di Daniela Mastracci – “Conosci te stesso”, “Prenditi cura della tua anima”. Hanno il sapore della religione queste parole? “Anima” fa pensare all’aldilà? A me fa pensare all’aldiquà e fa pensare politicamente. Ad una polis dove i cittadini si autodeterminino e sappiano distinguere il giusto dall’ingiusto, il buono dal cattivo. Quantomeno affrontarli, il giusto e l’ingiusto, il buono e il cattivo, come una domanda.
Mi pare che abitiamo un mondo dove tutto è sotto mano, a portata di mano. Anzi! Talmente a portata di mano da sommergerci, e senza chiedere nemmeno il permesso di starci così addosso. Ci arriva da tutte le parti, ci pressa e comprime, ci assedia e ci costringe a prestargli attenzione ogni attimo. Siamo così proiettati verso questo mondo invadente e pervasivo, che a noi stessi prestiamo ancora attenzione? Ci avvertiamo? Ci chiediamo come stiamo? Cosa vogliamo davvero per noi? Chi siamo o vorremmo essere? Al di là di ogni avere? O ci stiamo via via sempre più confondendo con le cose fuori di noi, tanto da sentirci in dovere di prenderle, di possederle? Tanto da sentirci nulla senza di esse? Se siamo ciò che indossiamo e, in generale, ciò che compriamo, chi siamo senza comprare? Senza spendere soldi per qualsivoglia “desiderio”? Svuotati. Come recipienti da riempire costantemente, ma recipienti bucati. Buchi da dove tutto ciò che mettiamo dentro, esce immediatamente fuori, e dunque stiamo di nuovo lì a riempire. Un processo di riempimento senza fine e sempre deludente perché mai davvero e compiutamente appagante. E sino a questo punto possiamo arrivare nella perdita di chi siamo? Perchè così tanto espropriati di noi? Perché nulla resiste in noi, rispetto al parossismo del mondo delle merci? Perché di questo, credo, si tratti: di una spinta continua e indistinta, solo spinta, all’acquisto. Indistinta perché ad essa, spinta, interessa verso cosa spinge? Non credo. La sua legge è fine a se stessa: spinge per spingere. Allora spinge verso qualsiasi cosa, ogni prodotto possibile, indistintamente. In fondo ogni prodotto è merce e tanto basta: vale unicamente lo scambio in denaro. E la spinta è sorella, o socia, se vi pare, dell’accumulazione di capitale. E il suo mezzo è la riduzione dell’essere umano a recipiente bucato.
Ormai la “pubblicità” non interrompe lo spettacolo, lo sostituisce
Un tempo mio padre si lamentava delle inserzioni pubblicitarie perché, mi diceva, interrompevano la visione di un film, ne distruggevano il continuum e quindi toglievano il piacere di vederlo, toglievano suspence, attesa… A me sembra di poter dire, oggi, che le interruzioni pubblicitarie, e adesso addirittura tutto lo spazio pubblicitario, spazio televisivo e non solo, precisamente pensato e dedicato alla pubblicità, non interrompa il piacere della visione continuativa di un film, o di un certo quale programma, ma si SOSTITUISCA a quel piacere interrotto: è essa stessa piacere, nella misura in cui instilla in noi l’idea che quel prodotto sia il nostro piacere, non il film che stavamo vedendo. Ci induce a desiderare quel prodotto, ci induce al suo acquisto, imponendolo al nostro inconscio, trasformandolo in un nostro desiderio. Lo è davvero? E’ qui che il monito delfico del “conosci te stesso” potrebbe intervenire oggi. “Conosci te stesso” come la via verso di noi. Una CONTROTENDENZA: non fuori, ma dentro di noi, ad interrogarci su ciò che davvero vorremmo per noi, oltreché, naturalmente, su chi davvero siamo. Una via verso un desiderio che sia unicamente il nostro, quello che ci individua. Una vocazione solo nostra e diversa in ciascuno, quando ciascuno abbia compreso la propria. Una controtendenza rispetto al fuggire da noi verso le mille direzioni cui la pubblicità ci spinge, e tornare a noi a prenderci cura della nostra anima, di un’interiorità niente affatto recipiente bucato. Un’interiorità capace di autodeterminazione, liberata dal giogo perverso di spinte esterne a noi, che ci condizionano rispetto a finalità che non siamo più noi a decidere consapevolmente.
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