grillo dibattista 350 mindi Aldo PironeDopo l’8 settembre del ’43, com’è noto, i partiti antifascisti costituitisi in Comitato di liberazione nazionale (Cln) chiamarono gli italiani alla Resistenza e alla lotta armata contro i nazifascisti. A gettarsi nella lotta senza se e senza ma furono, in primis, i comunisti, i socialisti, gli azionisti, i cattolici democratici che non solo volevano cacciare i tedeschi ma volevano un’altra Italia, repubblicana e democratica. Non chiesero garanzie istituzionali per salire in montagna. Non potevano certo escludere che al termine di quella lotta, che fu epica, potesse tornare la monarchia e la vecchia politica conservatrice, ma pensarono, quei partiti, e con loro centinaia di migliaia d’italiani che si fecero partigiani e patrioti, che più forte e popolare sarebbe stato l’impegno nella lotta contro nazisti e fascisti e più sarebbero cresciute le garanzie materiali per la nascita di un’Italia nuova, repubblicana, democratica e progressista. Addirittura qualcuno, come il leader del Pci Togliatti, pensò che per rendere più forte quella lotta e quell’impegno di guerra fosse necessario mettere da parte la pregiudiziale antimonarchica per affidare la scelta istituzionale al voto popolare dopo la vittoria, come stabilito già dagli Alleati (Usa, Urss, Gran Bretagna). Nacque così il primo governo di unità nazionale presieduto niente meno che da Badoglio che era stato complice, insieme al re del resto, del fascismo e protagonista della fuga vergognosa dell’8 settembre.

Perché ho riassunto sinteticamente questa vicenda storica? Perché mi è venuta in mente domenica scorsa ascoltando quanto Alessandro Di Battista diceva a Lucia Annunziata sul fatto che sotto la spinta della pandemia l’Unione è stata costretta in tutta fretta ad abbandonare i vecchi arnesi dell’austerità: il patto di stabilità, il fiscal compact, il totem del 3% nel rapporto deficit-Pil, e la riduzione al 60% del Pil del debito pubblico. Il “marmotta” ha detto, in sostanza, di essere diffidente, perché quei parametri e quella “politica di stabilità” sono stati solo sospesi ma non cancellati. Chi me la dà la garanzia – ha fischiato – che non torneranno? Sarò tranquillo solo quando vedrò che i Trattati europei saranno modificati, ha aggiunto. Il che dimostra che il Dibba non capisce granché della battaglia che si è aperta in Europa e anche in Italia. E come potrebbe accorgersene se ancora due mesi fa giudicava che un’altra Europa non è possibile perché quella che c’e “altro non è che una corporazione di rappresentanti del capitalismo finanziario che hanno come obiettivo la disgregazione degli Stati centrali a vantaggio delle privatizzazioni e dell’accentramento di ricchezze in poche mani”? L’alternativa per il Dibba era rivolgersi a Pechino, giustapposta a quella della Meloni di rivolgersi al Fmi dominato da Trump. A tutti meno che all’Ue.

Come gli ha fatto osservare rudemente Grillo, il “superatore” della sinistra si limita a ripetere sempre la stessa cosa anche quando la situazione politica muta profondamente. Paradossalmente il movimentista per eccellenza del M5s non si accorge del movimento di cambiamento, seppur faticoso, in atto in Europa. Invece di buttarcisi dentro per allargarlo e approfondirlo, chiede garanzie, blatera di revisione o di sospensione dei Trattati. Cosa, quest’ultima, che se fosse oggi formalmente intrapresa – stando ai regolamenti che governano l’Ue – durerebbe anni e con risultati che potrebbero essere per niente progressivi e financo disintegratori dell’Unione. Per la gioia di tutti i sovranisti e nazionalisti che infestano il nostro continente e che non aspettano altro. Non si accorge il “descamisado” grillino che uno dei risvolti più importanti della lotta in corso è proprio quello di far crescere, nell’urgenza di una nuova politica economica opposta all’austerità, un principio federalista e solidarista dentro quei Trattati. Né comprende che la loro modifica, senz’altro necessaria insieme a tante altre cose, sarà a suo tempo tanto più possibile e tanto più avanzata, democratica e socialmente progressista quanto più oggi il movimento di lotta per un cambiamento economico radicale e ambientalista d’ispirazione keynesiana sarà potente e radicato in tutti i 27 paesi dell’Unione. A cominciare dall’attuazione del Recovery fund gestito dalla Commissione europea.

Insomma, il “marmotta”, se fosse vissuto all’indomani dell’8 settembre del ’43, per imbracciare il fucile contro i nazifascisti avrebbe chiesto prima la modifica dello Statuto albertino.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Di Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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