Primo maggio tra passato, presente e futuro
Primo maggio, festa dei lavoratori. Sono alcuni anni che in Italia celebriamo questa importante data in tono minore e la ragione sta nel fatto che i lavoratori sono sempre di meno e spesso anche dequalificati e sottopagati.
Il concerto di San Giovanni in Roma, da diversi anni a questa parte, ha sostituito i grandi raduni sindacali in cui i lavoratori scendevano in piazza attorno alle loro bandiere e ai loro leader.
Quest’anno nemmeno quello a causa della terribile pandemia che ha colpito l’Italia.
E’ un momento difficile, ma come la storia ci insegna è in questi momenti che il popolo italiano esprime il meglio di sé. Lo è stato nel passato, lo sarà anche oggi.
La globalizzazione e politiche industriali e del lavoro poco lungimiranti dei nostri governanti, hanno determinato un impoverimento diffuso e conseguentemente un debito pubblico difficile da sostenere.
L’Europa, che dovrebbe essere il centro motore dello sviluppo economico e sociale, si è in realtà dimostrata molto di più che matrigna.
I cosiddetti talk show televisivi teleguidano quotidianamente i temi da discutere e su cui far “dividere” gli italiani.
Europa si, Europa no; MES si MES no. Quasi mai si va al cuore del problema.
L’Europa di oggi è ben lontana da come l’avevano disegnata e sognata i padri fondatori.
Il suo assetto statuale non è né federale, né confederale.
Non ha nemmeno una “Costituzione”.
A rifiutarla fu proprio l’Olanda, il paese che oggi detta la linea contro gli aiuti all’Italia.
L’Europa come è oggi altro non è che una entità regolata da un trattato tra Stati con un regolamento interno di “governance” che funziona con i metodi tipici delle banche d’affari.
Il cosiddetto MES detto anche “fondo salva Stati” ha uno status giuridico in base al quale i suoi membri del direttivo e i funzionari addetti godono di immunità giuridica!
E’ il cappio al collo che le economie più forti esercitano su quelle più deboli.
L’esempio della Grecia ne è un esempio.
In un momento di grave crisi anziché aiutarla, fu chiamata e obbligata a fare scelte di politica economica e sociale lacrime e sangue soprattutto per le categorie più deboli. Non è bastato.
Il risultato finale è stato che i centri nevralgici della economia greca sono passati di mano e ora sono controllati dai tedeschi.
E’ questo il futuro che ci aspetta?
Dipende dagli italiani e soprattutto dai lavoratori e le sue rappresentanze sindacali uniche a poter mettere in piedi una potenza di fuoco all’altezza della situazione soprattutto per la lotta alla corruzione che nel nostro paese vale diversi punti di PIL.
L’economia del dopo corona virus in Italia dovrà sopportare, più degli altri paesi, le conseguenze cui siamo messi di fronte. Al debito già pesante, dobbiamo aggiungere gli ulteriori debiti per far ripartire l’apparato produttivo del Paese.
Tutto il denaro di cui si parla in televisione non ci viene ovviamente regalato e per poterlo ripagare abbiamo bisogno di produrre e produrre molto, più di quanto si possa immaginare.
E qui torna il tema del lavoro.
Per troppo tempo si è pensato, sbagliando, che la ricchezza veniva dalla finanza.
Oggi riscopriamo il valore del lavoro come elemento essenziale dello sviluppo economico e della promozione umana.
Non è mai troppo tardi!
Nel 1945, dopo una guerra che aveva flagellato l’Italia e il suo apparato produttivo, Giuseppe Di Vittorio, il grande dirigente sindacale cresciuto nelle lotte bracciantili in terra di Puglia, si espresse con queste parole: «oggi la classe operaia e tutto il popolo lavoratore devono rendersi responsabili direttamente dell’andamento della produzione dopo il fallimento delle vecchie classi dirigenti, ed è per questo che il movimento sindacale deve spezzare tutti i tentativi reazionari per far crollare l’industria italiana o venderla allo straniero. L’incremento della produzione, che permette di conservare all’Italia la sua industria, è in stretta connessione con la creazione e il funzionamento di organismi atti a realizzare questo importante obiettivo».
Anche oggi, nelle mutate condizioni, siamo di fronte a un “dopoguerra”.
Anche oggi dobbiamo riconsiderare le nostre politiche industriali rimettendo al centro il tema del lavoro e della piena occupazione.
In questa grande opera, per certi aspetti titanica, il sindacato può e deve giocare un ruolo di primo piano se non altro perché esso è nato, vive e sopravvivrà sempre coniugando in modo stretto il nesso democrazia – sviluppo economico e sociale.
IL 2020 è anche un anno importante per la Camera del Lavoro di Cassino; il prossimo 25 luglio saranno cento anni dalla sua nascita.
Cento anni di lotte contro la miseria, per la pace e per la democrazia.
Gli snodi fondamentali dell’attività della Camera del Lavoro di Cassino hanno a che fare con due periodi fondamentali. Il primo dopoguerra (prima guerra mondiale) con le grandi lotte per l’affrancazione delle terre.
In questo caso le classi dirigenti dell’epoca mancarono all’appuntamento con la storia e migliaia di cittadini del cassinate furono costretti a trovare lavoro all’estero.
Il secondo dopoguerra (seconda guerra mondiale) con le grandi lotte per la ricostruzione, per il lavoro, la pace e la democrazia.
Giuseppe Di Vittorio di questa grande stagione fu ispiratore e sostenitore di prima fila.
I grandi “scioperi a rovescio” costituirono non solo nuove ed originali forme di lotta, ma anche l’introduzione di una scala di valori nuovi di cui i lavoratori si fecero orgogliosi portatori.
Negli anni ’70 grazie al combinato disposto delle lotte dei lavoratori del nord sull’onda dell’unità sindacale e dei “consigli di fabbrica” e della lungimiranza politica dei ministri Giacomo Mancini e Carlo Donat – Cattin, fu posta una pietra miliare per lo sviluppo economico del territorio con la realizzazione del complesso Fiat.
Nel 1975 su richiesta delle organizzazioni sindacali di Cassino, prontamente accolta dal Presidente della Regione, per la prima volta nella storia il Consiglio regionale del Lazio si riunì in seduta straordinaria a Cassino.
Fu in questa occasione che furono decisi diversi provvedimenti in campo sanitario, abitativo e di infrastrutture territoriali atte a sostenere il processo di sviluppo industriale.
Anche oggi ci accingiamo a vivere un nuovo dopoguerra.
Una Italia nuova, al riparo dalla corruzione a dalla burocrazia soffocante, valori etici, politici ed economici nuovi.
Un percorso virtuoso che il sindacato e i lavoratori italiani sapranno sicuramente intraprendere.
Il primo maggio di quest’anno sia utile non solo a festeggiare, ma anche a riflettere sul futuro del nuovo dopoguerra che ci aspetta.
Il Lazio Meridionale, ne siamo sicuri, ancora una volta saprà rispettare i suoi impegni con la storia.
E ancora una volta sarà decisivo il sindacato dei lavoratori in accordo con le forze politiche ed istituzionali del territorio.
Cassino 29 aprile 2020
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