
CRONACHE&COMMENTI
Parla di rado ma quando lo fa, “tac”, lui “sentenzia”
di Aldo Pirone
Nel film di Nanny Loi “L’audace colpo dei soliti ignoti”, “Peppe il pantera” (Vittorio Gassman) presenta la squadra scalcinata dei ladri a Virgilio “il milanese”. Arrivato a Tiberio Murgia dice: “Questo è Ferribotte detto il taciturno in dove che è laconico, ma quanno che parla, tac, ogni parola è una sentenza”. Questa esilarante scenetta mi viene in mente ogni volta che leggo un’intervista di Dario Franceschini. Se uno vuol sapere dove va a parare il PD deve ascoltarlo, perché come “Ferribotte” parla di rado ma quando lo fa, “tac”, lui “sentenzia”.
Franceschini è uno che conta nel Pd. Dell’anima popolare e cattolico democratica ivi confluita, ne rappresenta la bronzea ala della democristianità un po’ dorotea. Non è mai stato, di regola, all’opposizione nel governo del suo partito e quando vi è stato proprio costretto – nel 2009 sfidò Bersani per la segreteria dem e perse – è subito guarito da simili audacie rivoluzionarie. Ai tempi di Renzi, fiutato il vento favorevole al “bomba” dopo i disastri dell’affondamento di Marini e di Prodi nelle elezioni per il Quirinale nel 2013, non esitò ad appoggiarlo nelle primarie che lo portarono alla segreteria del Pd con tutte le sciagure che ne seguirono per quel partito e anche per l’Italia.
La cifra di Franceschini, nel bene e nel male, è il politicismo. Quel tipo di politica che pensa di essere realista in quanto tende più che altro ad includere via via anche gli antichi avversari, ma non perché effettivamente redenti dalle loro antiche posizioni ma perché coinvolgibili nella gestione del potere, a prescindere dagli obiettivi che dovrebbero essere diversi fra progressisti e conservatori e che Franceschini dice di perseguire. Nella sua intervista a “la Repubblica” di martedì scorso l’esponente dem ci dice, tra le altre cose, che sta attenzionando la Lega di Salvini, la cui acquisizione all’europeismo potrebbe essere, secondo lui, la svolta per il sistema politico italiano. Infatti, afferma di vedere – forse tra i fumi dell’alcol – “che anche Salvini si sta positivamente interrogando sul futuro posizionamento della Lega”.
Intendiamoci, la politica è anche attenzione a tutto ciò che si muove all’interno delle forze politiche, anche quelle più lontane per cultura e obiettivi dalla propria parte. Fare in modo di incalzarle, per spostarle su posizioni meno reazionarie e conservatrici, nel caso in questione “europeiste”, è più che sacrosanto. Perciò, lavorare, come dice Franceschini, per rendere la democrazia italiana più sicura nell’alternanza fra destra e sinistra perché si stimola la destra ad emanciparsi dall’antieuropeismo nazionalista e sovranista, cioè da se stessa, è cosa certamente positiva. Anche se Franceschini identifica “europeismo e atlantismo” che non sono per niente la stessa cosa, come dimostra anche la crisi ucraina in corso.
Ma se tutto questo darsi da fare avviene senza che la propria parte politica, il Pd, agisca nel corpo sociale per spostare i rapporti di forza nel Paese a favore dei progressisti riconquistando i lavoratori e le fasce sociali popolari, allora la politica diventa, appunto, politicismo che, di solito, origina trasformismo, populismo demagogico e qualunquismo. Oltre al fatto, per niente secondario, che si espone il proprio partito alle scorrerie vittoriose di un Renzi qualsiasi.
Certo, non tutto si può dire in un’intervista, ma Franceschini, quando “sentenzia”, non sembra avere al centro dei propri pensieri politici né la questione sociale né quella del lavoro che dovrebbero essere il fondamento di una forza progressista. L’una e l’altro da anni al centro di conflitti sociali e sindacali non indifferenti e fatti segno di un’offensiva da parte di lorsignori che ha allargato le disuguaglianze prima e durante la pandemia.
Certe interviste tutte incentrate sui movimenti politici interni e fra le forze politiche, dando per scontato il proprio consenso sociale e popolare, se le potevano permettere i dirigenti del Pci. Berlinguer, come documenta una bella foto d’epoca, poteva fermarsi occasionalmente a parlare con gli operai edili in un cantiere di Roma. Quelli lo conoscevano e riconoscevano, ma gli edili di oggi manco s’accorgerebbero di Franceschini.
Sarebbe “il solito ignoto”.

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it
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