coraggio e lotta delle donne afghane 380 min

 DONNE AFGHANE E TALEBANI

La massa delle donne per noi senza volto cosa deciderà di fare? 

di Fiorenza Taricone
 coraggio e lotta delle donne afghane 380 minFare previsioni sulla geopolitica internazionale a caldo è rischioso, al quadro mancano troppe tessere, anche se qualche certezza di fondo è sempre valida. Il collante è costituito in ogni tempo dai rapporti di forza e dai profitti, il che starebbe quasi a significare la stessa cosa, visto che nelle società attuali, e non da ora, chi ha più danaro è più forte. Non ha per adesso insegnato nulla che il profitto fine a sé stesso ha distrutto un pianeta che si calcola abbia 4,5 miliardi di anni, corrispondenti approssimativamente ad un terzo dell’età dell’universo, vicino all’autodistruzione raggiunta in circa quattro secoli. La cosiddetta rivoluzione industriale, neonata in Inghilterra nel ‘600, espansa in Europa tra il secolo successivo e l’800, l’uso sconsiderato di materie prime, di sostanze chimiche, di rapina ambientale ha molto contribuito, e l’atomica ha fatto il resto. Insomma lo stupro ambientale, come spesso mi è capitato di definirlo, come sostantivo ci porta dritti al cuore della questione odierna: la rinascita talebana, scoppiata con le scelte della politica americana che giustamente si ritira dopo anni, ma senza una adeguato piano preventivo, e della politica cinese, che di capitalismo se ne intende, rassicurando sulla moderazione talebana; ma anche l’Europea deve fare i conti con i limiti pratici delle dichiarazioni di principio riguardanti le donne e i diritti umani; nell’aprile scorso la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è stata lasciata in piedi senza un posto a sedere dal Presidente turco Erdogan, mentre il suo omologo maschile, presidente del Consiglio europeo Charles Michel, è stato evidentemente riconosciuto come un suo simile con tutto il diritto di essere messo a suo agio. L’Europa sopporta anche troppo, rispetto alle fondamenta sulle quali è nata, i principi di non discriminazione e pari opportunità, paesi conservatori per non dire fascisti, misogini e a loro modo talebani, come la Polonia e l’Ungheria. Quest’ultima, infatti, si è affrettata ad annunciare disponibilità zero per i profughi talebani.

Altrettanto rischioso è un commento a caldo perché noi italiane stiamo rassicurate dalle conquiste del femminismo, attente a denunciare i ritorni all’indietro, sempre possibili e alcuni dietro l’angolo; pensare alle donne afghane può generare sentimenti contrapposti: la sorellanza di genere, in cui i buoni sentimenti trionfano, e uno opposto, in cui ci si chiede, rispetto alle immagini viste, dove sono le donne afghane. I commenti televisivi ci informano che tutti sono il più possibile nelle loro case, aspettando lo svolgersi degli eventi; di fatto, all’aeroporto di Kabul, attaccati in ogni modo agli aerei per poter partire, c’erano solo uomini; qualche altra rara immagine mostra uno sparuto gruppo femminile che sfida apertamente con i cartelli i talebani armati; qualche altrettanta rara donna, che finora ha avuto un ruolo pubblico o nell’informazione, esprime tutta la pericolosità della situazione attuale. La massa dov’è? Suppongo che data la diversità di trattamento riservata ai due generi dai talebani non sia indifferente a ciò che accade, come gli uomini dell’esercito che hanno opposto una resistenza assai scarsa. Si può arrivare a pensare che non si oppongono a uomini che comunque hanno la stessa, sacra fede, l’Islam? Perché in questo caso si aprirebbe davvero un solco rispetto all’Occidente in cui le donne hanno cominciato assai presto un percorso di liberazione e autoliberazione doloroso e pericoloso rispetto ai dogmi religiosi. Oppure le donne sottovalutano i rischi di quello che significa il ritorno alla normalità per i talebani? Difficile da credere, ascoltando Lucia Annunziata che in diretta argomentava un video appena arrivato sul suo cellulare: una donna non più giovane e neanche sessualmente attrattiva è stata fatta inginocchiare e uccisa con un colpo alla testa.

Da qualche anno è sulla bocca di molti progressisti che il grado di civiltà di un popolo o di un paese si misura dalla condizione femminile, qualcuno/a si ricorda che è un concetto appartenuto a Charles Fourier, socialista dell’Ottocento, e il fatto che sia stato anche un pensatore utopista è in totale sintonia con la frase che solitamente produce molto compiacimento, ma pochi effetti pratici. Senza arretrare così nel tempo, possiamo ricordare le proteste del neo-femminismo degli anni Novanta, in tutto l’Occidente, e le accuse contro il patriarcato, che non è mai morto, come i recenti avvenimenti dimostrano. Al tempo le femministe erano accusate di dogmatismo, di radicalismo, di estremismo, oggi gli aggettivi sembrano complimenti. Ma il femminismo sosteneva anche la conquista di una soggettività femminile che si faceva protagonista della sua liberazione, come la resistenza partigiana femminile in Italia, in un certo senso madre del femminismo stesso, sta lì a ricordarcelo. La lezione senza tempo è che nessuno s’incaricherà per te della tua liberazione.

Come la globalizzazione ha dimostrato ampiamente, oltre al fallimento di un capitalismo dal volto umano quando si tratta di profitti, le donne sono la chiave di volta su tutto il pianeta per il cambiamento; resistere, opporsi alla visione talebana può costare la vita, come hanno dimostrato da decenni, fra le altre, le donne iraniane costrette a espatriare per continuare la loro lotta; ma le donne sono la chiave di volta anche per la conservazione. Sulla loro obbedienza poggia il sistema patriarcale, ma al contrario, dalla loro disobbedienza nascono i cambiamenti; dalla obbedienza alla procreazione nascono figli maschi che saranno magari i nemici delle donne, come ricorda la scrittrice femminista Adrienne Rich nel suo libro ‘nato di donna’, ma sostanzialmente un estraneo; ma anche le figlie femmine possono essere educate in maniera diversa.

Le donne formano un corpo politico indispensabile per potersi garantire la sottomissione, e ascoltando notizie sulla auto clausura nelle case, penso per contrasto all’ultimo libro di Ritanna Armeni che ho presentato recentemente a Sant’Elia Fiume Rapido: “Per strada è la felicità”; mostrarsi, stare fuori dal perimetro della sottomissione, significa poter scegliere quale tipo di vita e di morte voler fare. I corridoi umanitari sono basilari, ma sono un’emergenza; la massa delle donne per noi senza volto cosa deciderà di fare, per sé stesse e per le proprie figlie che affermano di amare e voler mettere in salvo?

 

 

 

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Di Fiorenza Taricone

Fiorenza Taricone. Docente universitaria di Storia delle dottrine politiche presso l'Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Presidente per le Pari Opportunità, Presidente CUDARI (Centri Universitari Diversamente Abili Ricerca e Innovazione), Presidente del CUG (Comitrato Unico di Garanzia). Ha ricoperto incarichi nella Commissione Nazionale Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, in questa veste ha curato le iniziative delle Donne per il 70° della Repubblica italiana e della Costituzione. E' Consigliera di Parità per la Provincia di Frosinone. Intenso impegno e iniziative significative hanno caratterizzato l'attività di Fiorenza Taricone in modo particolare nel 2016 a 70 anni dalla nascita della Repubblica italiana. Proprio questa ricorrenza è stata l'occasione per richiamare all'attenzione sul ruolo delle donne in quella stagione di grandi cambiamenti e il significato della Costituzione. La Taricone non ha lasciato spazio a incerte interpretazioni del contributo determinante e di valore dato dalle donne in tutti i campi della vita sociale e culturale in Europa e in altre parti del mondo, come dimostra nelle sue numerose pubblicazioni. Ha fatto riemergere dall'oblio donne combattive, determinate, colte, che hanno reso grandi servigi alla loro terra di origine. Se ha riscritto la storia, ampliandola, del protagonismo delle donne, altrettanto ha denunciato la violenza subita dalle donne. Una denuncia che va oltre la semplice testimonianza e si trasforma in una battaglia culturale e rivendicativa per strutture pubbliche a sostegno di donne colpite dalla malvagità dell'uomo e di ferma condanna senza equivoci di sorta.Sembrerebbe, leggendo i suoi libri e le sue pubblicazioni, ascoltandola in pubblici confronti, che nella sua missione culturale si sommano una valorizzazione e una protezione delle donne. Significativo il suo ruolo di femminista in Europa esaltato di recente, nel 2018, quando ha presentarto in francese il suo libro "Romain Rolland, pacifista libertario e pensatore globale". Un'opera di notevole significato storico culturale nel panorama della pubblicistica di storia contemporanea. E' la prima opera biografica di un personaggio di notevole spessore culturale, pubblicata in Italia, dove Rolland è praticamente sconosciuto. Si colma con l'opera della Taricone una lacuna storica e letteraria che consente di ampliare un orizzonte di conoscenze su i protagonisti del XX secolo per un Europa unita e per una pace universale.

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