di Antonella Necci – Capitolo 7.
La gente è strana. Perde tempo, fiato, occasioni a vedere la distruzione dei propri simili, quando potrebbe impegnare altrettanto a creare una solida felicità per se stessa.
Fu così che la sparizione di Poldino generò nel quieto ed assonnato paesino di Anagnon-sue-la-mer una implosione di sentimenti.
Mancava un capro espiatorio sul quale riversare le proprie frustrazioni. Mancava il parafulmine che inglobasse tutte le loro minute malefatte. Il paterno sorriso di chi prendeva sulle proprie spalle i problemi e con senso di fratellanza universale, li facesse propri.
“Poldino era un santo. La nostra cattiveria lo ha fatto fuggire inorridito. Noi tutti dovremmo fare un Mea Culpa.”
Così dall’alto del suo pulpito recitava, una domenica si e l’altra pure, il Vescovo supremo di Anagnon. Lui che aveva contribuito alla sua elezione, ora contribuiva alla sua beatificazione.
I poveri concittadini temevano il giungere della domenica. Giorno di riposo e di delizia, che ora si era trasformato nel calvario programmato del fine settimana. Gli uomini cercavano di distrarre le proprie mogli proponendo loro gite al mare o viaggi in alberghi esclusivi. Speravano di solleticare la loro vanità, ma niente. Erano tutte diventate sostenitrici del povero San Poldino, come già qualcuno cominciava a chiamarlo lì in paese.
Così un giorno accadde un fatto strano.
L’operatore ecologico Giuseppe Lucariello si trovò nell’impedimento delle proprie funzioni. Cioè non riuscì a spazzare il marciapiede che costeggiava il Gran Palazzo a causa di Ceri, lumini, fiori sparsi, mazzi di orchidee, pupazzi peluche, carillon raffiguranti trenini e giostre…….una donnina dal fare devoto stava posizionando tutto in quello che lei riteneva fosse un ordine sparso.
“Buona donna, scusate, ma chi è morto?”
“Nessuno, almeno così voglia il cielo è così voglia anche il nostro Vescovo che ci comunica ogni giorno.”
“E allora, mi sapreste spiegare, perché io non posso eseguire il mio lavoro in santa pace, se nessuno è ancora morto?”
L’ anziana signora dallo sguardo gentile guardò Lucariello come se si trattasse di un insensibile, e con freddezza specificò:
“Da qui non si toglie niente. Lei vada a spazzare altrove. Tutto deve restare fermo come si trova ora. Questo diventerà l’altare di strada per venerare il nostro amato Gran Sceriffo. Il Vescovo ha già avviato le pratiche per la sua beatificazione.”
Cosa?? Beatificazione??
Giuseppe Lucariello si apparto all’istante, ma non perché avesse rinunciato alla sua opera ecologica. No. Lo fece per chiamare il suo amato amico Trippotto.
“Frank, ma cos’è questa novità? Pensa che stanno avviando le pratiche per la beatificazione di quel Gran ipocrita di Poldino. E questa sarebbe l’opera denigratoria che tu, così abilmente, avresti messo in atto? E se lo fanno pure Santo?”
Le poche, rozze, sgrammaticate parole di risposta convinsero l’operatore ecologico al silenzio. Torno a spazzare, abilmente evitando la vecchia, i fiori e l’altare pagano, le comari che intanto si erano radunate sotto al portone serrato del Gran Palazzo.
Non era d’accordo con la nuova strategia di Franklin Trippotto, ma non aveva alternativa. O con lui o morte. Metaforica o fisica, questo era l’enigma del suo boss,ma nel dubbio, meglio salvarsi la pelle.
Continuò a spazzare,ma leggermente debilitato. Decise che fosse giunto il momento di usufruire di quelle ferie non godute che aveva maturato da due anni a questa parte.
Avrebbe cambiato aria per un po’.
Se ne sarebbe andato nell’emisfero Sud.
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