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votoNO 350 260di Fausto Pellecchia – Sul significato della formula: “Preferisco di No”
Post festum, dopo l’ultimo incontro organizzato dal Comitato “Preferisco di No” con la partecipazione di Augusto Illuminati e Alfredo D’Attorre, ad appena 48 ore dal voto referendario, è forse il caso di esporre alcune delle ragioni che ci hanno indotto a battezzare il nostro gruppo di lavoro con la catchphrase di Bartleby lo scrivano, nell’omonimo racconto di Herman Melville.
Più di qualcuno aveva infatti obiettato che la denominazione prescelta sembra smorzare o attenuare la forza performativa del No, dislocandone le ragioni nella sfera delle preferenze e delle inclinazioni soggettive, e privandolo perciò della perentorietà categorica di un netto rifiuto. Sarebbe infatti implicito, nella frase melvilliana, anche il riconoscimento della potenza persuasiva che spinge all’assenso e all’accettazione, nonostante che le ragioni del No appaiano relativamente preponderanti e, infine, prevalenti. La formula sembra dunque sottesa da una temporanea oscillazione tra le opposte ragioni, segnalando una possibile esitazione dinanzi alla problematicità della decisione.
Pur in ossequio alla political correctness, conviene tuttavia ribadire la radicalità del rifiuto espresso nel tormentone melvilliano.
Preliminarmente, è opportuno precisare che l’originale formula di Bartleby ha la forma verbale del modo condizionale : “preferirei di no” (I would prefer not to). Se presa alla lettera, manifesta una piega manieristica che la rende inusuale e sofisticata, prossima all’agrammaticalità – che qualcuno direbbe appropriata al lessico dei “radical chic”. Essa andrebbe tradotta infatti con “Avrei preferenza di non farlo”, giacché la forma equivalente di uso comune è appunto: I had rather not.
Tuttavia, nel racconto di Melville, la formula ha delle varianti. Talvolta abbandona il condizionale e diventa seccamente indicativa: “Preferisco di No” (I prefer not to). In ogni caso, la formula conserva la caratteristica indeterminatezza semantica risultante dal rifiuto di Bartleby di eseguire tutto ciò che gli viene ordinato, consigliato o implorato di fare. Le sue numerose occorrenze si riferiscono sia all’ordine dell’Avvocato di collazionare le copie degli altri due scrivani dello studio, o di rileggere a quattr’occhi le proprie copie, sia quando gli si chiede di svolgere alcune commissioni all’esterno, sia quando viene invitato a cambiare di posto, sedendo nella stanza accanto allo studio. Persino quando, una domenica mattina, l’Avvocato cerca di entrare nel suo studio e si accorge che Bartleby lo usa ormai come camera da letto, o quando infine, esasperato dalla irremovibile riluttanza del suo eccentrico scrivano, vuole cacciarlo via, proponendogli altre possibili occupazioni (dal momento che questi si rifiuta ormai anche di copiare i documenti di studio), sempre riaffiora la formula del diniego e della non-preferenza. O meglio: come preferenza di nulla piuttosto che qualcosa (qualsiasi cosa) : «non una volontà di nulla, ma l’avanzare di un nulla di volontà», precisa Gilles Deleuze nel suo impareggiabile commento. Da essa l’Avvocato è progressivamente sospinto verso una sorta di feconda disperazione, che lo costringe a mutare costantemente e inutilmente il proprio ruolo: da capufficio esigente a padre premuroso, da confidente a consulente benevolo, da padrone ad amico fraterno.

Dire NO non significa teniamoci quella che abbiamo

Se proviamo a svolgere il parallelismo situazionale del Comitato per il No con la formula di Bartleby, è facile comprendere che in essa non si esprime un semplice rifiuto, ma ci si limita a ricusare nettamente un non-preferito, cioè il testo della controriforma costituzionale. Tuttavia, neppure accetta o vi oppone un preferibile. La formula, infatti, obbliga lo stesso Bartleby a cessare definitivamente la sua attività di copista, sostituendola con un puro, irredimibile non-fare. Pertanto, tradotto nei nostri termini, rifiutare il revisionismo della controriforma non equivale a mantenere inalterata l’attuale “costituzione materiale” del sistema politico italiano, che rappresenta il modo in cui è stata erosa, stravolta e tradita nella sua attuazione la costituzione formale del ’48. Al contrario, il diniego suppone esattamente l’impossibilità di una tale perseveranza. L’opzione che si limitasse a preservare lo status quo, a perpetuare le cose come sono, è tolta così radicalmente che non c’è neppure bisogno di ricusarla esplicitamente. Come per Bartleby, la formula “preferisco di No” del Comitato referendario elimina impietosamente tanto il non-preferito quanto il preteso preferibile: li rende indiscernibili, azzerando ogni preponderanza e ogni inclinazione soggettiva. Essa crea un vuoto nel linguaggio che lo svincola dai riferimenti, dalle assunzioni o dai taciti presupposti che generalmente assicurano e rassicurano l’interlocutore circa le attese di senso con le quali egli si dispone a comprendere ciò che gli viene detto. Anche nel caso del Comitato referendario, l’impiego della formula di Bartleby «esclude – come scrive Deleuze- ogni alternativa e inghiotte quel che pretende di conservare, non meno di quanto scarti ogni altra cosa».
È dunque possibile sciogliere il significato politico della formula di Bartleby con le parole di Augusto Illuminati:
«Il problema, infatti, non è di dire NO, teniamoci quella che abbiamo (la Costituzione, la vita in degrado ad essa soggiacente), ma diciamo Sì a una vita in trasformazione e avviamo un processo costituente che ne registri le direzioni di cambiamento. […] L’unico senso del rifiuto di questa riforma, metà inconcludente e metà autoritaria, è di tenere aperta la strada per un’altra riscrittura, che faccia perno sull’espansione dei diritti e della cittadinanza, sui beni comuni e sul municipalismo, su nuove forme di reddito e welfare»

 
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