Nessunaviolenzacontroledonne 350 260di Fiorenza Taricone – I volti della parità in ottica internazionale
Il Novecento, secolo breve secondo la celebre definizione di Eric Hobsbawm, per la densità e la velocità degli avvenimenti che lo hanno contraddistinto, è passato alla storia anche, e correttamente, per un primato assai poco invidiabile di eventi sanguinosi e violenti; lo ricorderemo come un concentrato di atrocità: pogrom, campi di concentramento, olocausto, atomica di cui quest’anno si ricorda il 70° anniversario, passando per gli stupri civili come le marocchinate in Italia a guerra finita con i tedeschi in ritirata in Italia, per finire con la pulizia etnica nei Balcani. Francisco Goya non immaginava che a pochi secoli come questo si sarebbe adattato il titolo del suo celebre dipinto di fine Settecento: Il sonno della ragione genera mostri.
La prima guerra mondiale e la seconda hanno dato inizio e proseguito una strategia di globalizzazione della violenza, in cui l’internazionalismo no war ha subito pesanti sconfitte. Non a caso, invece, nel periodo più lungo di pace che l’Europa ha conosciuto, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, è nata invece una rivoluzione del tutto pacifica, che continua a dare i suoi frutti; parliamo della rivoluzione femminile, o se si vuole del neo-femminismo degli anni Settanta del Novecento, che aveva anche in altri paesi extra europei, Inghilterra e America, una tradizione nei secoli precedenti. I movimenti emancipazionisti, femminili e femministi, fin dal XVII secolo, in connessione con le scoperte geografiche che mostravano come il mondo non finisse dopo le colonne d’Ercole, nasceva inevitabilmente in ottica internazionale, perché il genere femminile, più della classe, più della razza, più delle nazionalità, era trans-nazionale.

Una rivoluzione profonda e radicata ovunque

Una rivoluzione non sanguinosa, anche se può sembrare contraddittorio perché il lessico della storia tradizionale ci ha insegnato ad accoppiare il termine con lutti e violenze; aspra certamente in tutti i paesi europei ed extra europei dove le donne, ben visibili sulla scena pubblica, hanno fatto sentire la loro voce, dove talvolta alle manifestazioni sono seguiti scontri con le forze pubbliche, occupazioni di luoghi “di donne”, sit, marce, proteste, ma nessuno ha dovuto piangere una scomparsa. E in un secolo come il Novecento, con le caratteristiche sopra ricordate, non è poco. “Si tratta della più profonda e radicale trasformazione sociale, politica e culturale mai avvenuta, certamente non la sola rivoluzione del XX secolo, ma l’unica destinata a oltrepassarlo”(G. Conti Odorisio, La rivoluzione femminile).
Due sono le domande preliminari che viene spontaneo porsi, anche a chi non è addetta ai lavori: come hanno fatto le donne della prima metà del Novecento a uscire dai limiti del provincialismo mentale e geografico, e quindi a far diventare la questione femminile transnazionale; e come il web ha incrociato le tematiche della parità di genere.
Una rapida riflessione sui mezzi che le donne del primo Novecento avevano per comunicare, fa capire con immediatezza quanto gli sforzi per costruire una rete di genere fossero cospicui. La lotta per la parità fra i sessi per nuovi diritti, per l’abolizione di vecchi privilegi di un sesso rispetto all’altro aveva bisogno di essere comunicata, per diffondersi e diventare non più battaglia d’élite, ma di massa. Essere presenti nei convegni internazionali, ma prima ancora nei meetings, nelle riunione delle associazioni in città appartenenti alla stessa nazione diventava possibile con un sistema ferroviario sviluppato che nella prima metà del ‘900 era sviluppato in alcuni paesi come l’Inghilterra e la Francia, molto meno in altri; una stampa di documenti, circolari, articoli, programmi e relazioni di convegni, che certo non si avvaleva del digitale, delle fotocopie, né del fax, o della macchina da scrivere inventata nella seconda metà dell’Ottocento, ma diffusa solo decenni dopo insieme alla popolare figura lavorativa della dattilografa, fra le prima lavoratrici del settore impiegatizio. Tutte le invenzioni di fine secolo diventano di uso comune solo progressivamente, nell’esplosivo Novecento, e non per tutte le classi sociali in contemporanea. Sempre nel secolo del positivismo, del trionfo della scienza, le prime metropolitane fanno la loro comparsa non solo nelle città più note, come Londra, ma in altre meno note all’opinione pubblica internazidiritti umani donne 225150onale, come Budapest e Istanbul. Così il telefono, inventato solo alla fine dell’Ottocento, l’illuminazione elettrica, che consentì ritmi di lavoro di scrittura più liberi, perché non più basata solo sulle candele o sul gas, ma anche la forza delle immagini che emanava dalle fotografie e poi dal cinema, furono d’aiuto alle tante donne impegnate nella costruzione di una rivendicazione di genere collettiva, a far circolare nella quotidianità idee progressiste, a pubblicizzare i gesti delle ribelli, a far conoscere la condizione femminile in paesi lontani, compreso l’odierno Islam.
La forza delle idee, unitamente alle possibilità offerte dalla nascente tecnologia, che mutò le condizioni di vita e di lavoro ben prima del web, ebbe un effetto fortemente unificante nel mostrare che le donne, a prescindere dalla classe di appartenenza, dal livello d’istruzione, dallo stato civile, erano tutte ugualmente prive di diritti; certamente la ricchezza indorava la pillola, ma i matrimoni non scelti, le maternità non volute, gli aborti e gl’infanticidi, i destini precostituiti, le professioni proibite in Italia almeno fino al 1919, il diritto di cittadinanza, in Italia e in Francia fino al 1945, disegnavano destini comuni, il cui unico collante era l’essere di sesso femminile.

Siamo tutti in debito con il femminismo

Al femminismo internazionale e all’Onu donne e uomini sono debitori del ciclo delle grandi conferenze internazionali, a partire da quella di Città del Messico nel 1975, proclamato anno internazionale della donna; a seguire Copenhagen nel 1980 e Nairobi nel 1980. Furono momenti fondanti dell’internazionalizzazione del femminismo novecentesco, le premesse della IV Conferenza Mondiale di Pechino nel 1995, unitamente agli sforzi della Comunità europea, con la diffusione delle politiche di pari opportunità, e l’incentivazione a istituire organismi istituzionali per monitorare e incentivare politiche di pari opportunità. La trasmissione parziale di questo patrimonio, almeno per l’Italia, oltre a essere una mancata prova di democrazia del sapere, è un atto di voluta parzialità di un patrimonio del sapere collettivo. Le donne hanno lottato in tutto il mondo e in gran parte di esso lo fanno ancora, per i diritti fondamentali, compreso anche il diritto di non essere cancellate o travisate. In questo il ruolo della rete è fondamentale, perché la rivendicazione del diritto all’oblio ci porta nella situazione opposta, quella di non poter decidere se esserci o no.
Un tipico esempio è la presentazione più banale che viene fatta degli anni Ottanta, che per il genere femminile ha costituito un modello di internazionalizzazione delle politiche di pari opportunità. Lo ricordava Agata Alma Cappiello, nel suo libro Infrangere il tetto di vetro (1999), non molto tempo prima di lasciarci. Alla domanda di Serena Cipolla:
Degli anni ’80 si è parlato molto. I giudizi espressi sono prevalentemente negativi. Telefonini che squillano senza sosta, rampantismo, cultura dell’apparire, vite vissute come uno spot pubblicitario, valori come quello della famiglia, messi da parte. Tutto ciò è quanto rimasto prevalentemente nella testa degl’italiani?
A mio parere questa è una visione parziale di un periodo di grandi cambiamenti e trasformazioni e, pertanto, va interpretato in profondità. Basta pensare per esempio a tutto il lavoro fatto dalle donne e nella politica, sulle spinte della protesta femminista del decennio precedente. Proprio negli anni Ottanta, infatti, nel nostro Paese c’è stato l’avvio delle politiche istituzionali in favore delle donne. Sono stati realizzati gli organismi di parità centrali e locali; è cresciuta la presenza delle donne nelle istituzioni. E poi, non si può dimenticare la profonda modificazione della società per l’emergere dei valori e della cultura delle donne. Questo cambiamento ha prodotto un diverso modo di concepire i rapporti fra i sessi e per le donne, l’acquisizione della consapevolezza di sé: un processo reso possibile anche dall’entrata massiccia nel mondo del lavoro.
Il web ha reso possibile lo scambio in tempo reale di prassi che nascono da paesi lontani da quell’Occidente dove il neo femminismo ha avuto inizio, vedi ad esempio la pratica di quello che sarà chiamato femminicidio in America Latina. Ma ancora più recentemente il ruolo delle donne nella cosiddetta primavera araba, quasi ignorato dai media tradizionali. Scambi di riflessione, campagne d’opinione, petizioni, pubblicazioni on-line di testi dimenticati dalle nuove generazioni, disegni e proposte di legge, nuovo lessico, immagini simbolo di una condizione femminile affatto esaltante in buon parte del mondo, invadono il nostro immaginario, con tutti i rischi di un confronto virtuale così diverso dal corpo a corpo del femminismo novecentesco.

 
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Di Fiorenza Taricone

Fiorenza Taricone. Docente universitaria di Storia delle dottrine politiche presso l'Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Presidente per le Pari Opportunità, Presidente CUDARI (Centri Universitari Diversamente Abili Ricerca e Innovazione), Presidente del CUG (Comitrato Unico di Garanzia). Ha ricoperto incarichi nella Commissione Nazionale Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, in questa veste ha curato le iniziative delle Donne per il 70° della Repubblica italiana e della Costituzione. E' Consigliera di Parità per la Provincia di Frosinone. Intenso impegno e iniziative significative hanno caratterizzato l'attività di Fiorenza Taricone in modo particolare nel 2016 a 70 anni dalla nascita della Repubblica italiana. Proprio questa ricorrenza è stata l'occasione per richiamare all'attenzione sul ruolo delle donne in quella stagione di grandi cambiamenti e il significato della Costituzione. La Taricone non ha lasciato spazio a incerte interpretazioni del contributo determinante e di valore dato dalle donne in tutti i campi della vita sociale e culturale in Europa e in altre parti del mondo, come dimostra nelle sue numerose pubblicazioni. Ha fatto riemergere dall'oblio donne combattive, determinate, colte, che hanno reso grandi servigi alla loro terra di origine. Se ha riscritto la storia, ampliandola, del protagonismo delle donne, altrettanto ha denunciato la violenza subita dalle donne. Una denuncia che va oltre la semplice testimonianza e si trasforma in una battaglia culturale e rivendicativa per strutture pubbliche a sostegno di donne colpite dalla malvagità dell'uomo e di ferma condanna senza equivoci di sorta.Sembrerebbe, leggendo i suoi libri e le sue pubblicazioni, ascoltandola in pubblici confronti, che nella sua missione culturale si sommano una valorizzazione e una protezione delle donne. Significativo il suo ruolo di femminista in Europa esaltato di recente, nel 2018, quando ha presentarto in francese il suo libro "Romain Rolland, pacifista libertario e pensatore globale". Un'opera di notevole significato storico culturale nel panorama della pubblicistica di storia contemporanea. E' la prima opera biografica di un personaggio di notevole spessore culturale, pubblicata in Italia, dove Rolland è praticamente sconosciuto. Si colma con l'opera della Taricone una lacuna storica e letteraria che consente di ampliare un orizzonte di conoscenze su i protagonisti del XX secolo per un Europa unita e per una pace universale.

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