di Roberto Salvatori – Quand’ero ragazzino, quelle poche volte che mi capitava di vederlo, stava dietro il bancone del suo negozio in via Moele Tosi. Ma poi non capivo perché, quando passavano le processioni, abbassava sempre la saracinesca. Poi qualcuno mi disse che Telesforo era comunista, e pure ateo. Lo rividi anni dopo, quando, non ancora iscritto alla FGCI, partecipai ad un congresso di sezione del Partito comunista, mi ci portò il caro e mai dimenticato Bruno De Santis. Nel suo intervento, Telesforo mi colpì per la sua acuta capacità di analisi della situazione politica interna, nazionale e internazionale, ma soprattutto mi colpì la sua compostezza, perché negli anni ’60 il TG della domenica pomeriggio, mi aveva abituato a vedere i leader comunisti sempre arrabbiati e sbattere i pugni nei comizi, mentre quelli dei democristiani erano calmi e tranquilli. Poi ho capito perché.
Qualche anno dopo lo scioglimento del PCI, avevo intenzione di raccogliere informazioni sul partito e sulle amministrazioni a Paliano, così chiesi a Telesforo se potevo intervistarlo anche sulla sua storia personale, e la disponibilità fu totale. Mi concesse interviste nel ‘97, ‘98 e 2002, e nel frequentarlo capii anche che oltre a quelle politiche, aveva qualità umane notevoli. Ma io ero lì anche per una curiosità impellente: volevo che mi parlasse di Enrico Giannetti, il capo partigiano, il sindaco, l’uomo che aveva sposato sua madre vedova ma anche l’uomo di cui si diceva avesse delle macchie oscure nel suo passato. Ne parlammo così tanto che alla fine, tutte le informazioni che mi diede finirono in un libro.
Nel 1944 Telesforo faceva la Resistenza portando cibo e medicine agli ex prigionieri inglesi evasi nascosti nelle campagne di Paliano, rischiando la fucilazione sul posto se veniva scoperto. Ma lui, per essere un po’ più tranquillo, girava con una pistola in tasca, aveva 17 anni. Finita la guerra, il generale Alexander, comandante supremo delle forze alleate in Italia, gli fece recapitare un diploma d’onore in cui gli attestava apprezzamento e riconoscenza per aver salvato la vita ai soldati del Commonwealth.
Figlio di un socialista perseguitato dal fascismo, nel ’44 Telesforo aderì al Fronte della gioventù comunista e nonostante la sua ritrosìa, Enrico Giannetti lo fece responsabile dell’Annona. Fu poi segretario del PCI dal ‘54 al ’59 membro della segreteria e sindaco di Paliano dal 1961 al 1970. Quando mi raccontò della sua esperienza politica e amministrativa, mi rimasero impressi soprattutto due fatti: quando, dopo l’alluvione del Polesine nel ’51, il PCI a Paliano organizzò una raccolta di fondi a favore di quelle popolazioni, Telesforo, in qualità di segretario del partito, venne convocato in comune dal commissario prefettizio, il dottor Tommaso Bevivino, il quale minacciò di denunciarlo ai carabinieri se non gli consegnava immediatamente la somma perché, in base alla legge, la colletta era illegale, così com’era illegale farla durante i comizi. gli disse Bevivino «Poi lei non pensi male, perché io non sono contro di voi, sono un liberale». «Lei è liberale?» rispose Telesforo, «un commissario nominato da un prefetto che è scelto dal ministro degli Interni che è un anticomunista [si trattava di Scelba] dico, lei è liberale? Lei può essere liberale nel suo animo, ma la sua opera non è da liberali!» e la cosa fortunatamente finì nel nulla.
Mi parlò poi delle difficoltà nel portare avanti l’amministrazione comunale con i pochi fondi a disposizione, e più in generale alle difficoltà dovute alle contrapposizioni ideologiche e alla strenua lotta politica che c’era allora, con conseguenti mancati finanziamenti per un comune “rosso” da parte delle amministrazioni provinciali dominate dalla DC. Per cui ogni tanto si doveva montare in macchina e andare a perorare la causa di persona, con i responsabili provinciali e regionali. Nonostante tutto, per un anno versò i suoi emolumenti di sindaco per finanziare la costruzione della Casa del Popolo.
Rimasi sorpreso, invece, quando mi raccontò della prima idea di “compromesso storico” a Paliano, anticipatore di quello che sarebbe poi stato realizzato in campo nazionale, una quindicina d’anni dopo. Ebbi conferma di ciò quando il dottor Augusto Pede mi fece vedere la lettera – datata 9 dicembre 1964 – con cui Telesforo, a nome del gruppo consiliare e del direttivo comunista, lo invitò ad accettare una responsabilità in giunta come assessore, perché, nonostante la distanza ideologica, si riconosceva all’avversario «di saper lavorare nell’interesse di tutta la popolazione».
Il dottor Pede ringraziò della considerazione, ma rispose che l’invito era rivolto a lui, non come responsabile politico, ma come persona, per cui declinò l’offerta. Ma questo fatto, ritenuto di estrema importanza politica, non lasciò indifferente la DC, tanto che Pede si adoperò presso il vicesegretario nazionale Giovanni Galloni, e questi a sua volta interessò sia Andreotti che il ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani affinché fosse concesso un contributo straordinario al comune di Paliano per il rifacimento delle strade esterne al paese. Nel 1966 la questione andò a buon fine, forse era la prima volta che succedeva.
Un secondo tentativo di fu reiterato nel luglio 1970 quando Bartolo Ciccardini riferì al dottor Pede che il consigliere comunale comunista Suppi aveva proposto un incontro ufficiale tra le due delegazioni per trovare un accordo tra i due partiti e una collaborazione per risolvere la crisi amministrativa. Però, nella lettera che inviò a Giulio Damizia, segretario del PCI, il dottor Pede espresse il timore che, testuale, «portare la crisi comunale sui binari politici di partito potrebbe complicare, anziché facilitare, una soluzione che porti ad un programma di rinnovamento appoggiato da tutti i cittadini». Dopodiché, il tentativo venne definitivamente archiviato.
Dopo il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro, Telesforo scrisse una personale lettera di solidarietà e vicinanza al segretario della DC Augusto Pede, in cui, oltre ad annunciare il suo allontanamento volontario da ogni attività politica «disgustato da tanti fatti negativi», dimostrò ancora una volta il suo alto senso civico affermando che «in momenti come questi, continuare a tacere sarebbe come appoggiare certe azioni criminali» e sapendo di avere di fronte, come in passato, un interlocutore privilegiato, scrisse: «dobbiamo tuttavia trovare insieme la forza e la volontà unanime di combattere e di sconfiggere i disegni di folli eversori, che mettono in pericolo la civile convivenza». Fu un auspicio, ma fu anche una previsione formulata da un uomo che aveva capito come sarebbe evoluta la politica e quale sarebbe stata poi la scelta del Partito comunista in quei terribili momenti: «solidarietà nazionale» e l’appoggio al governo. La dissoluzione del PCI ci ha lacerati e divisi, dispersi nella diaspora della sinistra. C’è chi ha ricominciato daccapo, chi è rimasto da solo e chi ha subito una mutazione genetica. Telesforo è rimasto un comunista, ma nel senso originario del termine, cioè con la piena consapevolezza di aver agito sempre con onestà, giustizia e spirito di servizio.
Addio caro Telesforo. E che la terra ti sia lieve.
Paliano, 14 novembre 2016
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«un commissario nominato da un prefetto che è scelto dal ministro degli Interni che è un anticomunista [si trattava di Scelba] dico, lei è liberale? Lei può essere liberale nel suo animo, ma la sua opera non è da liberali!»
«portare la crisi comunale sui binari politici di partito potrebbe complicare, anziché facilitare, una soluzione che porti ad un programma di rinnovamento appoggiato da tutti i cittadini»
«portare la crisi comunale sui binari politici di partito potrebbe complicare, anziché facilitare, una soluzione che porti ad un programma di rinnovamento appoggiato da tutti i cittadini»