a scuola studentesse

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Per una indagine di opinioni sui fenomeni di aggressività nelle scuole da studenti verso docenti. Intervista al Prof. Federico Palladini*. Insegna discipline giuridiche ed economiche nel Liceo Scientifico e Linguistico di Ceccano

Si parla di bullismo nelle cronache. L’accezione è generalmente utilizzata per riferirsi a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani solitamente coetanei. Lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell’ambito delle forze armate. A partire dagli anni 2000, con l’avvento di Internet, si è andato delineando un altro fenomeno legato al bullismo, anche in questo caso diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo.*
È giusto chiamare “bullismo” un atto di aggressione di uno studente verso un docente? Secondo lei qual è la definizione appropriata?

A mio avviso nei casi richiamati è corretto parlare, in senso generale, di “aggressione”, “violenza”, “intimidazione” oppure fare riferimento ai reati che questi fatti possono costituire, secondo le previsioni del codice penale. Ciò vale in particolar modo quando gli atti siano isolati (come nel caso della coltellata per presunte offese) e non vi sia reiterazione degli episodi di violenza, componente tipica del bullismo propriamente detto.
In altri casi specifici il discorso potrebbe essere diverso. Esaminando quanto accaduto a Lucca, per esempio, oltre alla reiterazione dei comportamenti aggressivi, emerge anche una asimmetria nella relazione studente-docente, con lo studente in posizione di predominio rispetto al suo insegnante, grazie anche al sostegno di una parte della classe (che rafforza psicologicamente l’azione di prevaricazione) e all’inerzia della cd. “maggioranza silenziosa” (il resto della classe che non interviene fattivamente in difesa del docente). Tutti questi elementi avvicinano molto la fattispecie di Lucca allo “schema” tipico del bullismo, per quanto quest’ultimo sia ritenuto un fenomeno ascrivibile a contesti prettamente giovanili.
In ogni caso, comunque vogliano formalmente definirsi i fenomeni, la sostanza non cambia: si tratta di fatti gravissimi che devono indurre a una riflessione profonda sulle capacità educative delle famiglie e della scuola.

Di fronte a quale fenomeno (questa aggressività fisicamente violenta) ci troviamo? Può allargarsi?

Sembra che stiano scomparendo confini che un tempo erano invalicabili. Gli atteggiamenti provocatori e aggressivi da parte degli studenti sono il segnale di una maggior disinibizione da parte di questi ultimi che a volte può avere effetti deleteri. Per quanto la violenza sia sempre esistita nella storia dell’uomo, fa un certo effetto constatare che a fronte di una aumentata offerta di istruzione e di conoscenza non sia occorso un miglioramento delle relazioni sociali. L’attacco all’insegnante spesso è considerato come una forma di affermazione di sé da parte dei giovani, ovviamente senza consapevolezza da parte di questi che quella che si afferma è la parte peggiore della persona, quella violenta e asociale, che non accetta il confronto e il dialogo, che rifiuta l’esercizio dei diritti secondo la legge. Non sono in grado di dire se il fenomeno possa aumentare. Di certo, ripeto, qualcosa non sta funzionando come dovrebbe nel sistema educativo.

Perché questa aggressività? Cosa si è rotto nella scuola: il rapporto insegnanti-studenti o genitori-insegnanti?

I motivi dell’aggressività possono essere diversi: influenza negativa di modelli imposti dai mass media, insoddisfazione personale, crisi familiari, ansia, desiderio di leadership. A mio avviso il problema non ha origine nella scuola ma in essa necessariamente si manifesta. Probabilmente è anche cambiato il rapporto tra genitori e insegnanti, con una maggior diffidenza tra le parti, che induce i giovani ad azzardare atteggiamenti che in passato le famiglie avrebbero disapprovato energicamente.
Secondo me bisognerebbe dare la massima attuazione pratica ai contenuti del patto educativo di corresponsabilità, troppe volte sottoscritto senza la dovuta considerazione e senza attenta riflessione. Tutte le parti che si impegnano con il patto (scuola, studenti e famiglie) dovrebbero riflettere con attenzione sul proprio ruolo e sulle proprie responsabilità.

I Quale modificazione, avvenuta nella scuola, può esser a suo parere responsabile di un così conflittuale rapporto fra docenti e discenti? Siamo di fronte a casi sporadici o c’è anche un clima generale di difficoltà nel rapporto fra chi insegna e chi dovrebbe imparare?

L’aggressività emerge purtroppo in ogni contesto in cui vi siano situazioni di contrapposizione: dall’alzare la voce durante una discussione banale all’insulto rivolto a chi semplicemente la pensa in maniera differente. Dai programmi televisivi (arene in cui le controparti si attaccano con odio e veemenza) ai confronti elettorali, dalle partite di calcio della più bassa categoria alle riunioni di condominio. La scuola è anch’essa un luogo di confronto, di dinamiche complesse che coinvolgono, anche emotivamente, le varie componenti della comunità. La questione, secondo me, non è comprendere cosa si è rotto all’interno della scuola ma, a monte, cosa si sta rompendo nella società. Il lavoro da fare, soprattutto da parte dei docenti, dovrebbe essere quello di recuperare i principi e i valori fondamentali, anche dando esempi personali, lavorando con interazioni fruttuose, ogni giorno, nel microcosmo di ogni classe, affinando i rapporti con ogni singolo studente, con ogni genitore, con ogni collega, ecc. Si tratta di fondamentali esercizi di cittadinanza, che richiedono una pratica costante e faticosa.

Si può pensare che ci sia una imperante cultura di violenza indotta dai media e dalla più recente “visione” di mondo virtuale in cui molto spesso i giovani si rifugiano per sfuggire a realtà familiari e sociali difficili da sostenere per un adolescente?

Sicuramente i modelli che vengono quotidianamente somministrati non favoriscono gli ideali di tolleranza, di moderazione, di fratellanza. Probabilmente la violenza espressa, anche con notevole crudezza, in molti film e videogames, in innumerevoli video postati sui social network, negli stessi cartoni animati per bambini, per non parlare dei reality e della già nominate “arene”, del sensazionalismo allarmistico di un certo giornalismo, è considerata più accattivante e più attraente. FedericoPalladini 350 260 min
Su un altro piano, è noto come la dimensione virtuale dei rapporti sociali, affermatasi negli ultimi anni, induca nei giovani, e non solo, un distacco dal confronto diretto tra le persone, una incapacità di guardarsi nell’anima attraverso gli occhi e un indebolimento delle remore etico-sociali (da cui spesso trae origine il temuto cyberbullismo), con sempre maggior difficoltà nel comprendere la portata lesiva dei propri comportamenti.
I giovani si formano in queste realtà, per di più spesso esposti a crisi familiari connotate da forti ostilità tra i genitori. È evidente come, in assenza di una solida educazione familiare e in climi di contrasto perdurante, per la scuola non sia affatto facile il compito di formare studenti-cittadini rispettosi e consapevoli.

Il profitto degli studenti è qualitativamente cresciuto o non è gratificante per il lavoro degli insegnanti? Le riforme e le nuove metodologie introdotte nella scuola negli ultimi anni hanno effettivamente favorito il processo di apprendimento e un migliore rendimento degli studenti?

Casi eccezionali o clima difficile di convivenza: con quali mezzi affrontarli per modificare questa situazione? Dove intervenire: sugli studenti, sugli insegnanti, sui genitori o su tutti insieme?

Come ho detto prima, a mio avviso bisognerebbe dare attuazione seria e concreta al patto educativo di corresponsabilità, che stabilisce un rapporto trilaterale di fondamentale importanza. Ritengo anche utili corsi formativi per gli stessi docenti e iniziative dei dirigenti scolastici allo scopo di sviluppare nel personale insegnante una maggior consapevolezza del ruolo di cittadini attivi, cominciando dalla conoscenza dei regolamenti d’istituto, delle norme disciplinari e delle loro finalità, dalla raccolta differenziata, dall’educazione ambientale, dai gesti pro-sociali, sempre nel cono di luce della Costituzione, che andrebbe studiata da tutti. Poi, dai docenti tutto ciò andrebbe naturalmente e quotidianamente trasmesso ai discenti, secondo l’irrinunciabile processo di insegnamento.

Ci sono licei che per autopromuoversi hanno usato slogan del tipo “in questa scuola non ci sono disabili e immigrati” insegnare l’inclusione e l’accoglienza può aiutare a contrastare i fenomeni di violenza?

Nei percorsi rieducativi di bulli e cyberbulli, individuati dai tribunali per i minorenni in caso di commissione di reati oltre che dalle istituzioni scolastiche seriamente interessate al “recupero” degli studenti che hanno prevaricato, offeso o usato violenza verso loro compagni o verso i loro insegnanti, vengono favorite le partecipazioni ad attività di assistenza agli anziani, nell’ambito di enti che svolgono attività sociali, assistenza a disabili, soccorso e cura degli animali, attività con bambini, assistenza ai migranti. Si tratta di esperienze che rafforzano il sentimento di socialità, la capacità di dare e ricevere affetto, la compassione e soprattutto l’empatia.
L’inclusione e l’accoglienza non devono essere motivo di inquietudine o di imbarazzo, perché, al contrario, sono fonte di ricchezza umana, di confronto, di scambio, palestra di cittadinanza. Si spaventa chi rifiuta il confronto, chi pensa solo a sé, chi si arrocca in una immaginaria dimensione elitaria, chi non ha empatia, quella meravigliosa attitudine a mettersi nei panni del prossimo.

 

Intervista a cura di Ignazio Mazzoli e Nadeia De Gasperis

 

*Federico Palladini
Docente di discipline giuridiche ed economiche in servizio presso il Liceo Scientifico e Linguistico di Ceccano
Referente per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo
Avvocato del Foro di Frosinone

 

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