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CRISI ECONOMICA

Cibo e bollette pesano di più sul bilancio delle famiglie

Il quadro generale

bollette 390 minInflazione, un milione di poveri in più. Cibo e bollette pesano di più sul bilancio delle famiglie
L’indice dell’inflazione corre verso il 6% e aumentano le difficoltà a sostenere le spese essenziali. I rincari rallentano la ripresa e il ritorno al pre-pandemia. Si allarga la povertà assoluta con l’inflazione che è la tassa dei poveri per eccellenza ed erode il potere d’acquisto soprattutto di chi ha più bisogno. Se quest’anno i prezzi volassero al +6% (il governo stima +5,8%), l’Italia conterebbe un milione di poveri assoluti in più, equivalenti a oltre 400 mila famiglie risucchiate dall’incapacità di affrontare il giorno per giorno, dal caro bollette al caro spesa.

La crisi del 2021 durante il lockdown
«Non una buona notizia, visto il record storico di poveri assoluti già segnato nel 2020 e confermato nel 2021 con tutte le sue storture: peggio al Sud, tra i minori, le famiglie numerose, gli stranieri, chi è in cerca di lavoro. Sul piano dei numeri l’anno scorso si è chiuso in linea con il drammatico 2020, nonostante un rimbalzo del Pil al +6,6% dopo il tonfo del – 9% pandemico: 1 milione e 950 mila famiglie povere assolute corrispondenti a 5 milioni e 600 mila individui, di cui 1 milione e 384 mila minori. In percentuale, siamo al 7,5% delle famiglie povere e al 9,4% delle persone povere in Italia. Osserva però Istat che se nel 2021 non ci fosse stata l’inflazione all’1,9%, i tassi di povertà sarebbero scesi al 7% delle famiglie e all’8,8% degli individui. Non certo il ritorno al pre-pandemia, ma l’inizio di una discesa». (di Valentina Conte da repubblica.it)
Il rialzo dei prezzi dell’1,9% nel 2021 davvero timido rispetto a quanto osserviamo ora,ha trascinato in povertà assoluta 134 mila famiglie e 364 mila persone in più. Con una fiammata inflattiva tre volte più potente quest’anno – perchè il % potrebbe essere anche superato – i nuovi poveri assoluti potrebbero salire oltre il milione, per 413 mila nuclei aggiuntivi.

Delle politiche sagge potrebbero invertire o attenuare questa tendenza. In parte l’esecutivo è già intervenuto sulle bollette di luce e gas che pesano molto negli aumenti dei prezzi e anche sulla benzina, sostenendo così le famiglie con Isee più basso. Ma da mesi oramai l’inflazione pesa sul carrello della spesa. E la guerra in Ucraina rende tutto più complicato, sia sul fronte energetico che su quello alimentare, tra gas e grano; purtoppo senza che ciò sia tenuto nel debito conto per quanto riguarda il convolgimento nella guerra. “Il Reddito di cittadinanza è un argine alla povertà: lo ricevono 1,1 milioni di famiglie per oltre 2,4 milioni di persone, 583 euro medi al mese. Ma il venir meno di altri sostegni messi in campo nel 2020 – come il Rem e i bonus – unito al fatto che il Reddito non sempre va ai più poveri tra i poveri che non sanno di averne diritto, rende il quadro ancora più complesso in un anno a forte trazione inflattiva rischi di stagnazione o addirittura recessione”.

«”La situazione per ora non è drammatica, come nel 2020, come pure le file fuori dalle mense e dai centri d’ascolto”, dice Walter Nanni dell’ufficio studi di Caritas Italiana. “Anzi solo un terzo dei nuovi poveri di allora è ritornato da noi nel 2021 e dopo: due terzi non si sono più visti o passano per ringraziare. Ma molte persone cominciano a non trovare più quei lavoretti che consentivano loro di mantenere la famiglia ed evitare gli aiuti perché le imprese, specie le piccole, sono in difficoltà con gli alti costi di energia e materiali e tagliano personale senza sostituirlo”».

«L’inflazione, non pesa allo stesso modo su poveri e ricchi. Nel 2021, dice Istat, a fronte di un +1,9% generale, si registra un +2,4% per le famiglie più povere e un +1,6% per quelle più abbienti. Nel primo trimestre di quest’anno il +6% generale (dell’indice Ipca, quello usato per rinnovare i contratti) si traduce in un +8,3% per le famiglie povere contro un +4,9% di quelle ricche: le prime acquistano più beni che servizi e i beni sono aumentati di più. E la spesa per questi beni, da parte delle famiglie più povere, non si è ridotta neanche nel 2020 – osserva Istat – perché si tratta di beni essenziali e irrinunciabili». (di Valentina Conte da repubblica.it)

E veniamo allo scontro di oggi, fra il Ministro del Lavoro e il Presidente degli Industriali, perché l’inflazione impatta anche sui lavoratori che poveri non sono, ma che quest’anno riceveranno salari più leggeri. Il ministro del Lavoro Andrea Orlando ieri ha rilanciato il tema auspicando che gli aiuti alle imprese contro il caro energia siano “subordinati al rinnovo e all’adeguamento dei contratti” perché “senza un aumento dei salari dei lavoratori ci sarà una crisi sociale e una drammatica caduta della domanda”.

“Dare aiuti alle imprese con aumento dei salari è un ricatto. Che modo è di porsi da parte di un ministro della Repubblica? È questo il patto che ci proponete? Noi crediamo che sia un’altra strada”, ha attaccato Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, intervenendo alle celebrazioni per i 50 anni della confederazioni degli industriali in Emilia-Romagna, e riprendendo quanto scritto in un intervento sul Sole24Ore. “Il vero taglio che dobbiamo fare – ha aggiunto – è quello del cuneo fiscale: questa è equità sociale. Questa è la strada che dobbiamo perseguire”. Il ministro Andrea Orlando risponde: “Reazione che sorprende” alle accuse del presidente degli industriali: “Se non sapremo essere capaci di far fronte in modo differenziato ad un aumento dell’inflazione rischiamo una crisi sociale”. Letta: “Nessun ricatto, solo volontà di porre una questione che riguarda lavoratori e imprenditori, con un forte e strutturale intervento sul cuneo fiscale”.

E Orlando precisa ancora alle accuse, sottolineando: “Mi sorprende questa reazione da parte di Confindustria perchè mi da l’idea di una inconsapevolezza di quello che si può produrre nei prossimi mesi in questo paese in termini economici e sociali. Se non sapremo essere capaci di far fronte in modo differenziato e con più strumenti ad un aumento dell’inflazione – avverte il ministro – rischiamo una crisi sociale, ma anche una caduta della domanda interna. Ed è di questo che si dovrebbero preoccupare”.

Orlando ha quindi spiegato: “Non mi avventuro nel dire se l’aumento dei salari possa aumentare la produttività o se la produtività debba anticipare i salari”. Una questione che, per il ministro, è strettamente legata alla scelta di molti lavoratori qualificati di lavorare all’estero: “Alcuni teorici della sostituzione etnica guardano ai complotti. Credo debbano guardare ai salari. In questi anni abbiamo riflettuto molto sull’immigrazione e forse dovremmo rivolgere di più l’attenzione all’emigrazio perchè questo Paese ha un patrimonio di capacità e talenti, di forza lavoro che se ne va”.

A difendere il ministro del Lavoro dagli attacchi di Confindustria è il segretario del Pd, Enrico Letta, che intervenendo all’agorà “Retribuzioni giuste” sottolinea: “Non c’è alcun ricatto in corso, c’è la volontà di porre a tutto campo una questione che il governo pone, e riguarda i lavoratori e gli imprenditori, con un forte e strutturale intervento sul cuneo fiscale”. E il vicesegretario dei dem, Giuseppe Provenzano, ha aggiunto: “Difendere il lavoro non è un ricatto. Porre questi temi è la nostra priorità”.

fonte: repubblica.it

 

 

 

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