Come e quando arrivò il nitrato d’ammonio a Beirut
di Tania Castelli – Nel giro di pochi giorni le autorità libanesi hanno fornito una versione ufficiale e individuato prontamente i responsabili della tragedia avvenuta a Beirut il 4 agosto, confermando la teoria di una terribile fatalità causata dalla colpevole incuria di alcuni ufficiali di dogana.
Grazie al tracciamento del traffico navale ed ai documenti resi pubblici dalle autorità marittime ed assicurative, insieme alle dichiarazioni rilasciate alla stampa dai soggetti coinvolti, si è arrivati ad una ricostruzione dei fatti che parrebbe avvalorare la tesi governativa.
Il 27 settembre 2013 la Rhosus, nave da carico generale battente bandiera moldava, di proprietà dell’armatore russo Igor Grechushkin, salpa da Batumi in Georgia con 2.750 tonnellate di nitrato d’ammonio.
La destinazione prevista è Beira, Mozambico, ma a metà del suo percorso si ferma per sempre a Beirut in Libano.
Secondo le coordinate fornite ufficialmente dal portale Marine Traffic, la Rhosus ha fatto tappa per due giorni a Istanbul in Turchia, e poi scalo ad Atene in Grecia per più di tre settimane (dal 21 ottobre 2013).
Successivamente, invece di fare rotta a sud per passare nel canale di Suez e è proseguire verso il Mozambico
, il 20 novembre ha puntato la prua alla volta di Beirut dove ha gettato l’ancora il giorno dopo è rimanendovi per circa una settimana, prima di venire trasferita in una baia di carico non lontana dall’attracco iniziale (ma distante dal deposito esploso).
Tracciato dell’ultimo viaggio della Rhosus Google My Maps – Maritime Traffic >>>
Il 7 agosto 2014 la Rhosus si è spostata per l’ultima volta al margine dei frangiflutti portuali e lì è stata abbandonata dall’equipaggio, previa autorizzazione ottenuta mediante l’azione dello studio legale locale Baroudi and Partnerse.
Dell’equipaggio parzialmente rimpatriato, il capitano Boris Prokoshev, di nazionalità russa, e due ucraini sono rimasti a Beirut fino al settembre 2014.
Non è ancora stato chiarito, però, come mai la nave sia rimasta nel porto di Beirut per diversi mesi prima di venire abbandonata e perché il pericoloso carico sia finito nell’Hangar 12.
In base alle dichiarazioni rese alla stampa internazionale in questi giorni dal comandante Prokoshev (e dallo stesso Grechushkin, dileguatosi all’epoca coi documenti di carico e riapparso a Cipro soltanto adesso) parrebbe che l’armatore non gli avesse fornito il denaro per pagare il pedaggio a Suez e per retribuire l’equipaggio.
Così ha cambiato rotta dirigendosi a Beirut, dove intendeva guadagnare denaro grazie al trasporto di un carico di macchinari industriali.
Ma, una volta giunti in porto, a detta dei due russi, i funzionari portuali avrebbero negato l’autorizzazione al carico, esigendo comunque il pagamento delle tasse portuali.
Trovandosi senza più mezzi economici e con le spese legali da onorare per ottenere il rimpatrio dell’equipaggio, Prokoshev avrebbe persino venduto il carburante dei serbatoi della Rhosus.
È interessante notare due punti focali di questa ricostruzione:
– dai documenti ufficiali e quelli di bordo resi noti alla stampa, risulta che Prokoshev si è unito all’equipaggio in Turchia, dopo un ammutinamento causato proprio dal mancato pagamento degli stipendi;
– secondo Lloyd’s List, pare che il noleggiatore e le parti coinvolte nella questione doganale abbiano perso interesse nella spedizione del carico una volta che il naviglio è approdato a Beirut, dove poi è avvenuto il blocco all’interno del perimetro portuale.
Il trasferimento del carico a terra dovrebbe essere avvenuto tra la fine di novembre 2013 ed il settembre 2014
quando la nave è stata definitivamente abbandonata a sé stessa ai margini del porto dove, non più governata, è colata a picco vicino ai frangiflutti nel 2018.
Forche posticce e cartonati delle massime cariche dello Stato e del leader del partito Hezbollah nelle proteste popolari a Beirut >>>
Il governo libanese parla di “colpevole incuria”, eppure risulta difficile credere che una potenziale bomba di quel calibro possa essere stata “dimenticata” da un gruppetto di sciatti burocrati i quali, per incuria o totale incompetenza, hanno predisposto nei pressi anche il un magazzino di materiale pirotecnico e per giunta autorizzato dei lavori di manutenzione con una saldatrice.
Ma gli ufficiali portuali sotto accusa (posti agli arresti domiciliari il 5 agosto) dichiarano che le autorità preposte erano state informate della presenza e della pericolosità di quel deposito in tempi non sospetti.
Chi era, dunque, a conoscenza di quel magazzino? Chi ha disposto il deposito di materiale esplodente accanto all’Hangar 12 stracolmo di nitrato di ammonio? Chi ha ordinato i lavori di saldatura nel portellone metallico di uno dei due depositi?
Questa tragedia ha scatenato le proteste della popolazione già molto provata dalla crisi economica e dalla pandemia.
Le dimissioni in blocco del governo e quelle conseguenti del premier hanno placato gli animi. Riuniti pubblicamente per commemorare le vittime, i cittadini di Beirut hanno dato luogo a violenti scontri con la polizia che, in assetto antisommossa, ha risposto al lancio di materiale incendiario e pietre con “cariche di alleggerimento” e lacrimogeni. 
Dopo giorni di guerriglia urbana, si registrano di un morto tra le forze dell’ordine, centinaia di feriti emoltissimi arresti.
Ma di verità e giustizia, ancora neanche l’ombra.
La nave RHOSUS (General Cargo Ship da 86 metri – costruita nel 1986, affondata nel 2018) >>>
Per chi volesse contribuire agli aiuti umanitari è possibile effettuare donazioni, oltre alle molte iniziative di sostegno, anche tramite la Croce Rossa Internazionale e l’UNHCR.
Link CRI per donare https://www.gofundme.com/f/23grykfi00
Link UNHCR per donare https://news.unhcr.it/nl/link?c=1e40o&d=5nc&h=161shtl2no97o8hasmd4jlo26&i=2ag&iw=1&n=23l&p=H805177344&s=wv&sn=23l
Pubblicato sul n° 14 di CiesseMagazine
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