reddito minimo per tutti

reddito minimo per tuttidi Daniela Mastracci – Il reddito minimo deve diventare un diritto sociale dell’Unione europea. Il reddito minimo (da non confondere con il salario minimo) è un diritto universale, non legato a una posizione lavorativa o contributiva, che permette a chi non è in grado di provvedere a se stesso di avere una vita decorosa. A partire dal 1992, ovvero dal momento in cui il Consiglio Europeo ha adottato la Raccomandazione 92/441/CEE, la Commissione europea ha cercato di seguire lo sviluppo del processo di attuazione dei sistemi di reddito minimo. Con tale Raccomandazione il Consiglio europeo stabilì criteri comuni, anche se molto generici, in relazione a “risorse e prestazioni sufficienti nei sistemi di protezione sociale”. Agli Stati membri fu chiesto di riconoscere, nell’ambito di un piano di lotta contro l’esclusione sociale, il diritto fondamentale d’ogni individuo a vivere in conformità alla dignità umana; di dare accesso a tale diritto senza limiti temporali e di stabilire una quantità di risorse sufficienti in tale proposito. Nel 1999 la Commissione presentò un rapporto sull’implementazione della Raccomandazione. Tuttavia, ancora oggi In Europa non c’è uniformità a questo riguardo: il principio base può essere lo stesso, ma le applicazioni risultano molto diverse. Ma, soprattutto, tra i Paesi membri, soltanto l’Italia non ha ancora dato seguito alla Raccomandazione: “in Italia non abbiamo una legge che riconosca e garantisca il Reddito Minimo (insieme a noi solo la Grecia, l’altro Paese che insieme all’Italia non aveva ancora risposto al Consiglio Europeo). Colgo l’occasione, di questo primo articolo al riguardo, per spiegare che il reddito di cittadinanza è un sussidio condizionato alla ricerca di una nuova occupazione: non può infatti accedervi chi si sia licenziato per scelta propria da una precedente occupazione e chi abbia rifiutato proposte di lavoro negli ultimi 2 anni.”

Reddito minimo per trovare lavoro o nuovo lavoro

Chi lo chiede, si impegna a svolgere tutte le attività formative e lavorative che vengano proposte, ad iscriversi a tutte le liste di avviamento al lavoro, a non rifiutare occupazioni: se lo fa, perderà il sostegno al reddito.
Quindi non dico che si vuole finanziare chi sta a casa senza fare niente perché è proprio il contrario. Si lavora semmai per far si che i furbi vengano colpiti duramente e che invece chi davvero si sta impegnando per cercare lavoro possa non essere lasciato in mezzo a una strada senza alcun sussidio.
Del resto tutta Europa ce la fa (tranne noi), tutta Europa riesce a svolgere efficaci servizi di ricollocamento di queste persone: il fatto che l’Italia non sia tra questi Paesi, non ci deve far pensare che noi non si possa essere in grado di farlo. Basta averne la volontà. “Ce lo chiede l’Europa” è un mantra che sentiamo ripetere da anni. Parole che sembrano sdoganare qualunque “sacrificio” richiesto ai cittadini italiani. Sacrifici puntualmente richiesti a pensionati, lavoratori del pubblico impiego e del privato, spesa sociale, scuola, sanità. Sacrifici che hanno legittimato un processo di erosione del diritto al lavoro, erosione delle tutele, precarizzazione, che ha prodotto da ultimo l’abrogazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Ebbene “ce lo chiede l’Europa” ha però anche un’altra faccia della medaglia, mai esplicitata dai governi italiani, tantomeno attuata: parlo, appunto, dell’introduzione del reddito minimo cui l’Europa ci ha più volte richiamati, e non soltanto dal consiglio europeo ma anche dall’Europarlamento. Proprio noi che abbiamo un tasso di disoccupazione elevatissimo dovuto per lo più a delocalizzazione e/o all’introduzione delle nuove tecnologie che fanno diminuire la necessità di lavoro umano, avremmo invece necessità di tale misura compensativa. L’eventuale introduzione del reddito minimo garantito in Italia non costituirebbe solo una importante misura contro la povertà. Potrebbe dare il via a una modernizzazione delle politiche occupazionali e di Welfare, che tradizionalmente puntano a contrastare la disoccupazione aiutando principalmente le imprese e alcune categorie privilegiate di dipendenti. Nei Paesi del Nord Europa si preferisce il sussidio a tutti i cittadini senza lavoro e in stato di bisogno. Anche perché questa linea in genere favorisce i consumi e la ripresa, mentre gli aiuti e gli sgravi fiscali agli imprenditori spesso provocano maggiori profitti destinati a finire in risparmi o investimenti finanziari (se non esportati all’estero nei paradisi fiscali evadendo o eludendo il fisco nazionale). Inoltre il reddito minimo garantito limita le tensioni sociali soprattutto nei periodi di crisi. Negli ultimi anni anche in Danimarca, Svezia, Belgio o Lussemburgo in molti sono rimasti senza lavoro. Ma le elargizioni dello Stato — a livelli sufficienti per continuare a vivere in modo dignitoso — hanno stemperato le proteste ed evitato di ridurre eccessivamente i consumi di base (che spesso provocano chiusure di esercizi commerciali e di piccole imprese, insieme al conseguente aumento della disoccupazione).

 

Link http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:31992H0441:IT:HTML

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Di Daniela Mastracci

Daniela Mastracci.Sono nata l'11 marzo del 1970 e insegno nel Liceo Scientifico del mio Comune, Ceccano. Sono Prof e Mamma di due figli che mi crescono intorno mentre scopro che mi piace scrivere.

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