di Nadeia De Gasperis – La candidata alla mansione di commessa nel negozio di abbigliamento per donne, deve sapere che è controllata dalle telecamere, non deve mai smettere di muoversi, prelevare gli abiti dagli scaffali, piegarli e dispiegarli per dare costantemente l’idea, ai passanti che sbirciano dalle vetrine, di essere costantemente in attività. Durante tutta la giornata, anche quando non ci sono clienti, bisogna dare l’impressione di avere un gran da fare, guai a fermarsi, guai a sedersi, guai, guai, pena il licenziamento. Anche quando il datore di lavoro si assenta sarete costantemente monitorate dalle telecamere. Il periodo di prova, non retribuito, è di due settimane, ma spesso accade che una commessa non “resista”, o almeno questo, il datore di lavoro intuisce, con la sua spiccata perspicacia e indiscutibile sensibilità, accade che si accorga che la commessa non ce la fa a sopportare quei ritmi. E così di due settimane in due settimane, si arriva alla fine del mese e poi si ricomincia daccapo, con una nuova ragazza.
Questo accade in un negozio di abbigliamento di Sora.
In questo ufficio, durante il periodo dedicato alla dichiarazione dei redditi, terremo dei ritmi sostenuti, non ci sono orari, l’una l’una e mezza della notte sono la normalità. La mattina, alle 8 puntuali, le ragazze, le vedo dal mio balcone, un capannello di trentenni, o più giovani, che si stringono intorno al loro smarrimento. Il loro lavoro non viene retribuito per tutto il mese di prova, che di solito equivale al tempo massimo al quale le giovani donne “resistono”. Anche questa volta, è quasi sempre il datore di lavoro che con perspicace sensibilità, coglie il “sacrificio” massimo che le ragazze riescano a sostenere.
Nell’annuncio di lavoro “Frosinone e dintorni” si cerca una figura professionale che occupi la mansione di “direttore di supermercato”. Le caratteristiche sono “carattere freddo e distaccato, imperturbabile ed emotivamente indifferente ad alcune dinamiche emotive nelle relazioni coi dipendenti.
Questo, anche questo, è diventato il nostro mondo del lavoro.
Non siamo nuovi alle catene del datore di lavoro, ai controlli esasperati, alla violazione di qualsiasi diritto di esseri umani, prima ancora che di lavoratrici/lavoratori. Non dobbiamo percorrere le strade dell’universo mondo di Amazon o altre grandi aziende, per capire dove ci sta conducendo la scellerata gestione del lavoro, delle leggi che lo regolano, che ne regolano i diritti.
Mi chiedo se basti riferire che si “è svolto in un clima costruttivo” e “ha consentito di comprendere meglio le dinamiche, le relazioni interne all’azienda e le specificità dei modelli organizzativi, rendendo così più chiare le posizioni di tutte le parti coinvolte”, per condannare certe dinamiche lavorative. Ma in fondo il futuro occupazionale, che ci viene prospettato così roseo, in costante ripresa, ci riprende al laccio, prevede che il lavoratore possa essere assegnato a qualsiasi mansione del livello di inquadramento, purché la nuova attività lavorativa rientri nella stessa categoria.
Questo significa che il lavoratore può essere collocato dal datore di lavoro a mansioni non solo equivalenti alla sua professionalità ma anche ad altre, per cui diventa legale spostare il dipendente a mansioni inferiori. E in fondo una delle novità introdotte dal Job act nel contratto a termine, è l’obbligo da parte dell’azienda di indicare il motivo che giustifichi l’utilizzo di questo contratto, semplificandone l’operato. Non è necessario insomma che avanzi argomentazioni di carattere produttivo, organizzativo, tecnico. Così non sarà necessaria la visita di Poletti o chi per lui, per mettere fine al “chiacchiericcio” su situazioni incresciose.
L’unico braccialetto che monitori la nostra esistenza, dovrebbe essere quello che ci lega a filo unico a nostra madre, nel momento in cui veniamo alla luce. Porta un numero, lo stesso della mamma, che sancisce il nostro ingresso al mondo, da quel momento, non siamo più di nessuno, apparteniamo a noi stessi con il nostro bagaglio ancora intero e inviolabile di dignità.
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