a scuola studentesse

a scuola studentesse

Per una indagine di opinioni sui fenomeni di aggressività nelle scuole da studenti verso docenti. Intervista al Prof. Valerio Ascenzi che ha insegna nella scuola media inferiore in provincia di Roma.

Si parla di bullismo nelle cronache. L’accezione è generalmente utilizzata per riferirsi a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani solitamente coetanei. Lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell’ambito delle forze armate. A partire dagli anni 2000, con l’avvento di Internet, si è andato delineando un altro fenomeno legato al bullismo, anche in questo caso diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo.*

 

È giusto chiamare “bullismo” un atto di aggressione di uno studente verso un docente? Secondo lei qual è la definizione appropriata?

A mio avviso non si tratta di bullismo. Oggi il concetto di bullismo, a mio avviso è esteso a troppe casistiche. Con riferimento ai casi descritti, io credo che si possa tranquillamente parlare di violenza, verbale e fisica. Violenza che emerge a causa del venir meno dei valori impartiti dalla prima agenzia educativa con la quale veniamo in contatto: ossia la famiglia. A nulla servono i patti di corresponsabilità che le famiglie firmano all’iscrizione di propri figli a scuola. Il problema spesso sono proprio i genitori, che o mancano nell’impartire valori ai figli, oppure sono i primi a denigrare la professione degli educatori e a delegittimare il loro ruolo..

Di fronte a quale fenomeno (questa aggressività fisicamente violenta) ci troviamo? Può allargarsi?

Si è già allargato oltremisura, soprattutto perché non c’è nessuno in questo Paese in grado di ristabilire una certa logica del rispetto per il prossimo, per l’adulto, per il diverso… in una società in cui è più importante saper usare una piattaforma social, sparando a zero su tutto e tutti, non è di sicuro facile cercare di analizzare problemi e venire a capo di una soluzione: così, l’alunno che va male a scuola, non deve avere nessuna responsabilità. La colpa è sempre di qualcun altro e nel nostro caso i docenti.

Perché questa aggressività? Cosa si è rotto nella scuola: il rapporto insegnanti-studenti o genitori-insegnanti?

Non si è rotto qualcosa tra docenti e studenti, ne tra docenti e genitori. Diciamo che non si ha più la voglia di comprendere come funziona un settore, non ci si informa… perché gli strumenti per la partecipazione democratica dei genitori e degli studenti alla vita scolastica, ci sono. Gli strumenti per coinvolgere e far comunicare le due principali agenzie educative, scuola e famiglia, ce ne sono, e sono pure troppi. C’è la presunzione però, in questa società, di prendere i documenti di condivisione delle regole tra scuola e famiglia e farne carta per il fuoco, da parte delle famiglie stesse, oppure la leggerezza, del tutto inspiegabile, da parte di alcuni dirigenti, di dare poco peso a questi strumenti. Inoltre, a mio avviso è la politica che non fa un lavoro di coesione sociale in questo senso, non lavora per ripristinare il ruolo degli insegnanti agli occhi del popolazione: la denigrazione di questo settore, iniziata da una certa politica, in tempi non molto lontani, ha generato una reazione a catena nella società, portando il pensiero comune a pensare che i docenti sono dei fannulloni, dei privilegiati. E ora la politica, invece di cercare una inversione di marcia, segue il mal di pancia della gente, che la stessa politica ha generato.

Quale modificazione, avvenuta nella scuola, può esser a suo parere responsabile di un così conflittuale rapporto fra docenti e discenti? Siamo di fronte a casi sporadici o c’è anche un clima generale di difficoltà nel rapporto fra chi insegna e chi dovrebbe imparare?

La scuola, è innegabile, dall’abolizione della riforma Gentile ad oggi, con il susseguirsi di una serie infinita di stratificazioni normative, generate da visioni educative del tutto diverse, è cambiata radicalmente. Un tempo era l’insegnamento al centro di tutto e il docente, detentore del sapere da trasferire era visto come un punto di riferimento degno di rispetto, anzi quasi temuto. Erano permessi, che io ricordi, anche metodi “estremi”. Io stesso nella scuola primaria più di qualche ceffone l’ho preso. Ma non è un metodo educativo che condivido. Nel corso degli ultimi trent’anni la scuola ha messo al centro gli alunni, dando maggiore importanza allo sviluppo delle competenze, e non solo delle mere conoscenze. Le norme comportamentali da parte dei docenti nei confronti degli alunni sono sempre state le stesse: derivano in sostanza dai codici civile e penale. In sostanza: trent’anni fa i ceffoni non si potevano dare comunque, ma la società accettava che la scuola sostituisse i genitori anche in questo. Oggi, le prescrizioni dei codici comportamentali della scuola sottolineano determinate responsabilità civili e penali dei docenti. I docenti devono essere abili ad ottenere il rispetto da parte degli alunni, attraverso la professionalità, conquistandosi la stima sul campo. Non siamo solo coloro i quali trasferiscono conoscenza: dobbiamo utilizzare anche l’empatia e cercare di impartire certi valori. Questo nella scuola spesso accade, ma di contro non c’è un impegno fattivo delle famiglie nel far rispettare gli stessi valori da parte dei loro figli. Ed ecco che si può arrivare a scuola e prendere a parolacce un docente, oppure intimidirlo, perché semplicemente ha un carattere remissivo, ma magari è un ottimo docente. Ma questo accade, da parte di certi giovani, sia nei confronti di adulti, che nei confronti di coetanei, percepiti come diversi, deboli.

Si può pensare che ci sia una imperante cultura di violenza indotta dai media e dalla più recente “visione” di mondo virtuale in cui molto spesso i giovani si rifugiano per sfuggire a realtà familiari e sociali difficili da sostenere per un adolescente?

I media, a mio avviso, parlano di episodi violenti anche in maniera esagerata. C’è una ricerca spasmodica di episodi di violenza da parte certe emittenti che non fanno di certo informazione. Molti perdono di vista il fatto che la tv generalista non fa più quella che negli Usa, e nei paese anglosassoni, chiamano “information”. Ma fanno “infoteinment”, neologismo che scaturisce da information ed entertainment: quest’ultimo concetto è, semplicemente, intrattenimento. C’è un difetto in questa modalità comunicativa: viene dato troppo risalto alle dinamiche della violenza, mentre viene dato pochissimo risalto alle norme sociali e di diritto che bandiscono determinati comportamenti. Per alcuni sembra scontato che questi episodi siano da bandire, ma per molti giovani no. E poi la dinamica dei social è anche peggio: sui social non si agisce in prima persona, quindi si può parlare e agire senza filtri, così la violenza sfocia in qualcosa di incontrollato. Ma i primi sono sempre gli adulti, che hanno scoperto facebook e lo usano come uno sfogatoio, concedetemelo, un “vomitatoio” delle loro frustrazioni.

Il profitto degli studenti è qualitativamente cresciuto o non è gratificante per il lavoro degli insegnanti? Le riforme e le nuove metodologie introdotte nella scuola negli ultimi anni hanno effettivamente favorito il processo di apprendimento e un migliore rendimento degli studenti?

La verità? Io mio pensiero più schietto? Le riforme non hanno portato niente alla scuola. I docenti si dividono da sempre in due categorie: coloro i quali vogliono migliorarsi, voglio aggiornarsi e lo fanno con coscienza, per amore del proprio lavoro; coloro i quali prendono come un mero obbligo burocratico la formazione. Prima della legge 107/2015 la formazione era un diritto. Se ne poteva fruire o no. Dopo quella norma, la formazione è un obbligo, anche se non ci sono regolamenti in materia e quindi continuano a esserci docenti che fanno corsi per aggiornarsi, docenti che ne fanno alcuni da due ore tanto per rendicontare ai fini burocratici. Poi ci sono anche dirigenti che vanno dietro al mercato dalla formazione, che cercano di imporre anche i corsi che vorrebbero ai loro dipendenti.
Il processo di apprendimento non migliora perché si introducono semplicemente nuove metodologie o si usano le nuove tecnologie a supporto della didattica. È manifesto il fatto che in molte scuole, gli alunni vengono parcheggiati dai loro genitori, i quali non si curano neanche dell’andamento didattico dei figli, non vanno ai colloqui con i docenti e non vogliono scocciature. Il processo migliorerebbe se tutti gli sforzi fatti dai docenti, venissero apprezzati in primi dalle famiglie.

 

Casi eccezionali o clima difficile di convivenza: con quali mezzi affrontarli per modificare questa situazione? Dove intervenire: sugli studenti, sugli insegnanti, sui genitori o su tutti insieme?

Ovviamente, con diverso grado di responsabilità, ognuno dei soggetti nominati può contribuire a modificare questa situazione. Ma la politica deve cambiare i toni. Ma un cambio di linguaggio potrebbe arrivare solo da politici illuminati e non da quelli che abbiamo l’onore – ironicamente parlando – di vedere all’opera. Se non cambia la visione del mondo dell’educazione da parte della politica, se la politica non comprende di avere un ruolo pedagogico in questo senso, ma non solo su questo aspetto, questo Paese è destinato a naufragare. Il mio esempio, forse estremo, è sempre il Giappone, una nazione in cui i genitori mandano a scuola i figli, anche alla primaria, mettendoli su un treno, perché se si perdono il primo sconosciuto che passa non si approfitta di loro, ma li riporta a casa. Un paese in cui se un anziano ti vede fare un atto di vandalismo, anche lieve, ti dà un ceffone e ti riporta a casa dai tuoi genitori e spiega il motivo. Un paese che tiene ai giovani perché sono il futuro del paese e che rispetta gli insegnanti ponendoli al di sopra dell’Imperatore. In Giappone, la parola di un docente è pressappoco legge.

Ci sono licei che per autopromuoversi hanno usato slogan del tipo “in questa scuola non ci sono disabili e immigrati” insegnare l’inclusione e l’accoglienza può aiutare a contrastare i fenomeni di violenza?

Certo che si. Una scuola inclusiva insegna il rispetto per la diversità. Partiamo da un concetto di fondo, siamo tutti diversi e, in un certo qual modo tutti disabili. Se ci fermiamo a considerare la disabilità come l’impossibilità di camminare legata ad una patologia, o ridotte funzioni cognitive generate da traumi o patologie, non stiamo contribuendo alla maturazione di questa società. Disabile è anche, volendo, un ragazzo in sovrappeso, o un ragazzo che si sente inadeguato a causa della sua sessualità. Disabile volendo è anche chi, in famiglia, non ha le stesse opportunità culturali di uno che viene da una famiglia di avvocati. La scuola italiana, da Costituzione, deve colmare queste differenze. Oggi si aggiunge una particolare tipologia di diversità generata dal fatto che molti studenti sono originari di nazioni diverse, in casa parlano un’altra lingua. Se non educhiamo i nostri figli alla scoperta dei valori che la diversità porta con sé, siamo destinati ad essere una nazione ferma agli anni ’30. Se dobbiamo semplificare, se dobbiamo guardare al nostro orticello, se ce ne freghiamo, continuiamo con questo populismo sfrenato, con questa xenofobia a vari livelli, non solo verso gli stranieri, ma verso anche coloro i quali hanno qualsiasi tipo di svantaggio. In un certo qual modo, forse l’unica cosa buona della 107/2015 (che mi guardo bene dal chiamare riforma) era proprio l’intervento sulla diversità di genere. Che non ha niente a che vedere con la cultura della diversità sessualmente parlando, perché richiama in sostanza gli articoli della Costituzione, che vorrebbero colmare le diversità. Ma a molti docenti non è stato spiegato e il populismo di certe formazioni politiche lo ha spiegato in maniera orrida alla popolazione, che invece di informarsi da sola, prende per buono tutto ciò che arriva dalle bocche dei politici, manco fossero l’Oracolo di Delfi.

 

Intervista a cura di Ignazio Mazzoli e Nadeia De Gasperis

 

 

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