aulaSenato 350di Antonia Dell’Albero –  Pare diffusa presso l’opinione pubblica una certa contraddittorietà: pare si dica che il Parlamento sia troppo lento. Ma pare anche si dica che nell’ordinamento italiano ci siano troppe Leggi. Beh! Delle due l’una: o il Parlamento è lento e ciò vorrebbe dire che ci sono poche Leggi; o ci sono troppe Leggi ma in tal caso si dovrebbe ammettere che il Parlamento è veloce!
Ci crediamo? E’ così che pensiamo? Oppure sono le voci che circolano strumentalmente, a seconda che si debba criticare il Parlamento su una sua presunta lentezza; oppure lo si critichi, perché non provvede a varare abbastanza Leggi.
La riforma della Costituzione sembrerebbe volta alla semplificazione dell’iter legislativo, al velocizzare lo stesso, al renderlo adeguato al presente, che sarebbe in perpetuo e inarrestabile mutamento. Siccome il tempo stringe allora occorre essere lesti. Sembra una buona cosa! Ma a guardar bene, questa buona cosa sottende una forzatura ideologica della “velocità” a prescindere. I vecchi detti popolari insegnano che “la gatta per la fretta fece i gattini ciechi”! ma oltre alla saggia saggezza popolare, si tratta di pensare alla Democrazia come dialettica: ma alla dialettica si può dare un termine a priori? Come se, mentre facciamo un bel respiro profondo, ci si bloccasse a metà perché non c’è tempo per respirare a nostro agio, serve correre a perdifiato e però la gola si strozza, rimaniamo senza aria e soffochiamo. Lentezza vuol dire anacronismo? Ebbene la riforma risolve il problema: articolo 72, comma 7, lì si trova tutta una serie di indicazioni obbligatorie che regolamentano i tempi di analisi e di deliberazione di Leggi. Dunque respiro corto, allenamento alla corsa, e se restiamo senza aria peggio per noi, significherà che non ci siamo allenati abbastanza! E poi la responsabilità è grande perché le leggi in questione, con tempistica super regolamentata, sono quelle “essenziali” all’ “attuazione del programma di Governo”, iscritte “con priorità all’ordine del giorno e sottoposte alla pronuncia in via definitiva della Camera dei Deputati entro…etc. etc.” e guai a sforare! Dunque il Governo ci dice a priori quali sono le leggi da sottoporre immediatamente a deliberazione, ne indica la priorità, ne indica i tempi di deliberazione.
Ce n’è altri di articoli con relativi commi dove si stabiliscono priorità e numero di giorni entro cui chiudere la partita. Ma credo che basti il comma citato per fare un po’ di riflessione.

Non è privo di ideologia imporre limiti alla discussione

Imporre un termine, obbligare la discussione parlamentare entro un numero pre – stabilito di giorni, non è privo di ideologia. Lo si può leggere come un togliere la parola, bloccare lo svolgimento delle discussioni stesse, imbavagliarle, e con ciò privarle di un valore fondamentale, quale è appunto la libera dialettica democratica.
Imbrigliare le voci contro è come elevarsi al di sopra delle voci stesse, tappare loro la bocca, invadere a tutto campo; porsi al di sopra di esse come a domarle. E tale non lasciar essere liberamente le voci è ideologico, perché “copre” la realtà plurale, contrastante proprio perché plurale e perciò dialettica, mai definitiva, mai ultima. Invece si vuole la prima e l’ultima parola a chiudere ogni “partita”.
A ciò mi pare somigli il comma citato, e il suo soggetto richiedente, ovvero il Governo.
Pre – stabilire è comunque uno stabilire a priori, a monte delle discussioni, e quindi è una prevaricazione, un porsi al di sopra dei parlamentari ancora prima e a prescindere dai contenuti da esaminare, dalle proposte che verrebbero, dalle controproposte, perché no? insomma da quella dialettica che fa di un Parlamento l’espressione di tutte le parti sociali, di tutti gli interessi, di tutte le opinioni. Dare scadenze a priori ingabbia e probabilmente pre – indirizza il dibattito, lo condiziona comunque, e forse lo vizia: per stare nei limiti imposti si potrebbe non riuscire a sviscerare fino fondo le questioni; essere veloci potrebbe essere un sorvolare, un andare per le grosse e restare in superficie. Insomma almeno la scadenza non ci dovrebbe essere, proprio per garantire agio, tranquillità, serenità di giudizio: ovviamente a maggior ragione su temi sensibili, questioni delicate come sicuramente sarebbe il Programma di Governo.votoNO 350 260
Un’altra riflessione viene alla mente: tempi uguali e sovraindicati per quali temi? I temi da normare non sono certo tutti uguali, nel senso, a mio giudizio, del “peso” delle questioni: della ricaduta etica, sociale di certe proposte, della ricaduta sul paesaggio, sulla salute, tanto per dire qualche caso.

Una gabbia temporale pericolosa per la libera dialettica democratica

Ma una scadenza sovraimposta sembra che possa rendere tutto uguale: sarebbe una gabbia temporale che uniformerebbe i temi obbligandoli tutti alla stessa tempistica; non farebbe emergere i distinguo, e allora si rischia sia l’approssimazione, che l’indiscernibilità tra le questioni: il tempo di una riflessione approfondita e larga, nel caso di temi particolarmente sensibili, sarebbe appunto negato dalla scadenza stessa. Abbiamo allora un problema più formale, se vogliamo, accanto però ad uno più sostanziale: tutto dentro un tempo determinato, un insieme poco distinto di questioni di vario tipo, e di varia ricaduta sui cittadini, che possono stare dentro l’ “urgente” realizzazione del Programma di Governo.

L’efficientismo economicista annulla ogni doversità

Da ultimo si può osservare che nella indiscernibilità dovuta alla tempistica forzosa, le diverse questioni potrebbero non essere più sentite come diverse, come su un piano diverso. Cioè che ricaduta emotiva e d’opinione può avere, questa indiscernibilità, sugli stessi parlamentari? Non si rischierebbe l’indifferenza fra i temi, nella necessità di ottemperare alla tempistica; e alla lunga non sarebbe solo indifferenza nei tempi di discussione e deliberazione della legge, ma potrebbe entrare nel sentire dei parlamentari? Si rischierebbe di dimenticare che c’è un tempo per ogni cosa, e una durata. E anche questo elemento di durate differenti per riflessioni differenti, fa la differenza etica fra le cose discusse. Mentre nella indiscernibilità si perde di vista la specificità: tutto può diventare solo una questione da risolvere nella logica dell’ottimizzazione dei tempi (e dei “costi”), logica che tanto somiglia all’efficientismo economicista.
Poi dobbiamo sbracciarci per “scorporare” da tali logiche economiciste le “spese”, che considereremo straordinarie, per rimettere in sesto, ad esempio, le case colpite da terremoto, i centri storici che fanno dell’Italia un unicum e che però perdiamo perché, appunto, non stanno nei preventivi di spesa e guai a sforare. E sorge la domanda: la vita di un essere umano si può monetizzare?

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

La riproduzione di quest’articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l’autore

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

Sostieni UNOeTRE.it

 

Di Antonia Dell'Albero

Autori che hanno concesso i loro articoli, Collaboratori occasionali

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.