a scuola studentesse

Per una indagine di opinioni sui fenomeni di aggressività nelle scuole da studenti verso docenti. Intervista alla Prof. Paola Bucciarelli docente precaria di sostegno nel liceo classico di Latina. Docente abilitata in storia e filosofia.

 

Si parla di bullismo nelle cronache. L’accezione è generalmente utilizzata per riferirsi a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani solitamente coetanei. Lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell’ambito delle forze armate. A partire dagli anni 2000, con l’avvento di Internet, si è andato delineando un altro fenomeno legato al bullismo, anche in questo caso diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo.
È giusto chiamare “bullismo” un atto di aggressione di uno studente verso un docente? Secondo lei qual è la definizione appropriata?

No, non mi sembra una parola corretta; bullismo e’ una parola mediatica. Quello di cui stiamo parlando e’ violenza pura, aggravata dalla futilità o nullità dei motivi scatenanti. Non può essere un richiamo, un brutto voto, a generare tale immotivata violenza.

 

Di fronte a quale fenomeno (questa aggressività fisicamente violenta) ci troviamo? Può allargarsi?

Ci troviamo di fronte a un fenomeno sociale.
L’inquietante aumento di casi di violenza nei riguardi degli insegnanti ha diverse concause. Alcune sono figlie dirette dei disvalori che quotidianamente vengono messi in atto. Il non rispetto dell’altro, la violenza verbale e fisica con la quale si risponde nelle circostanze in cui, a torto o a ragione non importa, le persone si sentono danneggiate. A qualunque livello. Dalla classe politica che si insulta quotidianamente senza ritegno, all’importante calciatore che dice cose terribili ad un arbitro per un rigore che, secondo il calciatore, non esiste, all’intervistato che aggredisce il giornalista, al genitore che va a picchiare l’insegnante che ha rimproverato il figlio.

 

Perché questa aggressività? Cosa si è rotto nella scuola: il rapporto insegnanti-studenti o genitori-insegnanti?

La scuola più di altre istituzioni subisce una delegittimazione sociale e a farne le spese sono soprattutto gli insegnanti la cui «autorità» è stata completamente azzerata.
Rispetto che non significa supina accettazione di qualunque cosa «l’autorità» dica e disponga, ma riconoscimento di un ruolo che la società ha attribuito a quella persone in quella circostanza. E invece no. Oggi gli insegnati sembrano una sorta di bersaglio versoi quali tutto sembra permesso. E gli adolescenti apprendono e agiscono di conseguenza. Lo scenario è aggravato da un altro fatto: la possibilità – attraverso smartphone e Internet – di far uscire dalle mura dell’aula la prova della propria bravata, di amplificare a dismisura l’esibizione del proprio potere nel sopraffare ed irridere la vittima.
E c’è anche un terzo aspetto: la certezza dell’impunità. Ed è almeno su questo fronte che non dovremmo mollare. Non solamente per noi, ma per le nuove generazioni, cercando per quel che ancora si può, di instillare in loro un minimo di rispetto per l’altro, di vivere civile e di assunzione delle proprie responsabilità. Ma a questo sembrano non collaborare, per primi, gli stessi insegnanti-vittime che troppo spesso tendono, se non a giustificare gli studenti, a minimizzare la gravità dei fatti. Specie se arrivano le scuse salvifiche del bullo pentito. No. Non possiamo allevare una generazione nella convinzione che basta chiedere scusa, dopo, per azzerare tutto, per lavarsi da ogni responsabilità, per ricominciare come se nulla fosse accaduto.

 

Quale modificazione, avvenuta nella scuola, può esser a suo parere responsabile di un così conflittuale rapporto fra docenti e discenti? Siamo di fronte a casi sporadici o c’è anche un clima generale di difficoltà nel rapporto fra chi insegna e chi dovrebbe imparare?

La responsabilità risiede nell’aver cercato di trasformare le scuole in aziende.
Ciò crea un clima generale di difficoltà perché comporta una competizione sfrenata. L’approccio aziendalistico annulla il compito fondamentale della scuola: mostrare che le persone hanno valore al di là del risultato.
Inoltre, il clima di difficoltà è frutto del disprezzo, che aleggia sulla scuola da tempo.
Decenni in cui, a poco a poco, abbiamo permesso che un’istituzione decisiva, forse la più importante in una società democratica perdesse credito e autorevolezza.
La politica tutta, di governo in governo, ha avuto parole di vera e propria intolleranza verso la scuola pubblica, ha irriso i docenti mal retribuiti, li ha trasformati in servi di ottuse logiche aziendaliste, in meri esecutori di continue riforme spesso senza alcuna sostanza.
Nell’indifferenza generale si è lasciato che gli insegnanti perdessero tutta l’autorevolezza che avevano nella società.
Alla scuola è stata attribuita ogni sorta di colpa e di responsabilità in questi ultimi due decenni. Come se la scuola fosse la fabbrica che produce un sapere da assorbire in fretta, fatto di nozioni da mandare giù velocemente, giusto quel che è sufficiente a prendere il “pezzo di carta”.

 

Il profitto degli studenti è qualitativamente cresciuto o non è gratificante per il lavoro degli insegnanti? Le riforme e le nuove metodologie introdotte nella scuola negli ultimi anni hanno effettivamente favorito il processo di apprendimento e un migliore rendimento degli studenti?

Gli studi dimostrano che la tecnologia migliora l’apprendimento solo se se viene in aiuto a strategie di insegnamento efficaci.

 

Casi eccezionali o clima difficile di convivenza: con quali mezzi affrontarli per modificare questa situazione? Dove intervenire: sugli studenti, sugli insegnanti, sui genitori o su tutti insieme?

Il ruolo della famiglia è primario e se non partiamo da loro, non potremo mai essere efficaci con i ragazzi.
Non si può mettere in discussione tutto ciò che un insegnante dice o fa, sia da un punto di vista personale che professionale. Se ci sono dei problemi con uno o più docenti, un genitore deve ascoltare il proprio figlio, perché il ragazzo ha diritto e bisogno di sapere che in casa c’è chi lo ascolta e lo comprende. Il genitore deve aiutare il figlio a contestualizzare il problema, ad analizzare l’accaduto. Compito del genitore deve essere aiutare il proprio figlio a ragionare sulle possibili strategie, senza farsi prendere dagli impulsi e attaccare la scuola e l’insegnante. Si deve chiedere un incontro per confrontarsi con i professori, cercando di risolvere il problema attraverso una mediazione.
Altro aspetto è quello dell’educazione dei figli.
Se vengono educati come piccoli principi con tutti i diritti e nessun dovere, a cui non si può dire un NO per evitare tragedie successive, o non si può imporre un limite ed una regola, è implicito che vivranno i paletti, che giustamente si devono ancora mettere nella scuola basati sul rispetto dei compagni, del docente, del silenzio, delle regole di convivenza comune, come una condizione stressante o addirittura come un abuso.
Si dovrebbe far capire ai figli che non tutto può andare sempre come ci piace o come vorremmo, non tutte le persone che incontreremo davanti a noi si comporteranno come ci aspettiamo e questo non significa che non vadano bene, ma che sono altro con cui a volte, non sarebbe sbagliato imparare a convivere. Questa è la base su cui lavorare se vogliamo educare adulti sufficientemente equilibrati in grado di integrarsi nei vari ambienti che frequenteranno.
La scuola, da parte sua, dovrebbe arginare queste ondate quotidiane di genitori che invadono le scuole italiane riempiendole di critiche e di insulti. Si dovrebbero mettere paletti anche ai genitori e tollerare di meno questi attacchi diretti per riprendere un ruolo ormai messo troppo spesso in discussione. Questo però si può fare se si monitora in maniera più approfondita l’operato delle risorse interne affinché non siano attaccabili e criticabili.

 

Ci sono licei che per autopromuoversi hanno usato slogan del tipo “in questa scuola non ci sono disabili e immigrati” insegnare l’inclusione e l’accoglienza può aiutare a contrastare i fenomeni di violenza?

Certamente si, purché l’inclusione, l’integrazione non siano solo belle parole, ma riempite di contenuto, di pratica effettiva e quotidiana.

 

Intervista a cura di Ignazio Mazzoli e Nadeia De Gasperis

Di Paola Bucciarelli

Docente precaria di storia e filosofia       G M T   Detect languageAfrikaansAlbanianAmharicArabicArmenianAzerbaijaniBasqueBelarusianBengaliBosnianBulgarianCatalanCebuanoChichewaChinese (Simplified)Chinese (Traditional)CorsicanCroatianCzechDanishDutchEnglishEsperantoEstonianFilipinoFinnishFrenchFrisianGalicianGeorgianGermanGreekGujaratiHaitian CreoleHausaHawaiianHebrewHindiHmongHungarianIcelandicIgboIndonesianIrishItalianJapaneseJavaneseKannadaKazakhKhmerKoreanKurdishKyrgyzLaoLatinLatvianLithuanianLuxembourgishMacedonianMalagasyMalayMalayalamMalteseMaoriMarathiMongolianMyanmar (Burmese)NepaliNorwegianPashtoPersianPolishPortuguesePunjabiRomanianRussianSamoanScots GaelicSerbianSesothoShonaSindhiSinhalaSlovakSlovenianSomaliSpanishSundaneseSwahiliSwedishTajikTamilTeluguThaiTurkishUkrainianUrduUzbekVietnameseWelshXhosaYiddishYorubaZulu   AfrikaansAlbanianAmharicArabicArmenianAzerbaijaniBasqueBelarusianBengaliBosnianBulgarianCatalanCebuanoChichewaChinese (Simplified)Chinese (Traditional)CorsicanCroatianCzechDanishDutchEnglishEsperantoEstonianFilipinoFinnishFrenchFrisianGalicianGeorgianGermanGreekGujaratiHaitian CreoleHausaHawaiianHebrewHindiHmongHungarianIcelandicIgboIndonesianIrishItalianJapaneseJavaneseKannadaKazakhKhmerKoreanKurdishKyrgyzLaoLatinLatvianLithuanianLuxembourgishMacedonianMalagasyMalayMalayalamMalteseMaoriMarathiMongolianMyanmar (Burmese)NepaliNorwegianPashtoPersianPolishPortuguesePunjabiRomanianRussianSamoanScots GaelicSerbianSesothoShonaSindhiSinhalaSlovakSlovenianSomaliSpanishSundaneseSwahiliSwedishTajikTamilTeluguThaiTurkishUkrainianUrduUzbekVietnameseWelshXhosaYiddishYorubaZulu                 Text-to-speech function is limited to 200 characters     Options : History : Feedback : Donate Close

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