CRONACHE&COMMENTI
I risultati delle votazioni sarebbero più moderati e pacifisti delle grida nazionalistiche
di Aldo Pirone
Per sedersi al tavolo delle trattative bisogna essere in due, anzi indue: Zelensky e Putin. Più qualche altro che dovrebbe dare il suo convinto consenso: Biden, Xi Jinping, l’Unione europea. L’autocrate russo non ne ha nessuna voglia come rilevava “il manifesto” di mercoledì scorso con il suo titolo di prima pagina “Niet a tutto”. Il Presidente ucraino, dal canto suo, è piuttosto oscillante sottoposto a varie pressioni e condizionamenti esterni. La misura di questa svogliatezza c’è l’hanno date le reazioni al piano di pace italiano. Oltremodo negativa quella russa, assai guardinga quella ucraina. L’ipotesi più ottimistica è che Putin prima di sedersi al tavolo voglia segnare sul piano militare, dopo la caduta di Mariupol, una qualche vittoria nel Donbass e nel corridoio sud da spacciare per vittoria dell’ “operazione militare speciale” all’opinione pubblica russa imbonita dal regime e alla cerchia dei suoi critici dentro e fuori il Cremlino. Zelensky, al contrario, è da una parte illuso dagli angloamericani, che gli forniscono le armi e gli apparati militari più efficaci, e pressato dai falchi nazionalisti interni per una vittoria contro l’orso russo.
Nel mio articolo del 30 marzo avevo già paventato, essendoci stati in tutti i conflitti, il manifestarsi di falchi e colombe nell’uno e nell’altro campo, soprattutto quando in gioco ci sono porzioni di territorio nazionale contese. I falchi sono già all’opera. Vedremo come si manifesteranno nel momento clou di un’eventuale e seria trattativa per il cessate il fuoco e per un accordo di pace. La road map proposta dall’Italia e oggi rifiutata potrebbe allora venire utile.
La questione più complicata da risolvere sarà lo status dei territori a maggioranza russofona: Crimea e Donbass. Putin, che vola per ora tra i falchi, ha la necessità di non perdere la faccia, ma anche Zelensky – il diritto internazionale milita tutto a suo favore – non può rinunciare a cuor leggero ai confini dell’Ucraina antecedenti al 2014. Già si sentono le grida di tradimento che l’ala destra del nazionalismo ucraino è pronta a riversargli contro.
Finora la questione è stata trattata con la forza militare, in particolare con l’aggressione scatenata da Putin il 23 febbraio scorso. La guerra le teste le taglia, i corpi li maciulla e massacra senza distinzioni fra civili – donne, vecchi e bambini – e militari. E se invece di “decapitarle”, come ebbe a dire De Gasperi in tutt’altra situazione, quelle teste si contassero? In altre parole: se le popolazioni interessate al contenzioso etnico fossero loro a decidere dove stare? Sarebbe questo una specie di uovo di Colombo per sminare i nazionalismi guerrafondai dell’una e dell’altra parte.
È vero, Putin ha già celebrato il suo referendum in Crimea e probabilmente ne vorrebbe fare di simili in Donbass o in altri luoghi che spera di conquistare – per ora quelli occupati li sta russificando completamente – ma qui si tratterebbe di fare consultazioni serie gestite da organismi internazionali – per esempio l’Onu o altri concordati fra le parti in causa – che ne garantiscano l’effettivo svolgimento al riparo da interferenze di parte. Inoltre, oggetto delle consultazioni dovrebbero essere almeno tre soluzioni: l’annessione alla Russia, l’indipendenza in stati o in uno stato autonomo, il massimo di autonomia possibile dentro i confini dell’Ucraina con le garanzie internazionali necessarie e con la prospettiva di poter usufruire anche loro degli aiuti europei e occidentali per la ricostruzione delle proprie città e villaggi.
Al tempo stesso, una volta acquisito il risultato referendario, gli ucraini tutti, profughi compresi, dovranno decidere, sempre tramite referendum, se accettare il l’intero accordo di compromesso raggiunto o rifiutarlo e continuare la guerra da soli, senza gli aiuti da parte dell’Europa per la ricostruzione dell’Ucraina. Zelensky aveva già accennato che sarebbero stati gli ucraini ad approvare o meno un eventuale accordo di pace con apposito referendum. Una posizione saggia se dovrà scontrarsi con il nazionalismo di destra.
È mia impressione che i risultati delle consultazioni sarebbero assai più moderati e pacifisti delle grida nazionalistiche. Si dice che Putin non accetterà mai una simile strada. E perché? Non è, tra le altre cose, in aiuto dei fratelli russi sottoposti a “genocidio” nel Donbass che ha mosso i suoi carri armati, i suoi missili, i suoi aerei e le sue navi? In Crimea non li ha già fatti votare nel 2014? Non ha già riconosciuto le repubbliche di Donetsk e Lugansk? Di che avrebbe paura? Non ritiene i russofoni capaci di “denazificarsi” con il voto? Dovrà spiegarlo ai russofoni di Ucraina, ai russi bianchi della Bielorussia e ai “grandi russi” e alle altre minoranze nazionali della sua immensa Federazione da cui preleva ogni giorno i giovani di leva per mandarli a morire nell’ “operazione militare speciale”.
Anche Zelensky dovrà dare una qualche spiegazione agli ucraini e a tutta l’opinione pubblica occidentale ed europea se dovesse rifiutare di “contare” le teste. E anche il nazionalismo ucraino di destra non sarebbe contento di questa prospettiva.
Le teste è meglio contarle che romperle.
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