|
Alle dieci del mattino del decimo mese dell’anno, il dieci ottobre alle dieci, tutti i porti d’Europa per un’ora, tutti i porti saranno vicino a Portal de la Pau.
Alle dieci del mattino i treni, tutti i treni d’Europa, piccoli vagoni tra le massicciate aride perse tra rovi e ginestre o fulminei in gara col cielo, insieme muoveranno le loro ruote come se fossero su una sola carreggiata nella Barcelona Sants.
E’ alle dieci del mattino che si apriranno le porte, in un attimo si apriranno le porte di tutti i musei d’Europa che il loro cuore porteranno sull’altare della Sagrada familia, perché non si senta sola, a quell’ora squarciata nell’orologio di ogni piazza, di ogni casa sul Lungotevere chiaro di Roma.
Il sole d’Europa si aprirà, poco prima delle dieci del decimo mese. Il dieci ottobre il sole d’Europa si aprirà. Le montagne d’Austria, le Alpi, i Pirenei invaghiti di luce, scenderanno sulla spiaggia per ricevere in dono semplici conchiglie,
lì dove il tempo le ha lasciate. Sulla spiaggia di Barcellona, ci saranno conchiglie e dolore. Il mare porterà le conchiglie e il vento condurrà il dolore muto di Auschwitz. Da Auschwitz porterà il suo drappo nero nelle mani minute della bambina in attesa.

|
Aspetta, nella spiaggia dei turisti, le bambine come lei, chi con le trecce chi senza. Avevano trecce nere sulle spalle, le bambine di allora, qualcuna mostrava una stella gialla sul petto, prima che il buio la inghiottisse e insieme a lei il barlume della ragione e l’anima di chi non volle vedere altro che la sua sfrenata tristezza nello specchio dei laghi limpidi d’Europa.
La bambina aspetta sulla spiaggia di Barcellona chi vorrà giocare con lei senza paura della sua parlata e del suo ridere aperto, lei non ne ha dell’altrui. Lei che sa tenere tra le dita la sabbia con cui aveva alzato castelli, con piccole palette di legno, la fata catalana.
Tutte le fate d’Europa arriveranno in un soffio, perché la bambina non resti sola. Prima delle dieci del decimo mese dell’anno, il dieci ottobre, saranno lì per prendere tra le braccia e accarezzarla, la terra grande, umida di vento atlantico, arsa di sale, sfiorata dal gelo. Sparsa di pagine scritte per sentire e parlare, parlarsi, quando la voce non basta. In ogni grano di terra è inserrata una lettera dell’alfabeto. Dalla terra germinano racconti sapienti che ognuno può sentire, se vuole. Di vita, non di morte. Troppo breve è la morte e semplice.
Le fate d’Europa porteranno in dono una penna leggera, perché da Barcellona a Madrid raccolgano il canto della vita, con mani libere dalla violenza lo raccolgano. Prima delle dieci del dieci ottobre dell’anno che non sperderemo, il duemiladiciassette, qualcuno lo raccoglierà quel canto confuso alla terra e al suo cielo, prezioso di lapislazzuli e diafane nuvole, lo raccoglierà per darlo alle bambine impazienti di gioco sulla spiaggia di Barcellona.
Anna Elisa De Santis Versi per la democrazia e la pace in Catalogna e nella Spagna tutta
|