a scuola studentesse

a scuola studentesse

Per una indagine di opinioni sui fenomeni di aggressività nelle scuole da studenti verso docenti. Intervista alla Prof. Mara Dell’Unto che dal 2001 insegna nei Licei e dal 2007 nel Liceo Scientifico Da Vinci di Sora.*

Si parla di bullismo nelle cronache. L’accezione è generalmente utilizzata per riferirsi a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani solitamente coetanei. Lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell’ambito delle forze armate. A partire dagli anni 2000, con l’avvento di Internet, si è andato delineando un altro fenomeno legato al bullismo, anche in questo caso diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo.*
È giusto chiamare “bullismo” un atto di aggressione di uno studente verso un docente? Secondo lei qual è la definizione appropriata?

Non so se bullismo sia il termine più appropriato per descrivere un fenomeno nel quale la violenza fisica e verbale è una parte, la manifestazione più estrema, ma non credo la sua essenza più profonda, che va indagata allargando lo spettro della riflessione

Di fronte a quale fenomeno (questa aggressività fisicamente violenta) ci troviamo? Può allargarsi?

La novità non risiede nell’eventuale conflittualità vissuta dal discente nella sua relazione col docente, ma nell’agire immediatamente la pulsione aggressiva senza la mediazione della riflessione, o dei freni inibitori costituiti un tempo non molto remoto dalla famiglia e dalla stessa istituzione scolastica.

Perché questa aggressività? Cosa si è rotto nella scuola: il rapporto insegnanti-studenti o genitori-insegnanti?

Direi che i ragazzi sono sempre più soli nell’affrontare il percorso complicato dell’edificazione di sé; genitori distratti, accudenti solo sul piano materiale, che investono i ragazzi di aspettative spesso non radicate nella singolarità degli stessi. Genitori che non riconoscendo il ruolo di educatori ai docenti, in quanto difficilmente comprendono che il senso del limite e delle regole serve a non “fragilizzare” ragazzi, spesso non hanno un atteggiamento di apertura e collaborazione.

Quale modificazione, avvenuta nella scuola, può esser a suo parere responsabile di un così conflittuale rapporto fra docenti e discenti? Siamo di fronte a casi sporadici o c’è anche un clima generale di difficoltà nel rapporto fra chi insegna e chi dovrebbe imparare?

Premesso che l’autorevolezza di un docente continua ad essere l’amore per la sua disciplina e l’equilibrio tra fermezza, coerenza, ed empatia, resta innegabile che l’aziendalizzazione del sistema scolastico italiano ha innescato una serie di dinamiche che hanno sfaldato la relazione educativa con i ragazzi e inserito il docente in logiche spesso frustranti.

 

Si può pensare che ci sia una imperante cultura di violenza indotta dai media e dalla più recente “visione” di mondo virtuale in cui molto spesso i giovani si rifugiano per sfuggire a realtà familiari e sociali difficili da sostenere per un adolescente?

Certamente. Il ruolo rivestito dai media è importantissimo; viviamo in quella che Guy Debord definiva società dello spettacolo, non solo perché il privato acquisisce consistenza ontologica nel momento in cui viene spettacolarizzato, reso pubblico, messo in scena, ma soprattutto perché sono le logiche dello spettacolo ad incanalare pulsioni sempre esistite (ribellione, rabbia) verso modalità di espressione funzionali allo spettacolo stesso.

Il profitto degli studenti è qualitativamente cresciuto o non è gratificante per il lavoro degli insegnanti? Le riforme e le nuove metodologie introdotte nella scuola negli ultimi anni hanno effettivamente favorito il processo di apprendimento e un migliore rendimento degli studenti?

In quasi vent’anni di insegnamento, ho fatto esperienza di un declino generale del livello medio dei saperi degli studenti, che spesso non hanno gli strumenti minimali, come un bagaglio lessicale sufficientemente ampio per comprendere e interpretare un testo o la capacità di concentrazione indispensabile per avviare un lavoro di riflessione. Le metodologie cosiddette innovative spesso si fondano sul fraintendimento tra abilità ( capacità di utilizzare linguaggi e strumenti informatici) e competenze ( comprensione, riflessione, analisi critica, capacità di comparazione) con grave impoverimento dell’offerta formativa, nonostante un “attivismo progettuale” a volte disordinato ed infecondo.

 

Casi eccezionali o clima difficile di convivenza: con quali mezzi affrontarli per modificare questa situazione? Dove intervenire: sugli studenti, sugli insegnanti, sui genitori o su tutti insieme?

Indubbiamente bisogna partire dai genitori, che devono riscoprire l’importanza dell’educazione emotiva: insegnare a riconoscere le emozioni negative, a trattarle senza che si salti immediatamente dal livello pulsionale a quello dell’agito. Ma per fare questo bisogna guardare i figli come altro da noi, senza investimenti narcisistici, che spesso coprono un vuoto di attenzione verso gli autentici bisogni emotivi dei ragazzi, che vivono una fase in cui lo l’identità personale passa per una lotta senza quartiere prima di tutto contro alcune parti di sé. Certo, la scuola deve essere parimenti coinvolta, quale luogo in cui l’accoglienza dell’altro si rivela prima di tutto come palestra per l’accoglienza di sé. La fragilità come spettro da esorcizzare, la società come stato di natura quasi ferino in cui prevale chi si impone. E’ chiaro che se questa è la ricetta che il sentire medio propone per affrontare il compito dell’esistenza a ragazzi che sono soli in balia delle proprie paure, la scuola è investita del ruolo quasi improbo, ma necessario, di fare fronte contro questa deriva.

Ci sono licei che per autopromuoversi hanno usato slogan del tipo “in questa scuola non ci sono disabili e immigrati” insegnare l’inclusione e l’accoglienza può aiutare a contrastare i fenomeni di violenza?

Il rispetto della dignità altrui è il fine di ogni attività educativa: l’umanità nell’altro da sé è quanto condensa la nostra cultura come contenuto ultimo da veicolare, conservare e rendere vivo nella prassi esistenziale di ciascuno. Ho letto come questi messaggi promozionali come sintomo, e non possibile rimedio, di un imbarbarimento di ritorno sociale e culturale

 

Intervista a cura di Ignazio Mazzoli e Nadeia De Gasperis

 

*Mara Dell’Unto. Nata ad Isola del Liri il 19/12/67, dopo aver conseguito la maturità presso il Liceo Classico Simoncelli, nel 1991 mi sono laureata , con una tesi in Filosofia della politica presso la Facoltà di Scienza politiche della Sapienza. Dopo un master in Comunicazione istituzionale, mentre svolgevo impieghi a termini presso enti pubblici e privati, ho conseguito la Laurea in Filosofia e superato il Concorso ordinario del 1999 per l’insegnamento di Filosofia e Storia. Dal 2001 insegno nei Licei e dal 2007 nel Liceo Scientifico Da Vinci di Sora

 

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