
di Mario Saverio Morsillo – Si fa tanto parlare, ai nostri giorni, di microcredito, e quasi mai nella sua accezione originaria, quindi corretta. Sarà quindi forse utile, per chiarire le idee, cosa esso sia nell’accezione del suo ideatore, il banchiere pakistano Muhammad Yunus.
Yunus ha avuto il premio Nobel per la Pace, caso unico per un banchiere, nel 2006; il suo pensiero, quindi, anche qualora non si voglia seguirlo, non può essere certo disprezzato. Aggiungo, prima che qualche novello Solone dell’opportunismo inconcludente me lo rinfacci, che in seguito Yunus ha avuto problemi con la Giustizia per reati finanziari; non è questo di cui si vuole qui parlare, ma della sua idea di sviluppo economico; in altre parole, ciò che interessa al filosofo è l’egualitarismo sessuale di Marx; se poi il suddetto ha cornificato la povera e pazientissima Jenny di Westfalia, non riguarda certo l’indagine del filosofo della politica.
Chi è Yunus? Yunus è un banchiere formatosi negli Stati Uniti d’America; finiti gli studi ed avviatosi ad una promettente carriera universitaria, decide di tornare nel suo natìo Bengala, ove alterna il suo impegno di docente presso la Chittagong University alla ricerca di un target di clienti, possibili fruitori di una nuova banca. Da questo punto di vista i clienti preferiti dagli istituti di credito, ossia i pochi danarosi, sono già appannaggio di banche private nazionali o estere; dove c’è molta povertà ci sono anche molti ricchissimi.
La “Grameen Bank”
Yunus allora cerca altri clienti, una fascia insospettabile, ovvero i poverissimi. A tal proposito crea una banca che già dal nome si discosta dalla consuetudine del campo, la “Grameen Bank”. Le sue sedi non sono palazzi seicenteschi o ultramoderni, ma baracche di lamiera; gli impiegati non aspettano che i possibili clienti vadano da loro, ma vanno a cercarli nelle periferie più malfamate, nelle campagne più povere. E chiedono loro di cosa hanno bisogno; la prima cliente di questa banca avrebbe bisogno di 50 dollari USA per comperare una mucca, da poter allevare per produrre latte, formaggio, vitelli. Ma non li ha, e non sa come poterli ottenere. Glieli offre la Grameen, a condizione che la signora si impegni a versare una rupìa pakistana (meno di una fu lira italiana) alla settimana di interessi, fin quando non avrà i 50 dollari (anche dopo anni) per restituirli. La signora accetta, compra la mucca, versa la sua quota minima settimanale, ed in pochi mesi riesce ad essere una vera piccola imprenditrice agricola.
Tralascio quelli che sono gli interessi economici della Grameen in proposito; credo che chiunque si renda conto che la pubblicità di questa stranissima banca terzomondista, prima in Pakistan e poi nel resto dei Paesi poveri, è enorme, e tanti microinteressi, per una banca che non deve pagare affitti sulle sedi, o direttori ed azionisti all’etruriana maniera, messi assieme generano finanze ragguardevoli. Ciò che vorrei sottolineare è che si può parlare di microcredito solo verso chi è disposto a provare a diventare un piccolissimo imprenditore (non tutti abbiamo simili qualità), e che il microcredito si chiama tale perché l’interesse è veramente minimo, microscopico, per quanto a cadenza molto ravvicinata. Qualunque altra interpretazione di microcredito è fuorviante; sarebbe come, per assurdo, chiamare “Buona scuola” un decreto che distrugge l’insegnamento corretto nelle scuole pubbliche.
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