CRONACHE&COMMENTI
Perché i riposizionamenti rispetto alla linea oltranzista angloamericana?
di Aldo Pirone
Le cose che Draghi doveva dire a Biden non erano scontate. Ne riassumo alcune brevemente, tratte dalla Conferenza stampa dell’altro ieri a Washington. “L’Europa è l’alleato degli Stati Uniti, quindi le visioni europee non sono in contrasto con gli Usa. Sono però in fase di cambiamento ed è per questo che occorre affrontare questa diversità che si manifesterà tra poco. E’ una riflessione preventiva, bisogna riflettere sugli obiettivi di questa guerra e poi decidere”; occorre “cominciare a chiedersi come si costruisce la pace“; “Il percorso negoziale è molto difficile ma il primo punto è come costruire questo percorso negoziale, deve essere una pace che vuole l’Ucraina, non una pace imposta da un certo tipo di alleati o da altri“. Il segretario della Nato Stoltenberg e gli angloamericani non la pensano proprio così.
Poi, l’analisi del punto in cui è giunto il conflitto. “La guerra ha cambiato fisionomia“, ha osservato, “Inizialmente era una guerra in cui si pensava ci fosse un Golia e un Davide, essenzialmente di difesa disperata che sembrava anche non riuscire, oggi il panorama si è completamente capovolto, certamente non c’è più un Golia, certamente quella che sembrava una potenza invincibile sul campo e con armi convenzionale si è dimostrata non invincibile“; “All’inizio della guerra in parlamento si diceva in l’Italia che dovevamo avere un ruolo, io risposi che non bisogna cercare un ruolo, bisogna cercare la pace, chiunque siano le persone coinvolte l’importante è che cerchino la pace, non affermazioni di parte. Non bisogna cercare di vincere, la vittoria poi non è definita”.
Se si paragona la sua intervista al “Corriere della sera” del 18 aprile scorso a ciò che ha detto nella Conferenza stampa di ieri a Washington il cambiamento è evidente. Si dirà che sono parole, ma a quel livello delle relazioni internazionali anche le parole hanno un peso, sia quelle positive che quelle negative. Ieri l’altro, per esempio, Macron e Xi Jinping hanno concordato che bisogna non solo darsi da fare per la pace in Ucraina ma che va difesa l’integrità territoriale della medesima. Affermazione significativa, soprattutto da parte cinese che in qualche modo non ha contrastato l’aggressione di Putin agli ucraini pur distinguendosene.
L’aria di un cambiamento che metteva in primo piano la ricerca della pace da parte dell’Europa, o almeno della sua parte più occidentale, era già evidente nel discorso che Draghi ha fatto all’europarlamento il 3 maggio scorso sulla scorta di quello fatto dal Presidente Mattarella il 27 aprile al Consiglio d’Europa.
Perché questi riposizionamenti rispetto alla linea oltranzista angloamericana?
Vi hanno concorso, probabilmente, diversi fattori. La vittoria di Macron alle presidenziali francesi e la ripresa da parte sua di una tessitura diplomatica volta a una soluzione che “non umili la Russia”, la crescente resistenza degli ucraini sul terreno militare, l’aumento delle perplessità, per non dire dei contrasti, a un’azione italiana ed europea fondato solo sull’invio di armi agli ucraini, sugli aiuti umanitari e sulle sanzioni economiche alla Russia. Di qui l’ingrandirsi dell’insofferenza dell’opinione pubblica riflettutasi in alcune forze politiche della maggioranza: dentro al Pd, il M5s e Leu, più strumentale quella di Salvini. Perciò, dice Draghi, “Tutte le parti devono fare uno sforzo per arrivare sedersi intorno ad un tavolo, anche gli Usa”. E ieri, in Consiglio dei ministri, dove ha riferito dei colloqui con il Presidente statunitense, ha ribadito che l’obiettivo è portare al tavolo delle trattative tutti i protagonisti del conflitto e che Biden deve chiamare Putin. Per esempio, aggiunge alle sue considerazioni, potrebbe essere un segnale positivo per un cessate il fuoco sbloccare i porti sul mar Nero e quello d’Azov per consentire il commercio dei grani da parte dell’Ucraina che sono essenziali per evitare una carestia in Africa e non solo, con milioni di morti per fame.
Draghi non è andato in Parlamento prima di andare negli Stati Uniti. Ha fatto male, molto male. Ora ci andrà il 19 maggio a fare una comunicazione. Troppo poco. Se, come dice, “la guerra ha cambiato fisionomia” e il “panorama è completamente capovolto”, bisogna prenderne atto in un indirizzo all’azione del governo traguardato al cessate il fuoco e all’inizio di una trattativa, di concerto con i paesi europei (Francia, Germania, Spagna) più impegnati su questo versante trattativista. Per questo è indispensabile un dibattito politico che si concluda con una mozione di maggioranza che raccolga e renda impegnative le considerazioni che Draghi ha fatto a Washington.
In questo quadro andrebbe valutata, insieme a Macron, Sholz e Sanchez, anche la richiesta di entrare nella Nato della Finlandia e, a giorni, della Svezia. Una richiesta comprensibile da parte loro, ma sarebbe un segnale negativo, un elemento di escalation militare. Sarebbe molto più utile adoperare questa richiesta come arma di pressione, fra le altre, per indurre Putin alla trattativa.
Non è inutile ricordare che se c’è opposizione anche di un solo paese dell’alleanza militare la richiesta rimane bloccata.

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it
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