di Daniela Mastracci – “Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”. Meravigliosa frase di W. Shakespeare e meraviglioso modo di pensare l’umano. Perché l’uomo è meraviglioso. I greci dicevano deinos meraviglioso e terribile. Perché ogni volta è nuovo e ogni volta mi interpella. E perché ogni volta mi sconcerta, mi sorprende, togliendomi false certezze. Esse si fanno false al suo comparire. Perché ciascun uomo è un universale singolare. È come me, è uguale a me e, al contempo, è diverso da me. L’essere umano è tale contraddizione. Ma lo è solo per la logica e non per il sentimento. Infatti solo il sentimento sente ciò che la ragione non riesce a dire. Perché il mestiere della ragione, quella solo non contraddittoria, è definire l’identico e distinguerlo dal diverso. Allora la ragione di fronte all’essere umano, che pura tenta di usarla, fallisce. L’uomo è all’uomo sconosciuto.
Come stare con l’uomo allora? Non so chi è, non so cosa è. Ma c’è. Ed io lo so come so che le mani che scrivono sulla tastiera sono mie. Lo so perché lo sento, ma non lo so con la ragione. È un sapere di tipo diverso, un’intuizione, una pre-conoscenza. Ma se lo sento non posso voltargli le spalle. Infatti se gli sparo alle spalle, gli sparo “a tradimento”. Perché diciamo così? Perché non ci siamo messi di fronte a lui/lei. Non lo abbiamo guardato negli occhi, lasciandoci guardare da lui/lei. Non ci siamo offerti al sacrificio della perdita delle nostre certezze. Ben saldi in noi e solo in noi. Soli, appunto. Ma lui/lei sta lì, mi interpella. La sento la domanda. Con fastidio, con imbarazzo, con paura…la sento. Altrimenti non proverei nemmeno questi sentimenti.
Accogliere come Nausicaa
E allora che faccio? Rispondo? E come? Ulisse accolto da Nausica è xenos, è l’ospite-straniero, lo sconosciuto, l’altro. E’ visibilmente provato dal viaggio. Forse con le spalle ricurve. Forse emaciato. Forse con lo sguardo opaco. Si vede che ha bisogno di ristoro. Ebbene Nausica dice alle ancelle di portagli cibo e acqua e preparare un bagno…poi, solo poi, gli chiederemo chi è, da dove viene, quale storia ha da raccontare. Un corpo provato, affamato, assetato, non può da subito dire chi è. Ha fame. Non può parlare. Non ne ha la forza.
La parola è un agire che però non può attuarsi, perché non ci sono energie. Allora per prima cosa colui che mi viene di fronte va ristorato, così da tornare ad essere parlante. E poi gli chiediamo di raccontarci la sua storia. E gli possiamo chiedere quale è il suo sogno: quale uomo o quale donna sogna di essere; quale essere umano sogna di essere; quale nuovo uomo avremmo di fronte se attuasse il suo sogno?
La meraviglia, l’emozione
Ecco la meraviglia. Noi saremmo al cospetto di un nuovo essere umano, uno che prima di quel lui/lei non c’è mai stato e mai ci sarebbe senza quel lui/lei. A noi sta la possibilità di far essere. Insieme a lui/lei noi saremmo artefici di quel nuovo, inedito, unico essere umano. Se gli chiediamo chi è, se gli diamo la possibilità della parola, se gli chiediamo della sua storia e dei suo sogni, se ci mettiamo in ascolto, aperti alla scoperta, di fronte a ciò che sta per accadere, come un accadere inedito, lui/lei parlerà, e noi saremmo testimoni di un disvelamento.
Una aletheia, direbbe un greco: una verità che si svela, che si manifesta attraverso le parole di chi si racconta. Apparirebbe qualcosa di stra-ordinario e noi saremmo così fortunati da vederlo mentre accade.
Questo è un uomo. Credo. Se non lascio che parli avrò violato la sua umanità, cioè la sua aletheia. Ma avrò anche negato a me la meraviglia della testimonianza. Credo sia violento non lasciar essere “essere umani”. E credo sia una violenza e a sé e all’altro. Il pre-giudizio riduce l’altro al silenzio: non sarà una nuova verità. Ma la presunzione di verità del pre-giudizio sconta la pena di restare ferma su se stessa, di non mutare, di non darsi nessun nutrimento. Essa stessa soccombe alla propria presunzione. Isterilita perché non nutrita da nuova linfa vitale.
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