immaginazione e pensiero min

immaginazione e pensiero mindi Ivano Alteri Tutti coloro che considerano l’esistenza della sinistra un fatto essenziale per l’emancipazione dei popoli, in questi tempi di sua quasi totale assenza dall’agone politico seguono con crescente ansia le sue dolorose contorsioni. Crescente, poiché si ha l’impressione che non vi sia sufficiente consapevolezza del pericolo che si sta correndo; o, qualora vi sia, che non si abbiano gli strumenti necessari per farvi fronte. In ogni caso, la situazione appare a molti di noi alquanto terrificante.

I soggetti che in questo momento sottomettono il mondo, e che la sinistra dovrebbe combattere e vincere, hanno caratteristiche predatorie mai viste in natura. L’assoluta mancanza di scrupoli fa di loro degli animali quasi “innaturali”, letteralmente micidiali, nei cui confronti ogni strumento di difesa sembra essere per ora del tutto inefficace. Il loro potere ha caratteristiche tali da somigliare molto all’onnipotenza; i loro obiettivi non prevedono né pietà né limiti; le loro zanne ed artigli colpiscono inesorabili e indiscriminatamente intere generazioni di umani, comprese le future; e prospettano di rendere tale carneficina intrinsecamente strutturale all’umanità.

Questa sarebbe, secondo la nostra opinione, la tragedia che la sinistra dovrebbe affrontare a chiare lettere e urgentemente. Ma sembra che non sia possibile farlo, viste le tante questioni contingenti, e le immancabili celie personalistiche, che ne deviano la discussione e l’azione.

Eppure, a considerare i rapporti di forza numerici, non dovrebbe esserci “partita”. Ormai tutti sappiamo che non più di una decina di famiglie al mondo (una decina!) può decidere le sorti dei restanti sette miliardi di terrestri (e di tutti gli altri miliardi e miliardi di esseri viventi del pianeta). Ma se quei sette miliardi di persone fossero maggiormente consapevoli della loro triste sorte e delle sue cause dirette e indirette, si potrebbe pensare che molto probabilmente quella decina di famiglie dovrebbe soccombere, prima o poi. Quindi, il problema che si pone sarebbe quello di una classe dirigente della sinistra, nazionale e internazionale, che sappia apportare consapevolezza alla moltitudine sterminata di oppressi, affinché si crei la massa critica necessaria a rendere inermi gli oppressori.

Ma è proprio così? Siamo spiacenti, ma ci pare proprio di no.

La consapevolezza è senz’altro un elemento necessario affinché l’oppresso si evolva dalla propria condizione. Il marxismo ci ha insegnato che essa, e solo essa, può trasformare una classe “in sé” in una classe “in sé e per sé”, capace cioè di evolversi in soggetto produttore di storia. Ma la sola consapevolezza della condizione attuale non è sufficiente a determinare un movimento atto al superamento del sistema oppressivo. Può accadere infatti che tale consapevolezza induca semplicemente a desiderare di uscire individualmente dalla condizione opprimente di cui si è divenuti consapevoli. E molto spesso, anzi quasi sempre, un sistema di oppressione suggerisce, inculca, rende apparentemente disponibile una fuoriuscita individuale, e individualistica, dalla condizione data (“Uno su mille ce la fa!…”), facendola sembrare la via più breve, quando in realtà è la via certissima per il mantenimento dello status quo.

Non è un caso che sempre più spesso, e non solo a destra, si senta parlare di “invidia sociale”, riferita a chi manifesti il proprio dissenso alle scelte della politica e dei politici. In sostanza, si dice che il dissenziente in realtà non critichi il sistema che lo fa vivere negli stenti e nell’oppressione, e non intenda sovvertire questo, ma soltanto si lamenta per il posto che nel sistema gli è toccato; e perciò “invidia” chi è capitato o è arrivato a star meglio di lui; col desiderio di sostituirlo nell’oppressione, non di debellarla. E tra coloro che stanno meglio di lui, il supposto invidioso sicuramente annovera gli stessi politici che dovrebbero rappresentarlo.

Non essendo abituati a mettere la testa sotto la sabbia, siamo tristemente convinti che ciò sia in buona parte vero. Siamo convinti che l’adesione acritica delle classi dirigenti della sinistra al cosiddetto pensiero unico dominante, a quell’unica narrazione della vita propinataci da mercanti che Aristotele avrebbe posto in quarantena per almeno dieci anni, prima di consentir loro accesso alla politica, abbia determinato un’adesione di massa a quella visione truculenta e sterile, trasformandola da antropica, quale è, a fatale, sovrannaturale, quasi trascendente. L’epilogo inevitabile di tale resa non poteva essere che la rassegnazione generalizzata all’esistente e la velleitaria arrampicata di massa per accedere ai posti migliori.

Ma se i nostri atavici avi avessero lontanamente pensato “questo è il mondo!” e si fossero rassegnati a quella constatazione, noi staremmo ancora a dondolarci sugli alberi, illudendoci ancora di poter accedere ai loro migliori frutti, che in realtà ci erano già irrimediabilmente preclusi. Hanno invece deciso di scendere. “Immaginando” un altro mondo possibile, fuori dalla foresta. E iniziando a viverlo: scendendo.

E allora, la domanda che dovremmo porci, ognuno nella propria intimità, dirigenti e diretti, è di tipo integrale, che non lascia fuori alcun aspetto dell’esistenza individuale e collettiva: vogliamo cambiare vita o cambiare il mondo? Dirigenti, o aspiranti tali, della sinistra: qual è il vostro desiderio? Popolo della sinistra: qual è il tuo?

Noi pensiamo che per cambiare vita, forse non la nostra ma certamente di chi verrà dopo di noi, occorra avere una visione comune che, appunto, travalichi la singola esistenza individuale, che riguardi più le generazioni future che le viventi. Una visione che prospetti integralmente un nuovo modo di vivere, ma che sia vissuta dai suoi promotori e aderenti come se esistesse già. Una visione in cui chi non voglia essere oppresso non sia costretto a farsi oppressore.

Per cambiare vita, insomma, occorre una visione per cambiare il mondo. Ma per far questo, forse la nostra ansia dovrebbe essere rivolta altrove, ché il politico non può più esserci di grande aiuto, invischiato com’è nel qui e ora. Forse per far questo bisognerà sperare e aspettare che torni nell’agone il poeta venuto dagli alberi, con la sua “immaginazione” e irresistibile volontà.

Frosinone 5 agosto 2017

Di Ivano Alteri

Ivano Alteri: Libero professionista di Frosinone, esperto in problemi del lavoro, ha collaborato prima con edicolaciociara.it sul cui sito ha pubblicato interventi relativi al mondo del lavoro e alla politica più in generale. Ha collaborato alla ricerca sugli infortuni sul lavoro svolta dall'associazione Argo per conto della Provincia di Roma, poi pubblicata dalla stessa. Dalla nascita di unoetre.it è membro della sua Redazione

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