempestosi responsabile dell’organizzazione del partito. Inventore, tra l’altro, della formula “Partito di lotta e di governo” che doveva racchiudere il senso politico della linea comunista in quel momento; contrassegnata dalla strategia del “compromesso storico”. Fu incaricato da Berlinguer di mettere fine ai finanziamenti che arrivavano al Pci dal Pcus.

Cervetti parla di Berlinguer, e ne parla in positivo soprattutto riguardo alla sua politica verso il Pcus e l’Urss. A un certo punto dice: “io ero a Mosca, con Berlinguer nei giorni in cui deflagrò lo ‘strappo’. Io mi ricordo una piccola vicenda della sua vita e del suo pensiero di cui sono stato testimone diretto. Se vuole gliela racconto … Eravamo a Mosca a preparare il discorso che Enrico Berlinguer avrebbe poi fatto al Congresso del Pcus. Un intervento che suscitò molte perplessità e persino un brusio nella sala. Un brusio molto strano per quel tipo di pubblico. A un certo punto, Berlinguer e io con lui ci stancammo e uscimmo a fare quattro passi tra mucchi di neve, era il mese di febbraio. Parlammo liberamente. E io mi permisi di dirgli che dovevamo prendere le distanze da quella politica e anche da quel Paese che aveva avuto una chiara involuzione con Breznev. E lui mi fece un segno di assenso assolutamente soddisfatto”.

Ora “lo strappo” – alias l’ “esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre”, come disse Berlinguer in TV – è del 1981 inizi dell’ ’82, e l’ultimo Congresso del Pcus a cui partecipò Berlinguer è del 1976. In quell’occasione disse che il Pci perseguiva la realizzazione del socialismo “in un sistema pluralistico e democratico”. Poi, l’anno dopo, tornò a Mosca per il 60esimo della Rivoluzione d’ottobre e rincarò la dose parlando della “democrazia valore universale”. Ambedue i discorsi vennero accolti gelidamente dai comunisti sovietici. In seguito, nel 1981 al XXVII Congresso del Pcus, i dirigenti di quel partito avevano mostrato il loro crescente fastidio per il Pci, che era arrivato a condannare l’invasione dell’Afghanistan, relegando Pajetta – che c’era andato a rappresentare i comunisti italiani insieme a Bufalini – a parlare alla Casa dei sindacati invece che alla tribuna congressuale. Probabilmente le date nei ricordi di Cervetti si confondono ma rimane vera la sostanza: Berlinguer stava guidando il Pci lontano da quel mondo ossificato del comunismo sovietico.

Inoltre, cosa molto più intrigante in sede di riflessione storico-critica, parlando della storia russa, Cervetti dice: “Nella storiaGiovanni Cervetti Wikipedia 200 min della Russia, prima ancora che s’instaurasse l’Unione Sovietica, ci sono tre periodi nei quali le cose potevano svilupparsi in senso democratico”. Il primo, all’inizio del novecento, con il Lenin dello “sviluppo del capitalismo in Russia” e “la sua idea che in Russia potesse svilupparsi una rivoluzione democratica”.

Sì, a patto di sapere che Lenin ebbe sempre presente che la rivoluzione democratica in Russia abbisognava di un orizzonte e di una guida rivoluzionaria socialista per vincere realmente. Cosa che poi mise in pratica nella rivoluzione del 1917.

Il secondo periodo, sempre secondo Cervetti, è negli anni cinquanta inizi sessanta con Krusciov e la destalinizzazione e il terzo è quello di Gorbaciov disarcionato da Eltsin che, dice giustamente, fu il vero padre di Putin.

Manca un altro momento nella valutazione di Cervetti, il più dirimente ed importante perché fu all’origine di quale strada imboccare per costruire un socialismo che, nella Russia contadina divenuta Urss, coincidesse con la modernizzazione di un paese ancora profondamente affetto da un “asiatismo” congenito in quanto a usi e costumi arretrati. Non a caso Lenin, semplificando, diceva che il socialismo era “l’elettrificazione più il potere dei soviet” e che uno dei compiti principale dei bolscevichi era quello di insegnare ai contadini a commerciare all’europea e non all’asiatica. Questo momento fu la Nep (Nuova politica economica) di Lenin che, sebbene presentata come ritirata tattica dopo il “comunismo di guerra”, aveva in sè un elemento strategico fondato sul pluralismo economico diretto dallo Stato con la politica di piano. Quali sviluppi avrebbe potuto avere quella politica innovatrice, anche sul terreno del pluralismo politico nella Russia dei soviet, non è dato sapere. Conosciamo solo l’ossessione di Lenin morente per l’unità del gruppo dirigente bolscevico. Un’ossessione giustificata come si vedrà in seguito, ma disperata, quasi volesse mettere un tappo a tendenze di differenziazione diventate insopprimibili e potenzialmente deflagranti senza uno sbocco politico pluralistico seppur nel quadro di quella società gelatinosa – come scrisse Gramsci molti anni dopo nei suoi “Quaderni del carcere” – mancante di una robusta società civile.

Sappiamo solo che la Nep morì con Lenin, e che fu travolta, in seguito, nel gorgo delle lotte fratricide nel gruppo dirigente bolscevico. Sappiamo solo che venne Stalin che fece tutt’altra politica – il socialismo in un paese solo, i piani quinquennali, la collettivizzazione forzata, l’alfabetizzazione di massa e la sanità assicurata a tutti, la vittoria contro il nazifascismo, le purghe, i processi, i gulag, la dittatura personale, i privilegi per la nomenklatura, il nazionalismo e l’asiatismo rinascenti ecc. – con altri esiti, opposti a quelli per cui si erano battuti i bolscevichi nell’ottobre del 1917. Anche quella, tutto sommato e tra contraddizioni laceranti e handicap permanenti – vedi la bassa produttività in agricoltura e la penuria dei beni di consumo – fu modernizzazione e sostituzione delle vecchie classi sociali borghesi, nobiliari e zariste con quelle provenienti dal popolo. Ma per molti versi fu modernizzazione conservatrice – oppure, secondo altre opinioni, rivoluzione dall’alto o anche rivoluzione passiva – con il suo nazionalismo grande russo e asiatismo avvolgenti il regime comunista e il rinascente spirito di sudditanza fra i russi e le altre etnie e nazionalità facenti parte dell’Urss e poi della Federazione russa.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Di Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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