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LAVORO E LAVORATORI

“….investire nelle persone, con la loro massima occupabilità, nel contesto degli aiuti alle imprese”

di Donato Galeone*
industrial wallpaper manifestosardo.org minLa costruzione di una politica industriale vera in cui lo Stato condivida puntuali scelte con le parti sociali che creino crescita e sviluppo nel medio e lungo periodo – deve avere effetti benefici per tutti – partendo dai massimi livelli di occupazione.

Con l’affermarsi della globalizzazione su un alto numero di aziende che entrano in crisi siamo informati – poco e male – da tutti i mezzi di comunicazione, nazionali e locali, sui “contenuti delle crisi aziendali”.
Già negli ultimi anni dello scorso ‘900 e da oltre 30 anni, in tutti i Governi, a fronte di tutte le crisi settoriali e aziendali industriali le questioni critiche sono state affrontate, azienda per azienda e in posizione di retroguardia – sprecando risorse, pur necessarie, a sostegno dei redditi dei lavoratori per crisi settoriale o aziendali – ma assai lontani, invece, dall’avviare la “costruzione di una politica industriale italiana nella dimensione europea” entro cui coinvolgere sia per settore che per comparti le possibili riprese, pur graduali ma vere e definite ristrutturazioni o riconversioni produttive.

Dal 1977, Ministro Donat Cattin ed a seguire fino al 1994 sono stati tanti i Ministri dell’Industria come sono stati tanti e diversi i dirigenti sindacali dei lavoratori e della associazioni degli industriali ma nessuno di loro, salvo marginali annunci, ha pensato di proporre una pur vaga ipotesi di “piano industriale nazionale” – con visione pluriennale almeno ventennale – anziché solo fermarsi su ogni legittima manifestazione o richiesta occupazionale da salvaguardare, sia davanti ai cancelli delle aziende o sotto i vari Ministeri romani (oggi appare difficile contare il numero delle aziende in crisi aperte e giacenti sui cosiddetti tavoli ministeriali: almeno e oltre 70 aziende e centomila posti di lavoro, Sbarra Cisl).

Considerare e condividere un “piano industriale nazionale” partendo dal nostro primario settore manifatturiero e quello delle costruzioni, tenendo in conto che il nostro Paese, rispetto agli altri Paesi europei, con tante “piccole e medie imprese” non più di 50 dipendenti, generano meno fatturato e, quindi, meno PIL e meno occupazione (media 50 dipendenti e fatturato 15 milioni/anno).

Sappiamo che alla economia industriale il “grande è bello” – si dice – ma non possiamo dimenticare un altro aspetto nell’allestimento di un piano di politica industriale, cioè, quello di avere capacità nel tempo di vivere e reggere tra le “imprese multinazionali” da invogliare nella scelta dell’Italia e – nel contempo – avere capacità di regolare, controllare, realizzare e gestire guardando, non solo e sempre alla lontana economia USA, ma ai vicini piccoli Stati come Lussemburgo, Olanda e Svizzera che – partendo da Berna – le multinazionali svolgono un ruolo importante nell’economia Svizzera : nel 2019, le imprese che fanno parte di un gruppo multinazionale erano quasi trentamila e impiegavano circa un milione di persone ( dati dell’Ufficio Statistico Elvetico).

Sappiamo anche che entro il 2023 il fabbisogno occupazionale sarà collegato al “naturale turnover” – tra 2,1 milioni e 2,3 milioni – mentre la crescita economica genererà, in maniera molto differenziata, una quota di “nuovi posti di lavoro” che va dalle 427 mila alle 905 mila unità e a trascinare le domande di lavoro saranno la rivoluzione digitale e la ecosostenibilità, con circa 700.000 posti di lavoro (Report di Excelsior di Unione di Commercio).

Nelle ultime settimane di marzo – il 23 marzo in Roma – al Convegno CISL “Un Patto per l’Industria Italiana” il Ministro Adolfo Urso ha dichiarato che “per noi Governo, è espressamente importante il confronto con i rappresentanti dei lavoratori – lo ha dimostrato Giorgia Meloni partecipando all’Assemblea della CGIL. La politica che il Governo vuole fare passa da un confronto serrato, sia con i Sindacati che con le Imprese, per delineare cosa serve a questo Paese”. Il Ministro ha voluto, anche, sottolineare che “in Italia manca da tanti anni una vera e significativa politica industriale che salvaguardi, rafforzi e rilanci la produzione nazionale, le punte di eccellenza del Made In Italy e i settori strategici su cui si sostanzia la nostra industria, in sintonia, con una vera politica industriale europea che stiamo contribuendo a realizzare anche con la fermezza che abbiamo manifestato a tutela dei nostri interessi”.

La risposta del segretario della CISL, Luigi Sbarra, è stata immediata e ha detto che “al Governo si chiede di promuovere un ‘patto’ per una nuova politica industriale ed energetica che raccolga la sfida delle nuove tecnologie e delle transizioni industriali 4.0”.

Vale a dire, in estrema sintesi, il convenire su specifici e prioritari aspetti della questione e cioè: “che l’industria è il pilastro dell’economia italiana nella dimensione europea; che serve una politica industriale vera da condividere e definire; che lo sviluppo non può non essere sostenibile e partecipato, partendo dal Mezzogiorno, con particolari piani nei comparti produttivi”.

Nei ”contenuti propositivi” – altrettanto prioritari – non potranno non essere selezionati e definiti gli “investimenti nelle persone, con la loro massima occupabilità, nel contesto degli aiuti alle imprese” e mirando – consensualmente – sia verso uno sviluppo territoriale programmato tra settori produttivi che verso investimenti adeguati nei livelli delle innovazioni tecnologiche e il conseguibile livello di “produttività aziendale e territoriale” redistribuita con il lavoro contrattato e partecipato.

Da osservare e non dimenticare che il “diritto allo sviluppo” in generale e di quello industriale – ancora di più – è un “diritto umano legittimo” di ogni popolo a partecipare – non solo – ma a “contribuire e beneficiare” dello sviluppo economico, industriale, culturale e sociale.
Infatti circa 40 anni fa – il 4 dicembre 1984 – è stato affermato che “la persona umana è il soggetto centrale dello sviluppo e, conseguentemente, deve essere partecipante attiva e beneficiare del diritto allo sviluppo” (sintesi degli articoli 1 e 2 della Dichiarazione sul Diritto allo Sviluppo delle Nazioni Unite).

*già Segretario Provinciale di Frosinone e Segretario Regionale CISL Lazio
Roma, 26 marzo 2023

 

 

 

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