Migranti italiani in america min

Cap 2° – Partono dal frusinate per arrivare in USA, Argentina, Brasile

Migranti italiani in america mindi Ermisio Mazzocchi. Nel primo Capitolo sono state esaminate le cause dell’emigrazione. Esse sono da individuare nel mancato sviluppo socio-economico in particolare del Sud del Paese. Nel Circondario di Frosinone (prima della costituzione della provincia il territorio era suddiviso in due Circondari, quello di Frosinone che faceva parte della provincia di Roma e in quello di Sora, che faceva parte della provincia di Caserta) prevaleva una economia agricola con condizioni feudali per i lavoratori della terra, coloni e mezzadri, vessati da patti colonici insopportabili. La miseria e i debiti dovuti a una diminuzione delle rendita delle terre, costringevano i contadini a emigrare.
In questo secondo capitolo sono esaminati i flussi migratori verso le Americhe e le condizioni di vita dei lavoratori.

Tra la fine del milleottocento e gli inizi del novecento l’ondata emigratoria, che aveva interessato il nostro paese, si era diretta verso l’America del Nord. Le motivazioni di questo fenomeno vanno ricercate nelle trasformazioni economiche, che vedono lo sviluppo dell’industria e del processo di concentrazione della produzione in imprese sempre più ampie negli USA.
Secondo le stime del Commissariato per l’emigrazione da un minimo che si aggira intorno alle 360 unità per ogni 100mila abitanti nel periodo 1876 – 1878, si giunge agli inizi del secolo a una cifra massima di 2.000 emigrati per ogni 100mila cittadini italiani
Nel 1913 è più di un quarantesimo della popolazione ( 2.463,7 su 100.000) che abbandona l’Italia.

Negli Stati Uniti d’America il numero dei trust ammontava nel 1900 a 185, nel 1907 a 250. La statistica americana suddivide tutte le imprese industriali a seconda che esse fossero singole ditte o corporazioni.
A queste ultime appartenevano nel 1904 il 23,6% delle imprese, nel 1909 il 25,9%, vale a dire più di un quarto del loro numero totale. Queste aziende occuparono nel 1904 il 70,6% degli operai e nel 1909 il 75,6% (vale a dire i tre quarti). La loro produzione ascendeva rispettivamente a 10 miliardi e 900 milioni di dollari nel 1904 e a 16 miliardi e 300milioni nel 1909, il che significava rispettivamente il 73,7% e il 79% del valore totale della produzione degli Stati Uniti d’America.
Esaminando i dati per il Lazio risulta che dai 2.233 emigrati del 1898, si passa ai 25.233 emigrati dei primi anni del novecento. Per il Circondario di Frosinone passiamo da 109 a 11.533. Interessanti sono i dati i quali ci danno l’estrazione lavorativa degli emigrati con al primo posto gli edili, i braccianti, il sottoproletariato, e gli agricoltori.
L’enorme maggioranza degli emigrati italiani continuava a essere impiegata nei lavori urbani. La loro concentrazione all’interno delle città era dovuta al fatto che le terre pubbliche a buon mercato erano state occupate dai coloni anglo-sassoni, tedeschi e scandinavi.

Inoltre l’emigrato italiano non aveva a disposizione capitali per acquistare e mettere in valore quei terreni. Questi sarebbe potuto andare a lavorare presso qualche proprietario coltivatore (farmen), ma ciò lo avrebbe obbligato a isolarsi dai suoi compaesani e a vivere tra gente estranea. Infine i lavori agricoli per chi non aveva altro capitale che le sue braccia, erano retribuiti meno bene di quelli industriali, minerari o di costruzione.
La mano d’opera a buon mercato offriva le possibilità di un facile sfruttamento dell’emigrato, relegandolo ai ruoli più umilianti e faticosi. Negli Stati Uniti gli immigrati dall’Europa orientale e meridionale coprivano i posti peggio pagati, mentre i lavoratori americani venivano addetti alla sorveglianza e alle mansioni meglio retribuite.
D’altra parte dall’Italia emigrava solo una massa lavoratrice impreparata, analfabeta o con un bassissimo grado di istruzione, che si adattava a qualsiasi lavoro, anche il più degradante e di bassa retribuzione, come quello degli ambulanti, dei lustrascarpe, dei venditori di giornali (gli strilloni), dei fruttivendoli.

La sorte dall’emigrato non fu per tutti uguale. In una società come quella americana, nel momento del suo nascente sviluppo economico e industriale, non poteva non verificarsi una differenzazione non solo tra emigrato e indigeno, ma inevitabilmente anche tra emigrato e emigrato. Infatti, anche tra gli italiani di New York, vi erano banchieri, proprietari di giornali, imprenditori di vari settori produttivi. Vi erano fabbriche italiane di sigari toscani, di paste, nonché di prodotti chimici e farmaceutici.
Ma questi non erano che una élite, l’aristocrazia dell’emigrato italiano. Il resto, il grosso rimaneva nelle condizioni peggiori del mercato interno del lavoro e costituiva la manodopera dipendente con bassi salari.

Rivolgiamo uno sguardo alla vita dell’emigrato prendendo a esempio il lavoro della tracca (da tracks,binario ferrovia).
Era un lavoro duro, errabondo per le sue stesse necessità. Le gangs o comititve di operai, assoldati dalle grandi Compagnie ferroviarie, erano inviate nei vari punti della Confederazione a seconda del bisogno di costruzione. Un lavoro, di circa 12 ore, mal retribuito, degradante per le condizioni di vita, sottoposto alla stressante pressione dei sorveglianti, che non davano tregua e non concedevano nessun intervallo perBraceria italiana in America min assolvere alle più impellenti necessità. Il loro comando, ripetuto e urlato in modo assordante per tutto il periodo delle ore di lavoro “harry up, harry up, harry up” (sbrigati, sbrigati, sbrigati), risuonava nelle orecchie e produceva reazioni di esasperazione.

L’emigrante, in maggioranza di estrazione contadina, si trasformava in operaio inserito nel lavoro produttivo delle fabbriche a condizioni salariali non certo buone, soprattutto se aveva con sé la famiglia (un operaio percepiva dollari dall’1,25 a 2,00 al giorno).
Le condizioni salariali e di vita sociale risentivano della nuova situazione che si era determinata negli USA, in cui le organizzazioni padronali erano riuscite a diventare più salde e combattive di quanto non lo fossero in altri paesi. In quasi ogni ramo industriale esistevano associazioni centrali, statali e locali unite a loro volta in Leghe più vaste. Le due più importanti erano la”National Association of manufactures” e la “Citizen’s industrial Associazion of America”.
La prima, fondata nel 1895, era composta quasi esclusivamente di industriali. Negli ultimi cinque anni aveva partecipato attivamente alla lotta contro le organizzazioni operaie, influendo sull’opinione pubblica e sulla legislazione federale a vantaggio degli imprenditori. Nel 1905 era riuscita a impedire l’approvazione di due importanti leggi, presentate al Congresso su richiesta delle organizzazioni operaie. La prima di queste leggi prevedeva l’adozione di una giornata lavorativa di otto ore per tutti i lavori eseguiti solo per conto o per mezzo del governo Federale; la seconda intendeva limitare la competenza del potere giudiziario nello contese di lavoro.

La “Citizen’s Industrial Association of America” si distingueva dalla prima in quanto era una Federazione di tutte le associazioni padronali e di imprenditori locali, statali e nazionali degli Stati Uniti.
Essa fu fondata nel 1903 su sollecitazione della “National Association of Manifactures” per favorire l’unificazione di tutti i privati e di tutte le associazioni in una organizzazione di lotta capace di rispondere alla sfida delle associazioni operaie. Nella sua terza riunione annuale in Saint Luis, nel novembre del 1905, questa Confederazione decise di aprire scuole industriali e corsi di addestramento per operai al fine di mantenerli sotto il suo controllo e fornire la manodopera agli imprenditori senza riguardo alla loro appartenenza o alle Leghe sindacali.

Ermisio Mazzocchi. 22 agosto 2020

 

Di Ermisio Mazzocchi

Ermisio Mazzocchi: nato a Vetralla (VT) il 7 agosto 1946. E' laureato in Filosofia presso l'Università di Roma "La Sapienza". Nel 1972 è dirigente nel PCI nella Federazione di Frosinone. Dal 1985 assume l'incarico di Presidente della Confederazione italiana coltivatori (oggi CIA) che lascerà nel 1990 per ricoprire incarichi politici nel Comitato regionale del PCI e in seguito PDS del Lazio. Si è occupato di agricoltura e dei suoi prodotti come Presidente della Consulta regionale e nell'ambito dell'ARSIAL. Nel 2004 tiene su incarico dell'Università di Cassino un corso sul tema "Storia della bonifica pontina". Nel 2003 pubblica il suo primo libro sulla storia dei partiti cui segue il secondo nel 2011 sullo stesso tema. Il suo impegno politico è nel PD. Studia avvenimenti storici ed economici.

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