a scuola studentesse

Per una indagine di opinioni sui fenomeni di aggressività nelle scuole da studenti verso docenti. Intervista al Prof. Giampaolo Milizia che ha insegnato nella scuola media superiore a Latina. In pensione dal 2015

Si parla di bullismo nelle cronache. L’accezione è generalmente utilizzata per riferirsi a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani solitamente coetanei. Lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell’ambito delle forze armate. A partire dagli anni 2000, con l’avvento di Internet, si è andato delineando un altro fenomeno legato al bullismo, anche in questo caso diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo.*
È giusto chiamare “bullismo” un atto di aggressione di uno studente verso un docente? Secondo lei qual è la definizione appropriata?

Il termine “bullismo” circoscrivendone il fenomeno nella scuola, ne sminuisce la gravità. Si tratta di atti di intimidazione, aggressione e violenza da affrontare secondo il Codice Penale.

Di fronte a quale fenomeno (questa aggressività fisicamente violenta) ci troviamo? Può allargarsi?

Certamente si può allargare. Non ci sono al momento segnali opposti. Episodi di aggressività vanno affrontati sul nascere, chiamando le famiglie a risponderne e, se queste sono assenti, avvisare i servizi sociali.

Perché questa aggressività? Cosa si è rotto nella scuola: il rapporto insegnanti-studenti o genitori-insegnanti?

Si sta rompendo il rapporto genitori-figli e quello scuola-società come conseguenza della frattura società–istituzioni.

Quale modificazione, avvenuta nella scuola, può esser a suo parere responsabile di un così conflittuale rapporto fra docenti e discenti? Siamo di fronte a casi sporadici o c’è anche un clima generale di difficoltà nel rapporto fra chi insegna e chi dovrebbe imparare?

Per ora sono casi sporadici ma la scuola, nel termine più generale, non li affronta con risposte adeguate di difesa delle condizioni di lavoro degli insegnanti.
Sappiamo che cosa chiedono i genitori alla scuola? Il parcheggio, il diploma o la formazione del cittadino ?

 

Si può pensare che ci sia una imperante cultura di violenza indotta dai media e dalla più recente “visione” di mondo virtuale in cui molto spesso i giovani si rifugiano per sfuggire a realtà familiari e sociali difficili da sostenere per un adolescente?

La cultura della violenza è sicuramente indotta dalla visione di mondo virtuale e dalla incapacità degli utenti di decodificarne messaggi e contenuti. La scuola subisce lacerazioni presenti nella società dovute alla credibilità incrinata delle istituzioni, incapaci di dare speranza di un mondo migliore.

Il profitto degli studenti è qualitativamente cresciuto o non è gratificante per il lavoro degli insegnanti? Le riforme e le nuove metodologie introdotte nella scuola negli ultimi anni hanno effettivamente favorito il processo di apprendimento e un migliore rendimento degli studenti?

Non ho elementi di giudizio, essendo fuori dalla scuola dal 2015. Se dovessi riferirmi agli anni precedenti processo di apprendimento e rendimento hanno mostrato un preoccupante calo continuo.

 

Casi eccezionali o clima difficile di convivenza: con quali mezzi affrontarli per modificare questa situazione? Dove intervenire: sugli studenti, sugli insegnanti, sui genitori o su tutti insieme?

Principalmente sui genitori verificando quanto seguono i loro figli nel processo di formazione del cittadino del futuro.

Ci sono licei che per autopromuoversi hanno usato slogan del tipo “in questa scuola non ci sono disabili e immigrati” insegnare l’inclusione e l’accoglienza può aiutare a contrastare i fenomeni di violenza?

Sono slogan utilizzati per aumentare il numero degli iscritti tra le fasce di popolazione che fanno propria la cultura dell’intolleranza e dell’esclusione. Lasciamoli alle scuole private. Si incorre in qualche reato usando questi slogan? Ritengo che si configuri una spinta al disprezzo ed alla emarginazione.

 

Intervista a cura di Ignazio Mazzoli e Nadeia De Gasperis

 

 

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