a scuola studentesse

a scuola studentesse

Per una indagine di opinioni sui fenomeni di aggressività nelle scuole da studenti verso docenti. Intervista alla Maestra in pensione Pina Martelletta maestra. Ha insegnato nella scuola primaria di Sezze.

Si parla di bullismo nelle cronache. L’accezione è generalmente utilizzata per riferirsi a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani solitamente coetanei. Lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell’ambito delle forze armate. A partire dagli anni 2000, con l’avvento di Internet, si è andato delineando un altro fenomeno legato al bullismo, anche in questo caso diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo.*
È giusto chiamare “bullismo” un atto di aggressione di uno studente verso un docente? Secondo lei qual è la definizione appropriata?

Mi sembra semplicistico e banale chiamare ” Bullismo” gli atti di violenza che si verificano sempre più frequentemente, dal momento che possono provocare in chi li subisce situazioni di malessere grave che possono ripercuotersi sulla psiche e sul fisico di ragazzi deboli, incapaci di difendersi.

Di fronte a quale fenomeno (questa aggressività fisicamente violenta) ci troviamo? Può allargarsi?

Il bullismo è sempre esistito. Io sono in pensione da sette anni, ma ricordo bene vari atti di prevaricazione di ragazzi e ragazze più forti ed agguerriti verso altri meno capaci di difendersi. I media ed i socials però ci descrivono realtà che, forse, sono diventate nel tempo più complesse ed articolate. Il fenomeno viene pubblicizzato, enfatizzato, descritto nei suoi aspetti più aberranti e meschini e da molti viene considerato prova di forza, di determinazione, di coraggio. Questo spinge molti ragazzi senza punti di riferimento ad imitare questi modelli comportamentali ed allarga il fenomeno.

Perché questa aggressività? Cosa si è rotto nella scuola: il rapporto insegnanti-studenti o genitori-insegnanti?

L’aggressività è comunque una risposta a delle “mancanze” o dei “deficit” sia del giovane sia della famiglia che determinano l’incapacità di relazionarsi in modo corretto e civile. Là dove la Scuola e gli insegnanti sanno instaurare comportamenti autorevoli, ma nello stesso tempo empatici e comprensivi, le situazioni problematiche si affievoliscono e perdono aggressività. Mi è capitato più volte nella mia lunga carriera di dover sopportare e supportare famiglie aggressive o totalmente prive di capacità di dialogo. Affrontate nel modo giusto, hanno cercato di smussare i toni ed i modi anche se il percorso per risolvere le problematicità è lungo e complesso. L’ approccio non deve essere troppo rigido, ma calibrato di volta in volta. Stessa cosa con i ragazzi che “ammirano” i docenti decisi e capaci, mentre tendono a rifiutare i più incompetenti e poco professionali.

Quale modificazione, avvenuta nella scuola, può esser a suo parere responsabile di un così conflittuale rapporto fra docenti e discenti? Siamo di fronte a casi sporadici o c’è anche un clima generale di difficoltà nel rapporto fra chi insegna e chi dovrebbe imparare?

Le modificazioni ci sono state e di vario genere. La scuola diventata azienda, con insegnanti che operano in classi oltremodo numerose ed eterogenee, il fiorire di progetti rispondenti ad esigenze pubblicitarie e non autentiche, non favoriscono un buon clima. In più i docenti sono lasciati soli, non aiutati da Dirigenti oberati dal lavoro o carenti dal punto di vista pedagogico, o semplicemente ansiosi di evitare le “grane”. Manca l’entusiasmo, la passione e questo si riversa su alunni, famiglie, docenti.

Si può pensare che ci sia una imperante cultura di violenza indotta dai media e dalla più recente “visione” di mondo virtuale in cui molto spesso i giovani si rifugiano per sfuggire a realtà familiari e sociali difficili da sostenere per un adolescente?

Il mondo virtuale e dei media non aiuta, anzi spinge a seguire modelli conosciuti ed apprezzati, ciò determina un circolo vizioso non favorevole.

Il profitto degli studenti è qualitativamente cresciuto o non è gratificante per il lavoro degli insegnanti? Le riforme e le nuove metodologie introdotte nella scuola negli ultimi anni hanno effettivamente favorito il processo di apprendimento e un migliore rendimento degli studenti?

 Essendo in pensione non è corretto che io risponda a questa domanda.

 

Casi eccezionali o clima difficile di convivenza: con quali mezzi affrontarli per modificare questa situazione? Dove intervenire: sugli studenti, sugli insegnanti, sui genitori o su tutti insieme?

Sarebbero necessari vari incontri diversificati e in momenti successivi incontri comuni.

Ci sono licei che per autopromuoversi hanno usato slogan del tipo “in questa scuola non ci sono disabili e immigrati” insegnare l’inclusione e l’accoglienza può aiutare a contrastare i fenomeni di violenza?

Mi sembra una forma di bullismo “rovesciato”. Rifiutare il diverso per sentirsi migliore, più capace, più alla moda e rispondere ai modelli di efficienza tanto in voga in questo ultimo periodo . L’ inclusione è faticosa e non rende una buona immagine all’ azienda scuola che vuole attirare utenza possibilmente poco problematica per offrire un’ immagine priva di complessità. Ma questo percorso facilitato non porta a nulla, soltanto a mostrare una visione di un mondo falsato, irrealistico e non naturale

 

Intervista a cura di Ignazio Mazzoli e Nadeia De Gasperis

 

 

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