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violenza nella scuoladi Nadeia De Gasperis – Ho incontrato un gruppo di insegnanti di sostegno di un istituto superiore e ho raccolto, sintetizzando, con la loro condivisione, le risposte alle domande da me proposte. Insomma una intevista a più voci con un risultato corale.

Come è cambiata la scuola a distanza di qualche anno dall’entrata in vigore dell’autonomia scolastica? Come le riforme della scuola hanno cambiato il ruolo del docente nell’ordinamento scolastico e con esso il rapporto docenti-alunni?

Le riforme, in particolare l’autonomia scolastica hanno spostato il rapporto scuola alunni verso un “rapporto clientelare”, cioè gli alunni e genitori sono dei clienti, e le conseguenze non sono da elencare, perché le potete immaginare.
Peró, non si piò dire che le riforme siano la causa del problema relazionale con gli studenti Lì i problemi sono quelli di sempre, soprattutto nei professionali, e sono da ravvisare in più parti. Il ruolo educativo dei genitori che è venuto meno, e quindi arrivano ragazzi in primo superiore con la mancanza delle regole di base, quelle che dovrebbero essere acquisite in famiglia attraverso il processo educativo. Gran parte dell’orario scolastico, pertanto, viene assorbito ad educare questi ragazzi a discapito dell’istruzione.
Poi ci sono docenti, per lo più di vecchio stampo che non riescono a gestire (e non solo per il divario generazionale) adolescenti problematici, come sono gran parte di loro, un po’ per la fase evolutiva in cui si trovano e un po’ per l’assenza delle famiglie. Molti di loro utilizzano la scuola come una valvola di sfogo ai loro problemi legati alla crescita e soprattutto al rapporto conflittuale che hanno con i genitori. I docenti non sono preparati sul piano psico-antropo-pedagocico, oltre al rifiuto per alcuni, nell’entrare in contatto con tali problematiche ritenute di competenza di figure specializzate. Sul piano della dirigenza, si nota un’impotenza, dovuta soprattutto ad una difficoltà a gestite le dinamiche relazionali nella triade docenti-alunni-genitori. Difficoltà che è con gli accorpamenti avvenuti negli anni sotto la logica della Spending review. Oggi un dirigente scolastico deve affrontare la gestione di un’azienda scolastica, quindi potete immaginare in che situazioni si trovi, e oltretutto con una utenza composta da minori in una età critica, con genitori o troppo presenti, nel senso che spesso utilizzano gli avvocati per risolvere la loro inadeguatezza nel ruolo genitoriale (per lo più nei licei) o troppo assenti per stabilire un’azione educativa congiunta e coerente.
Per quanto riguarda il ruolo del docente nell’ ordinamento scolastico, è cambiato e non di poco, oggi dopo varie riforme viene fuori, sulla carta, la figura di un docente con competenze a 360 gradi, e non solo nelle materie d’insegnamento, per le quali è richiesta un’ottima conoscenza, ma anche la capacità di costruire ambienti di apprendimento tali da veicolare le informazioni per tutti. Oltre ciò al docente vengono richieste competenze soprattutto nei settori psico-antropo-pedagogici, nel settore delle metodologie didattiche e inclusive, nell’ informatica, soprattutto quella legata alla didattica (nota, dolente) e competenze specifiche nella gestione classe. Una figura che rimane, per lo più, sulla carta, soprattutto per gli insegnanti che sono entrati nella scuola un bel po’ di anni fa e grazie alla legge Fornero, si sono visti bloccati il pensionamento.
Purtroppo a seguito dello svuotamento delle Gae (graduatorie ad esaurimento) per opera della 107 buona scuola, che ha dato il ruolo a molte persone che non hanno fatto neanche un giorno di scuola e senza formazione, la situazione è ulteriormente peggiorata.
Con le ultime abilitazioni all’insegnamento la situazione è migliorata, ma gli effetti positivi (se ci saranno) sulla scuola non sono ancora visibili, anche perché molti di loro non sono ancora di ruolo.

Prendo spunto dai recenti fatti di cronaca. Quando un ragazzo accoltella una insegnante, dove vanno rintracciate le cause? Semplificando il problema, c’è chi attribuisce la “colpa” alla scuola, che non è riuscita a intercettare le esigenze di una generazione mutevole e vulnerabile, sempre più sottratta alla realtà dai social network. Alcuni attribuiscono le cause alla famiglia, che ha perso il suo ruolo di istituto educativo primario. Come la pensa in merito? quanto pesa il condizionamento della realtà in cui i ragazzi vivono?

Sono gesti non prevedibili, e spesso messi in atto da ragazzi con maggiore difficoltà a comunicare. Come ho detto in precedenza La scuola non riesce a far fronte all’ emergenza educativa, perché non ha tutte le competenze necessarie, e non sempre ha il sostegno delle famiglie. L’azione educativa, inoltre, richiede coerenza, continuità e chiama in causa un’intera comunità educante, che non sono solo i genitori e gli insegnanti. La scuola è situata su un territorio, e questo deve farsi carico dei problemi della scuola, deve dialogare con essa, programmare e pianificare.
La scuola non può essere lasciata sola ad affrontare le problematiche legate alle nuove dinamiche generazionali. Non ritengo che l’uso in se dei social sia una minaccia per i ragazzi, la “minaccia” è l’uso che ne fanno gli adulti, e che sono un cattivo esempio per i ragazzi. L’era digitale con la presenza dei social ha modificato sicuramente il modo di relazionarsi, ma non dobbiamo demonizzare, siamo in presenza di un nuovo paradigma sociale, che ci fornisce una griglia di lettura per acquisire criteri di valutazioni per fini esplicativi e non di condanna.
Ritornando al caso di cronaca, vorrei sottolineare che molti ragazzi hanno un atteggiamento aggressivo, con conseguenze come quelle del caso in questione. La difficoltà per molti di loro è l’incapacità di gestire tale aggressività e le emozioni in generale, con conseguenze sullo sviluppo intellettivo e culturale dell’individuo oltre la gamma delle funzioni nell’ambito neurofisiologico, affettivo, cognitivo e motivazionale.
La scuola deve farsi carico di questo aspetto non di poco conto, attraverso quella che spesso viene chiamata “didattica delle emozioni”, che dovrebbe entrare nell’ uso quotidiano di fare scuola, perché che ci piaccia o no, l’emotivo viene prima del cognitivo.

La formazione del corpo docente è in grado, per ruolo e preparazione, di gestire la inclusione dei soggetti più vulnerabili?

No, assolutamente, la maggioranza non ha competenze sull’ inclusione, che necessita una programmazione di interventi accurata, strutturata per un intero anno scolastico. Le metodologie inclusive che sono strumenti potenti sul piano dell’inclusione, vengono utilizzate da una percentuale bassissima di insegnanti, e la motivazione alla base è perché non le sanno usare e le considerano una perdita di tempo, sono refrattari, privilegiando la lezione frontale che è per giunta eseguita nella forma più tradizionale, che non tutti gli alunni riescono a seguire. Le scuole meno inclusive sono maggiormente i licei, nei quali perfino un Dsa diventa nota di disturbo.

Si registra sempre di più la tendenza a promuovere con facilità. Quali sono le ragioni? La sopravvivenza stessa della scuola? L’esigenza di preservarne il prestigio o l’immagine? Come influisce ciò sui ragazzi e nella relazione docente-alunno?

Si, la ragione principale è la sopravvivenza della scuola, significa soprattutto evitare di perdere il posto in quella scuola, che fa comodo, per diverse esigenze personali. I ragazzi non sono coscienti Di questa dinamica perversa, ma hanno l’esempio dei loro compagni degli anni successivi e ciò fa si che molti di loro giocano al ribasso con un impegno minimo o addirittura insufficiente. La bocciatura è comunque un fallimento per la scuola, è uno strumento che dovrebbe essere utilizzato solo in casi estremi a prescindere.
La scuola inclusiva non dovrebbe lasciare nessuno indietro, e nello stesso tempo tutelare le menti più brillanti, i cosiddetti plusdotati che essendo pochi, vengono dimenticati dal sistema scolastico depotenziando la loro intelligenza.

 
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Di Nadeia De Gasperis

Nadeia De Gasperis, nata a Sora (Fr) il 10 agosto del 1977. Dopo aver frequentato il liceo scientifico Leonardo Da Vinci di Sora, nel 1996, si iscrive alla facoltà di Scienze Ambientali presso l'Università degli studi dell'Aquila, dove lavora come borsista, presso la biblioteca della Facoltà di Scienze. Dopo gli studi, collabora come docente nel campo della formazione destinata ai professionisti. Dal 2009 inizia la collaborazione con la rivista di fotografia documentaristica Rearviewmirror, un magazine di reportage documentaristico edito da Postcart, dove collabora alla cura dei testi e dell'archivio. Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE Rearviewmirror

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